Rileggiamo Dante: “la terapia iniziatica”

“LA  TERAPIA  INIZIATICA”  DANTESCA  I

A mia conoscenza il termine “Terapia Iniziatica” (“Initiatische Therapie”)
è stato coniato da Karlfried Graf Dürckheim per il suo “Centro Iniziatico”
di Todtmoos-Rütte nella Foresta Nera della Germania meridionale, così
come ha creato l’utilissimo concetto di “Il quotidiano come esercizio”,
(“Der Alltag als Übung”), nonché quello di “Trascendenza-Immanente”,
mettendo anche l’accento sulle potenzialità di un “Maestro interiore”.

PRIMA PARTE

1.   Mi permetto di affermare che con la “Commedia”, Dante (soltanto così l’ha nominata e non “Divina…”: prevaricazione dei posteri!), descrive un processo che assomiglia molto a un “progetto terapeutico di tipo iniziatico”, ragione per cui ho fatto allusione anche a  Karlfried Graf Dürckheim, che ne era un paladino in Europa durante il secolo scorso e, pur essendo stato docente universitario di psicologia e pedagogia in Germania e inviato culturale in Giappone, sperimentò al tempo stesso e per diversi anni il ruolo di discepolo da un Maestro Zen nel Tiro all’Arco (vedi anche Eugen Herrigel che ha vissuto un’esperienza simile credo con il medesimo Maestro, esperienza che ha espresso magistralmente nel suo testo “Lo Zen e il tiro con l’Arco”, nelle Edizioni Adelphi: testo la cui lettura consiglio vivamente!)

In seguito, con le dovute spiegazioni, dovrebbe risultare più chiaro il perché di questa duplice attribuzione “terapia e iniziazione” che, almeno a prima vista e al dire di certuni, sia da una parte che dall’altra della “trincea” (le famose scuole di pensiero con i loro dogmi), sembrerebbe inconciliabile o perlomeno esclusiva, nel senso che per gli uni l’aspetto psicoterapico è perfettamente funzionale e sufficiente per compiere un percorso evolutivo completo, mentre per gli altri è, se non addirittura una considerazione superficiale, perlomeno un procedimento superfluo, se non addirittura inutile o controproducente!

Per me la “Commedia” è un vero è proprio “manuale di tipo iniziatico” oppure, detto con altre parole: una guida per il percorso “alchemico”.
Di percorsi alchemici, che vanno ben al di là di ciò che cade sotto i sensi, ben oltre l’aspetto fisico, tangibile, misurabile,  ce ne sono alcuni, inseriti in diverse tradizioni spirituali che utilizzano strumenti differenziati per raggiungere i loro obiettivi, al punto che talvolta, misconoscendone la vera natura si travisano, pensando che si tratti di fenomeni con obiettivi diversi, perfino contrastanti, mentre fondamentalmente il fine è della stessa natura (dato che cercheremo di chiarire meglio più avanti).
D’altronde sono, detto con altre parole, le considerazioni fatte a suo tempo da Aldous Huxley ed espresse nel suo magistrale testo “La Filosofia perenne” (Ed. Adelphi 1955) !

Devo riconoscere che ciò che sto proponendo è un  progetto particolare, nel senso che ha un carattere al tempo stesso esistenziale, concernente la quotidianità, le contingenze, il cosiddetto mondo profano, come lo propongono solitamente le psicoterapie in generale, ma pure un aspetto essenziale, concernente “l’Immanenza-Trascendente” che, come accennato è un altro termine caro a Dürckheim, ossia la dimensione ideologico-filosofica, mistico-religiosa, come lo propongono alcune correnti spirituali (per esempio quelle nel particolare degli “alchimisti” occidentali e orientali: i templari portoghesi a cui ha accennato F. Pessoa, massoni, cabalisti, yogi, taoisti, sufi, adepti dello zen giapponese, tessitrici olandesi e quant’altro).

Percorso che, come accennato, può pure essere definito come “esoterico”, ma anche come un processo “psicoterapeutico integrale” (si potrebbe anche dire “olistico”), intendendo per “integrale” l’inclusione da un lato dell’aspetto naturale, corporeo, materiale, dall’altro lato quello trascendentale, impersonale, religioso, mistico direbbero alcuni, oltre che quello mentale, psicologico e sociale, che non vanno né sopra- né sottovalutati, bensì collocati al posto che spetta loro nel coro del nostro potenziale e delle nostre possibilità di “autorealizzazione”, altro termine che farà rizzare i capelli a certuni, perché rappresenta un tentativo inaccettabile di “autonomizzazione” (ossia di indipendenza)!
(N.B. La “Psicoterapia integrativa” di H. Petzold, è credo quella che si avvicina maggiormente a quanto appena accennato con il termine di “integrale”, soprattutto dopo quanto mi ha descritto una delle sue “allieve”, con la quale ho frequentato un seminario in Germania, parecchi anni or sono!)

Per inciso è forse utile sottolineare che in questo caso “esoterico” non ha il significato di stravagante, originale, eccezionale che solitamente viene attribuito a certi punti di vista e ad alcune pratiche di tipo “New Age” alquanto decadenti (ce ne sono a bizzeffe e delle più strampalate).

Si tratta di un aspetto significativo, essenziale, celato dalla cosiddetta realtà che cade sotto i sensi (le famose “apparenze che la nascondono e ci ingannano”), realtà che può assumere un carattere simbolico tutto da approfondire e capire, un sovrasenso attinente alla funzione surconscia (antitetica alla cosiddetta e classica funzione psicodinamica del subconscio).

Dante chiamava questo sovrasenso “anagogico”, aldilà di quello letterario, allegorico e morale, alludeva quindi a fenomeni di tipo analogico di un ordine superiore sì, perché nell’analogia si tende a dire una cosa per dirne un’altra meno evidente, tra l’altro  e molto probabilmente per far sì che il ricercatore si accinga ad elaborare personalmente e con ciò conquisti i rispettivi contenuti, senza doverli assorbire sotto forma di dogmi ai quali si tratta semplicemente, se non semplicisticamente di credere, non per ultimo per sottomettersi a certe pratiche, che possono contenere pure delle speculazioni attinenti ai giochi di possesso e potere!

Vedi certe spiegazioni di Dante stesso nel suo “Convivio”: testo poco conosciuto e suppongo ancora meno letto, testo in cui egli ci mette a disposizione le “avvertenze” in grado di sostenerci per affrontare con più competenza i suoi scritti e una via (quella iniziatica), che rimane comunque di non facile accesso, come può risultare dalla seguente e lapidare considerazione dantesca, evidenziata in particolar modo da René Guénon, all’inizio della sua monografia “L’esoterismo di Dante” (tradotto pure nelle Ed. Adelphi) che, tra i 20 e i 22 anni, allora c’era soltanto l’originale francese, è stato per me il punto di partenza per la rilettura di Dante:

“O voi ch’avete l’intelletti sani,
 mirate la dottrina che s’asconde
 sotto ‘l velame delli versi strani!”                    (Commedia: Inferno IX, versi 61-63)

Considerazione che ci mette inequivocabilmente in guardia, di non prendere questo processo di compenetrazione della “realtà” troppo alla leggera!
Comunque non va dimenticato che ci troviamo suppergiù alla fine del 13°, all’inizio del 14° secolo!
È un periodo marcato da un’intensa attività cabalistica specialmente in Spagna, nonché da quella alchemica e templare nel resto dell’Europa, soprattutto nel Nord e nell’Ovest, per non parlare delle correnti corrispondenti d’Oriente e d’Estremo Oriente, anche se appaiono con forme completamente diverse, (come per esempio i diversi percorsi dello Yoga in India, quelli del Taoismo in Cina e del Buddismo-Zen in Giappone, ai quali ho già accennato).

Questo, oltre all’operosità dell’ipotizzato gruppo iniziatico dei “Fedeli d’Amore” attorno a Dante, ovviamente “Fedeli d’Amore per la Sófia” (non la Sofía!), la “Luce” nel senso più ampio più profondo, più polivalente del termine, nell’effettivo ruolo del Filo-sophos, ossia “l’amico, l’amante della Luce, della Conoscenza” e non semplicemente di una Beatrice X, di una Laura Y, o di una Sofía Z, sposate magari a un qualche bellimbusto, anche se fosse stato un qualche nobile, travisando il valore simbolico di questi nomi e la loro funzione per quanto ci concerne personalmente!

Ma dapprima andrebbero forse meglio chiariti, almeno per quanto mi sarà possibile, i termini “iniziatico” e “alchemico (che a ben guardare sotto diversa veste, sono poi una sola e unica cosa). Mi spiego meglio:

2.       Noi, con la vita, il mondo, l’Universo stabiliamo un certo tipo di relazione, chi in una chiave, chi in un’altra e con un’intensità variabile (ossia con un investimento energetico diversificato).
Ora, si potrebbe suddividere il nostro stile nel collocarci per rapporto alla vita in tre grandi modalità, in fondo unitarie ma che possono presentarsi altresì in modo più o meno differenziato, parzialmente o interamente congiunte, più o meno attuate.
Detto diversamente e in modo schematizzato: durante la nostra vita ci possiamo muovere e talvolta ci muoviamo in tre vaste “regioni” (leggi pure: in tre estesi campi d’intenzione e azione), connesse, oppure dissociate tra loro, a secondo del nostro livello evolutivo, soprattutto perché il nostro processo “maturativo” non è semplicemente lineare e diretto, ma può comportare dei momenti, dei periodi più o meno prolungati di rallentamento, arresto, accelerazione, di abbandono, ma pure di regressione (esiste pure qui la “retromarcia”!)

Vedi il mio seguente schema e i rispettivi commenti…
Lo schema va letto dal basso verso l’alto e non viceversa, per aderire al funzionale processo evolutivo, così come vanno letti gli Arcani dei Tarocchi, a partire dal “Taroc” che non porta numero e che deve cominciare ad entrare nel “Mondo” e familiarizzarsi con lui (no. XXII) e poi di tappa in tappa, se va bene, fin su su al “Saggio”(no. I), che solitamente e sfortunatamente non viene chiamato così, bensì il “Mago”, il “Bagatto”, al limite “l’Artigiano”, che corrisponde già meglio al concetto di “procedere con Arte per costruire…sé stesso!”
Ecco quindi lo schema, ma N.B. poiché la trasposizione dalla piattaforma di Word a quella dell’androblog non è riuscita a dovere, ho trascritto in calce almeno il testo, per renderlo più leggibile:

C R E S C I T A    U M A N A    D E L L ’ I N D I V I D U O
D i n a m i c a    d ’ i n t e g r a z i o n e

(creativa ma inclusiva)

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O L O C E N T R I S M O

religioso     filosofico
mistico       esoterico
coscienza       globale
“P A R A D I S O”
energia spirituale
“ C i e l o ”
(da integrare: “Oro”)

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A L L O C E N T R I S M O

psico          sociale
razionale       istituzionale
coscienza     collettiva
“P U R G A T O R I O”
energia         mentale“
“U o m o”
(da riorientare: “Mercurio”)

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 E G O C E N T R I S M O
biologico           istintuale
somato            psichico
coscienza            individuale
“I N F E R N O”
energia    somatica
“ T e r r a ”
(da congedare: “Piombo”)
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                 P R O C E S S O    D I    S U P E R A M E N T O,  E S T E N S I O N E,
A P P R O F O N D I M E N T O    E     R E A L I Z Z A Z I O N E
P R O G R E S S I V O    E    C O N S A P E V O L E
(Seguendo un asse d’integrazione espansivo-ascensionale)

2.1     La prima area o tappa in basso è quella “egocentrica”, tipica e per così dire esclusiva nonché funzionale per il bambino, in gran parte anche per l’adolescente, avente questi ancora un carattere a prevalente tendenza centrata sull’Io (anche se questa si avvera poi illusoria, vista la dipendenza in cui si trovano le due suddette categorie d’età).
Fase in cui si mette l’accento sull’autoaffermazione, sull’insediamento molto concreto nella vita, in cui si è preoccupati e si bada in modo particolare al proprio tornaconto, accantonando, escludendo spesso gli altri, oppure “utilizzandoli”.
Questa fase dominante almeno inizialmente, dovrebbe nell’ambito di un normale processo di maturazione, nel senso dell’umanizzazione, sfoltirsi, assottigliarsi, trasformarsi progressivamente con l’avanzare dell’età per, se non proprio lasciare posto alla fase successiva (ciò che d’altronde non sarebbe auspicabile perché pure la fase egocentrica ha il suo posto nel nostro processo evolutivo, purché non sovrasti!), ossia quella:

2.2    “allocentrica” (taluni preferiscono la denominazione  “altero-centrica”), centrata come lo esprime la parola stessa, pure sull’altro, sugli altri attraverso un processo di socializzazione in cui subentra uno spirito di riguardo per terzi, di contrattazione, di collaborazione, in cui si cerca il consenso e la condivisione, in cui nascono svariate strutture associative, dalle più minute di poche persone, fino a quelle più importanti di tipo statale, ma pure internazionali, mentre nella fissazione alla prima fase (e va sottolineato che probabilmente una buona parte della popolazione vi si trova), la mentalità e il comportamento risultano solitamente di tipo egocentrico, intransigente, “dittatoriale” (ma vedi pure infantile) con i soliti abusi di possesso e potere (le “bestie nere” della storia dell’umanità, oppure le 3 famose “Fiere” nella Commedia di Dante, Inf. I:31-60)
Poi, se l’evoluzione prosegue in modo creativo-costruttivo, l’individuo ha la possibilità di realizzare un nuovo modus vivendi, quello:

2.3      “olocentrico” , centrato sul tutto, sull’insieme della Vita con le sue Leggi e in cui si tiene conto e non si trascura sia la prima che la seconda fase, già per il semplice fatto che sono fondamentali per una vita armoniosa e costruttiva, ma dove si riserva ampio spazio alle nostre aspirazioni ideologiche (religiose, mistiche, filosofiche, politiche, artistiche, ecc.) dove, detto con poche parole, si vive prevalentemente in contatto stretto con gli altri, la Natura, l’Universo in modo univoco e consapevole.

3.       La proposta di Dante parte da un vissuto di sofferenza essenziale: non semplicemente esistenziale, perché a questo livello spesso molto “funziona nel migliore dei modi”, secondo i canoni correnti in merito alla salute, alla famiglia, al lavoro, al possesso e al tempo libero (come lo descrive già Karlfried Graf Dürckheim!), creando talvolta e ciò nonostante un disagio profondo, avente a che fare con un sentimento di alienazione, di smarrimento nel complesso labirinto della Vita:

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita…”                       (Dante: Inf. I, 1-3)

Si parte da una situazione dove non sono stati trovati o persi, travisati o pervertiti i valori fondamentali della vita, quelli attinenti alla realtà rappresentata dai concetti costruttivi fondamentali di “Sapienza, Amore e Virtute” di dantesca memoria (Inf. I, 103-105), in contrasto con quelli autodistruttivi e distruttivi di “Ignoranza o Stoltezza, Odio e Vizio”:

“Ah quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;”

Là dove comincia a farsi strada, in un punto di svolta cruciale, a partire da un croce-via (la via della croce!):

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”       (Inf. I, 1)

che non rappresenta necessariamente ed esclusivamente un certo numero di anni, come spesso si è voluto speculare, bensì uno stato in cui ci si trova “in media res”, in cammino tra i due poli, gli estremi, ossia dove nulla è ancora deciso definitivamente, ma che rappresenta un periodo di svolta, di ri-orientamento, bivio in cui emerge la presa di coscienza del bisogno-desiderio di rimediare allo stato di scombussolamento, di squilibrio, di degrado, di perdita del senso della propria vita e in cui ci si può trovare a un certo momento, dove si raggiunge la consapevo-lezza di una realtà che si potrebbe verbalizzare e semplificare con il monologo:

“fino a questo punto è andata in questo modo e direi magari piuttosto maluccio, ma d’ora in poi vorrei che il processo cambi, che si snodasse diversamente, che il percorso assuma un significato, che finalmente io possa riuscire a costruire qualcosa di sensato senza andare alla de-riva…”

E Dante prosegue in una tonalità un po’ diversa, intrisa di speranza:

“Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogni calle.”          (Inf. I, 13-18)

4.     Intuitivamente se ne intravvede la possibilità e si cerca d’intraprendere, in quelle che si ritiene essere le direzioni alternative, dei processi di rettifica, di ricupero, alternative che spesso vengono travisate a favore di una sola soluzione solitamente controproducente, non di rado a carattere patologico (ciò che può portare perfino al suicidio!)
Abitualmente si procede con i mezzi applicati fino a quel momento, intensificandoli e di conseguenza essi portano soltanto a rinforzare le tendenze vigenti (a rinforzare l’Io e le sue contorsioni), simbolicamente rappresentato dalle 3 fiere descritte da Dante, Inf. I, 31-60: “Lonza, Leone, Lupa” con tre L, iniziali che troviamo anche in Lucifero (puro caso? simbolicamente Lucifero, il messaggero della luce, ossia l’essere umano portatore di luce che travisa, perverte la realtà prendendosi per “la Luce”, per “la Divinità” e che perciò decade “nel più profondo degli inferi”!)
Queste fiere formano una grande triade simbolica, con una coorte di manchevolezze, debolezze, travisamenti, illusioni mentali, aberrazioni, fandonie, false giustificazioni e tant’altro che, riassunto in parole spicciole, si esprimono:

4.1     nella sensualità esaltata (“la Lonza”), ossia nell’abuso, nella perversione della condizione corporea, quella naturale, dove si vive in uno stato di superficialità, in cui il rapporto con la vita si svolge in chiave epidermica, dove ci si lascia ingannare dalle apparenze, dai fenomeni che vengono interpretati come i soli validi, perché tangibili, che cadono sotto i sensi, come se null’altro potessero celare o produrre;

4.2     nella violenza prevalente (“il Leone”), ovvero nella perversione della forza, dell’energia, dove la relazione esistenziale si svolge prevalentemente nell’abuso e nella perversione del potere, nella prevaricazione, nel far forza alla verità manipolandola, nella crudeltà, in definitiva nella violazione dei “diritti umani” (che appunto dovrebbero corrispondere a un essere rettilinei e non distorti, contorti!);

4.3      e infine nell’avidità e nella frode dominante (“la Lupa”), vale a dire nella perversione della ragione, della rettitudine, dove oltre all’invidia e all’avidità dominano il raggiro, il tradimento, la rivolta contro il bene diretto a favore dell’essere umano e dove si concentra in modo integrale tutto quanto precedentemente elencato (creando “il male in generale, integrale”), ciò che ferisce la natura, l’individuo umano e le società da lui costituite.

5.      Nella fase in cui ci si trova, confrontati con tutte queste realtà controproducenti: autolesive e lesive che, nonostante le buone intenzioni, ci riportano come nel gioco dell’oca alla situazione di degrado iniziale e questo per mancanza di mezzi adeguati per uscirne, succede ciò che Dante ci dice chiaramente a proposito della “Lupa”:

“tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi incontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ‘l sol tace.                          (Inf. I, 58-60)

“…là dove ‘l sol tace…” e ben inteso, a questo punto si può entrare in uno stato di dubbio, di disperazione, ma che ciò nonostante può offrire uno spiraglio alternativo per la nostra presa di coscienza:

“Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi alli occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me” gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”     (Inf. I, 61-66)

abbandonando così, almeno temporaneamente, la pretesa egocentrica, la presunzione di riuscirvi con i mezzi di bordo precedenti, quelli individuali, in questo caso quelli di Dante che rappresenta noi stessi, noi in tanto quanto personaggi in difficoltà, ma che si rivolgono a Virgilio, ossia alla funzione virgiliana, alla nostra razionalità, alla nostra facoltà mentale, al nostro “buon senso” e non più soltanto ai nostri desideri irrazionali, ai nostri impulsi incontrollati (quelli del “Taroc”, vedi il rispettivo articolo nella medesima categoria delle “Monografie”!)

Ricordo qui che il termine Virgilio è composto da Vir = forza e che il giglio, scritto ora con la g interna, è simbolo di purezza, ragione per cui ci troviamo di fronte a una funzione interiore che, coniugando i due aspetti, ci offre “la forza della purezza”.
Quindi Dante può esclamare:

“Vedi la bestia per cu’io mi volsi
aiutami da lei famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi…”                      ( Inf. I, 88-90)

6.      Si può intravvedere così la possibilità di uno strumento, di una funzione intrinseca, rappresentata dal buon senso  (risultato di un insieme di fattori intuìti, già sperimentati ma anche appresi nel corso degli anni), ossia dal nostro ragionamento imparziale, dalla purezza degli intenti che potrebbero venirci in aiuto se ci si comincia a fidare di questo tipo di energia impersonale che appare come costruttiva, (la “funzione virgiliana in noi che comprende pure e tra l’altro la consapevolezza, il rigore, la disciplina, la dirittura”) e quindi è “Virgilio” che prosegue:

“A te convien tenere altro viaggio”
rispuose poi che lagrimar mi vide
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo il pasto ha più fame che pria.”             (Inf. I, 91-99)

Qui ci vien fatto capire che questa nostra tendenza intrinseca composta da diversi fattori, come l’invidia, l’avidità, la presunzione, la falsificazione, la perversione (anche del potere), è costantemente in agguato e, come in un cerchio vizioso, rimane insaziabile, ragione per cui bisogna saper realizzare la metanoia,  ossia cambiare il proprio modus vivendi,  cambiare le prospettive, le tendenze, le abitudini acquisite e percorrere altri itinerari che quelli precedenti, soprattutto se si vuole procedere su una via evolutiva costruttiva, perché diversamente, la ripetizione degli schemi precedenti rischiano di distruggerci (ma anche di distruggere le nostre società, le nostre culture!)
Detto diversamente: si tratta di aprire i cerchi chiusi, viziosi, per non “mordersi la coda”, trasformandoli in un percorso spiraliforme verso nuove, rinnovate mete.

7.      Nonostante i dubbi iniziali, i tentennamenti, la tendenza a un ritorno su sé stessi quindi all’abdicazione, si finisce per convincersi che nello stato attuale è il solo strumento a nostra disposizione, ragione per cui si affida il percorso del rinnovamento alla capacità elucidante, chiarificatrice di questa funzione interiore.

“Molti sono li animali a cui s’ammoglia,
e più sarano ancor, infin ch’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.”             (Inf. I, 100-105)

A questo punto vale la pena di soffermarci un momento per spiegare queste due terzine, dove alcuni aspetti, a quanto pare, hanno dato parecchio filo da torcere ai commentatori di Dante:

7.1      è questione del veltro, cane levriero di una razza forte e feroce, dagli antichi usata, guarda caso, per la caccia al lupo, ma simbolicamente parlando di un eroe, di una forza in grado di sconfiggere il male (il nostro mal-essere);

7.2      che “…non ciberà terra né peltro,”

simbolicamente parlando non esalterà, non privilegerà i beni materiali (probabilmente “terra” per possesso, “peltro” per potere, perché metallo utilizzato prevalentemente da ricchi e potenti) e,

7.3   “last but not least” (come dicono gli anglofoni:”per ultimo ma non da meno”), alimenterà e si ciberà della grande triade costruttiva:

sapienza, amore e virtute
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.”                  (Inf. I, 103-105)

In altre parole: lo spazio in cui agirà sarà presieduto dalla semplicità, parsimonia, umiltà, così come vengono rappresentate dal panno che è il feltro, il panno dei poveri, di umili origini. che non utilizzano né fama, possesso o potere per procedere sulla loro via, ovvero quella dell’umanizzazione!

*          *          *

So long, I am around…

Fine della prima parte


Seconda parte (“Rileggiamo Dante”)

E qui, che piaccia o meno, è il caso d’inserire un inciso:
è mio convincimento che non si può percorrere un via evolutiva, spiritualizzante, iniziatica o come dir si voglia ma in questa direzione, senza la premessa e-o conquista, senza la cura dell’umiltà, realtà che Dante certifica a proposito del “Purgatorio” (il “Fegfeuer” dei germanofoni, ossia il “fuoco che pulisce, che purga, che spazza via”), con la probabile contrazione di “pyr” = fuoco, di “purus” = puro e di “oratorio” = luogo di preghiera, dove si prega affinché il processo di purificazione possa avvenire (“ora et labora”).

Infatti e tra l’altro (sempre secondo la visione dantesca), per entrare nel Purgatorio, colui che vuole procedere sulla via della sua trasformazione costruttiva, deve far atto di umiltà, diversamente il passaggio (“il passo del saggio”, vedi l’interessante interpretazione di Patrick Burensteinas nella sua ben curata serie di sette DVD: “Le Voyage Alchimique”, de Bruxelles à Saint-Jacques de Compostelle), il passaggio dunque non gli verrà concesso!

“O delli altri poeti onore e lume
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore:
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.”

Vedi la bestia per cu’io mi volsi:
aiutami da lei famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.                       (Inf. I, 82-90)

È la dichiarazione di sottomissione a qualcosa che trascende il nostro semplice egocentrismo e a qualcuno che il percorso lo conosce: una guida, un maestro, un maestro di vita, vedi anche il maestro virtuale che tutti portiamo interiormente “in nuce” e che si tratta di ascoltare, attivare, far crescere, far maturare!:

A te convien tenere altro viaggio
rispuose poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura sí malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

Molti sono gli animali a cui s’ ammoglia,
e più saranno ancora, infin che  ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.                            (Inf. I, 100-102)

“Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per luogo etterno…”                         (Inf. I, 112-114)

A questo punto vorrei sottolineare che il primo canto della Commedia contiene in potenza, in modo sintetico, come un seme che contiene in sé lo sviluppo di una pianta, il percorso di una via evolutiva che Dante precisa dettagliatamente durante i rimanenti 99 canti, suddivisi in 3 cantiche:

“e trarrotti di qui per luogo etterno,

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
che la seconda morte ciascun grida;

e vedrai color che son contenti
nel fuoco, perché speran di venire
quando che sia alle beate genti.

Alle qua’ poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire…”                  (Inf. I, 114-123)

7.      Si può ricavarne l’ispirazione per procedere, cercando di penetrare, di portare luce nei nostri stati d’animo, nelle nostre relazioni per capirle, e ciò congiuntamente ai comportamenti che portano alla perdizione, o in altre parole: che impediscono l’evoluzione salubre dell’individuo, ma lo degradano vieppiù:

“E io a lui: Poeta, io ti chieggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dove or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color che tu fai cotanto mesti.

Allor si mosse, e io li tenni dietro.                   (Inf. I, 130-136)

Ciò che va forse sottolineato per inciso è che “Dante” si rivolge a un “non credente” per farsi aiutare, fatto che molto probabilmente cela un significato di una certa importanza. Forse per indicare che esiste una corrente cognitiva, non superficiale ma di tipo esoterico, che sottende le correnti religiose ed è situata al di qua e al di là delle corrispondenti istituzioni con il loro credo e i loro dogmi.

Ma per riprendere il discorso di prima, pur essendo decisi ad assumere un processo evolutivo di tipo costruttivo, i dubbi posso tornare occasionalmente e-o periodicamente e, “per debolezza dell’animazione interiore”
(come amava chiamarla lo psicologo franco-austriaco Paul Diel), magari temendo le fatiche del percorso con le conseguenti assunzioni di responsabilità, si può tendere ad abdicare ai propri propositi edificanti, le cui conseguenze però sono ancora incerte perché sconosciute, non avendone ancor fatta l’esperienza.

“Io cominciai: – Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’elle’è possente,
prima ch’all’alto passo tu mi fidi…”                           (Inf. II, 10-12)

Ma io perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono:
me degno a ciò né io né altri crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle:
se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono >.

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io in quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ‘mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

– S’i’ ho ben la tua parola intesa,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
– l’anima tua è da viltate offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.”         (Inf. II, 31-48)

Di nuovo e per inciso: anche qui può colpire il riferimento all’esempio di Enea il precristiano, abbinato a Paulo il convertito, che ci riporta alle osservazioni fatte in un precedente paragrafo poco fa.

Ma riprendendo il temo in corso: dopo che si ricomincia a ragionare e, all’ascolto dell’applicazione a livello umano “dell’ordine implicito” (come credo lo definiva il noto fisico David Bohm), ossia dei nostri imperativi interiori che ci rivelano la legittimità di una scelta costruttiva per la nostra vita, nonostante i tentennamenti iniziali, possia-mo assumere le nostre salubri decisioni, disposti a proseguire sul cammino intravvisto, per uscire dal labirinto, dal marasma interiore e comportamentale in cui ci siamo arrenati.

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto,

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro>.
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.”          (Inf. II, 136-142)

8.      Il pellegrino su questo percorso può constatare dapprima che l’accesso allo scivolamento nel degrado dei valori, delle qualità costruttive tipicamente umane è perfettamente agevole e che nulla, almeno in apparenza, glielo impedisce ed è un primo punto al quale si tratta di prestare attenzione, perché in questa dimensione si entra per così dire quasi senza accorgersene, a nostra insaputa (solitamente,e senza volere, spesso già in tenera età, offuscando ancor più la realtà sottostante che sbilancia il nostro equilibrio, ossia l’armonia esistenziale ed essenziale).
Insomma: inizialmente soffriamo d’ignoranza di fronte alle distorsioni che possono avvenire e la nostra presa di coscienza è ancor troppo debole per cogliere veramente il significato di ciò che succede, anche se spesso e intuitivamente qualcosa magari si percepisce, ovviamente senza disporre della facoltà mirata per un intervento riparatore!

9.      Però, questa percezione preliminare di tipo intuitivo (la cosiddetta “voce della coscienza”, anche se minuta quando siamo piccoli), è pur sempre presente se non la soffochiamo metodicamente nascondendoci di fronte alla nostra realtà, cercando degli alibi, delle false giustificazioni per sgravarci, per sembrare “belli, bravi e buoni”. Ed è questa presenza immanente che ci permetterà al momento voluto (“nel mezzo del cammin…”) di poter procedere alle dovute rettifiche per ristabilire l’ordine, l’equilibrio dinamico, ossia l’armonia.
Ovviamente soltanto se lo desideriamo veramente e se siamo disposti ad assumerci il lavoro (il cosiddetto “sacrificio volontario” dei Sufi) che una trasformazione del “distorto in diritto” comporta (il “rovescio in diritto” di alcuni fisici statunitensi del 1° dopoguerra della 2a guerra mondiale).

10.      Dante, con la discesa negli Inferi, ci propone di andare a scoprire le manchevolezze, le caratteristiche inferiori dell’essere umano che in definitiva sono controproducenti sia per la vita dell’individuo che delle comunità: vale a dire il regno del mal-essere, ciò che ci fa star male nel senso più ampio del termine.
Quindi ci suggerisce di chiarire quelle particolari tendenze che sottostanno simbolicamente alle 3 fiere antitetiche alla triade “Sapienza, Amore e Virtute” e alle quali è già stato accennato:

1  per la “Lonza”, tutto quanto ha a che fare con l’Ignoranza (la superficialità, i pregiudizi, la vanitosa fama, la mancanza di responsabilità, la sensualità, l’edonismo eccessivo, ecc.);
2  per il “Leone”, ciò che concerne l’Odio (O-Dio = opposto a Dio, ossia il potere esaltato, ma soprattutto il suo abuso, la prevaricazione, le sforzature, la crudeltà, l’imposizione coatta, l’opposizione alla benevolenza, la tirannia, ecc.);
3  per la “Lupa”, ciò che è relazionato al Vizio in generale che significa un assommarsi di caratteristiche autolesive e alterolesive (come l’invidia, l’avidità, la falsità, la frode, il tradimento, ecc.)

Va sottolineato che sono sempre le suddette caratteristiche in eccesso e presenti sui lunghi percorsi che sono nefaste: brevi passaggi occasionali di lieve entità sono presenti in quasi tutti noi e fanno parte del “errare è umano…” mentre è risaputo che è “il perseverare che è diabolico”!
In parole povere ci troviamo confrontati con il regno della dispersione delle energie, della distruttività, antitetico a quello della costruttività, della concentrazione delle energie in modo benefico:
si tratta del regno dell’alienazione, delle patologie umane, del degrado, della perversione delle virtù umane, dove si fa “di vizio virtù”, contrariamente al processo evolutivo della “modifica dei vizi in virtù”.

11.     Qui vale forse di nuovo la pena di procedere a un inciso, a sapere:
sia le virtù che i vizi rappresentano dei vettori energetici, delle specializzazioni dell’energia che, di per sé neutra, può dirigersi in diverse direzioni, ossia trovare svariati generi di applicazione.
Un po’ come succede con il denaro o l’elettricità di per sé neutri, ma che possono essere utilizzati e-o investiti in innumerevoli situazioni che possono ricoprire un mondo intero:
– dal gelato comperato al nipotino, alla ricerca sul cancro, dalle vacanze in montagna o al mare, alla costruzione e l’accensione di missili atomici, dal biglietto cinematografico e la proiezione di una pellicola, a una qualsiasi sonda spaziale, dalla distruzione delle foreste tropicali, allo spostamento del letto di un fiume e quant’altro.

Per l’essere umano questo fenomeno, come già accennato, può essere individuato nella suddivisione in due grandi categorie, vale a dire:
da un lato quella edificante, dall’altro lato quella degradante.
E qui, per l’individuo e il libero arbitrio di cui può talvolta disporre, almeno parzialmente, la vita propone una scelta, quasi sotto forma di domanda sottintesa:
“vuoi salire o scendere, evolvere o involvere, svilupparti o degradarti, procedere verso la luce (leggi: la conoscenza, la saggezza, la benevolenza) o avanzare verso le tenebre (leggi: l’ignoranza, la stoltezza, la violenza)?
E l’individuo si trova così confrontato con l’assunzione di una responsabilità che darà il voluto-dovuto orientamento alla sua esistenza e a quella della collettività.

12.     Ora, se seguiamo Dante-Virgilio (tra l’altro la nostra facoltà razionale, critica e introspettiva) negli Inferi (nel nostro “sottosuolo”), ci rendiamo conto che i suoi gironi presentano una struttura piramidale capovolta, che può descrivere il nostro percorso, partendo dalle erranze, dalle manchevolezze più lievi (si fa per dire!), giù giù fino alle più gravi aberrazioni che l’essere umano possa realizzare e dove, simbolicamente parlando, le “3 Fiere, ricordo: “Lonza, Leone, Lupa”, concentrano simbolicamente tutto il loro potere distruttivo, delimitandolo vieppiù al massimo nell’…”etterna ghiaccia”…l’irrigidimento mentale e comportamentale in cui è atttenagliato “Lucifero = Homo stolidus”, diventato estremamente unilaterale, polarizzato negativamente, in modo “agghiacciante”!

Va detto e non per inciso, che le diverse particolarità caratteriali descritte, sono al tempo stesso, e ognuna di loro, una modalità specifica di relazionare con gli altri, con la vita nel suo insieme!
Le caratteristiche ben definite e prevalenti, imprimono alla nostra vita un modus vivendi molto particolare, spesso diverso da quello di altri.
Prendiamo un esempio a caso: l’avaro, l’avarizia:
quali sono le caratteristiche, i contenuti, le modalità di relazionare dell’avaro? E ancora, io lo sono e semmai in che misura?
Domande a cui mi sembra importante poter rispondere, perché per modificare qualcosa dobbiamo prima capire quali forze sono in campo e come si muovono, un po’ come in un gioco di scacchi che, secondo di come ci si muove, può essere rappresentativo di ciò che succede nella vita individuale e-o collettiva.
Ma dapprima vediamo un po’ il termine, che da un lato si riferisce a una contrazione tra:
avidus,  aeris (anche  avaeris)  con soprattutto in passato,  il significato di avido di danaro,  dall’altro lato semplicemente da avere,  con l’accezione di desiderare con ardore e di bramosia ardente e ansiosa, ma pure dal verbo sscr. avati, corrispondente al nostro amare e infine dal gr. ao  oppure aeo, ma pronunciato in modo eolico, con afo oppure afeo che contiene un senso vicino a spirare, soffiare, ma più recondito di aspirare al denaro, alle ricchezze.

Si tratta quindi di qualcuno che, come modus vivendi, tende prevalentemente ad aspirare al possesso, che desidera, vuole possedere.
Che cosa? Diversi aspetti della vita, a secondo delle inclinazioni personali e ovviamente non soltanto il denaro.
Possono essere case, imprese di vario tipo: terreni, catene di ristoranti o alberghi, supermarket, aerei, navi, fabbriche, donne, persone quali operai o altri ”subalterni”, conoscenze specialistiche, performance artistiche, premi di svariati concorsi come lotto, cavalli, Nobel e tant’altro ancora!

Individui che Goethe, con una metafora che mi piace molto e che ricordo approssimativamente, ha cercato di descrivere nel modo seguente:
“Tenendo la mano chiusa in tasca per non dare,
al tempo stesso non può ricevere!”
Quindi è un voler ricevere, avere, tenere, accumulare, però senza dare, anzi ne è geloso, lo tiene sotto, dietro le “gelosie”!
Ecco anche la differenza fondamentale tra invidia e gelosia che spesso si confondono, forse perché sono “sorelle gemelle”: per l’invidia vedo, voglio, ambisco prevalentemente, mentre per la gelosia ho, ma voglio prevalentemente custodire, conservare, nascondere affinché sia irraggiungibile per gli altri e non me lo possano sottrarre, compresa la propria moglie o il proprio marito!  

Suppongo che sottinteso non stava soltanto l’idea del danaro, ma bensì quella di tanti altri fattori importanti nella vita: l’amicizia, la fiducia, la lealtà, la sincerità, lo spirito di cooperazione, ecc. , tutti fattori che l’avaro, nelle sue relazioni con la vita in generale, fatica o è addirittura impossibilitato di potere scambiare, perché nell’avarizia viene bloccato il flusso bidirezionale degli scambi, così importanti per una vita sana, equilibrata, armoniosa.
Si potrebbe aggiungere di più: in assoluto, la vita senza scambi è per così dire impensabile, non potrebbe sussistere: è una di quelle “conditio sine qua non…” e dirigersi verso la modalità unidirezionale o addirittura permanervi, alla fin fine anche per l’avaro risulterà controproducente, addirittura patologica, se non “mortale” (la morte dell’anima”), ricordate il:

“Ah quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’io vi trovai,
dirò dell’altre cose ch’i’ v’ho scorte.”

Sì e quindi: come uscire dal “braccio di questo labirinto”?
Ecco il problema che l’avaro (o qualsiasi altro caratterista unilaterale), se si rende finalmente conto della sua tendenza prevalente, dovrà cercare di risolvere.
Per inciso desidero ricordare che nella vita, i problemi e la loro soluzione assomigliano molto a quelli che ci venivano già proposti nelle scuole elementari, in cui si trattava di risolvere i quesiti applicando correttamente le quattro operazioni fondamentali!
Durante la nostra vita bisogna utilizzarle a dovere a seconda dei momenti, delle circostanze, delle persone, degli stati d’animo, dei comportamenti, perché quando si applicano in modo improprio i risultati non collimano, esattamente come nei problemini che ci venivano sottoposti a scuola.

Tanto per dare un esempio lampante e tra tanti altri:
– se ritengo troppo danaro, troppi averi [addizione e-o moltiplicazione], devo applicare le altre 2 operazioni fondamentali [la sottrazione e-o la divisione],  per poter uscire dal “labirinto”, affinché il possesso venga rimesso in circolazione per scopi socioculturali, civili, insomma umani!

Questo riporterebbe equilibrio nella vita dell’avaro (e-o di tanti altri trasgressori) e benessere alla società.
Sfortunatamente anche ai nostri giorni i ricchi e potenti [multimilionari e multimiliardari], vengono più che altro ammirati e soprattutto invidiati, ma credo che quasi più nessuno li considera degli avari e quindi degli asociali [vorrei addirittura affermare dei “ladri, dei fuorilegge sul piano umano”, anche se “protetti” da certe leggi attuali], ed è ciò che molto elegantemente viene chiamato “Libero mercato”!
Tanto per citare un esempio sottomano: in una ben precisa regione è magari proibito utilizzare dei pesticidi, ma poi si vendono senza scrupoli a una regione che rappresenta il “buon vicinato”! Questa sarebbe la “probità umana”!!!

Da qui l’avaro potrebbe trarre le necessarie conclusioni (i risultati) e i provvedimenti (le operazioni fondamentali) che dovrebbe applicare per trasformarsi e uscire dal suo “cerchio vizioso”, cerchi che sono poi quelli infernali, chiusi in sé stessi che, non aprendosi in modo spiraliforme ed evolutivo, oltre che impoverire gli individui e le situazioni, possono rimanere perennemente e controproducentemente ripetitivi!

13.     Per concludere, almeno provvisoriamente questa descrizione, vorrei far notare che è suppergiù in questo modo che da un mio, anche se modesto punto di vista, andrebbe affrontata la “Commedia” e utilizzato il suo contenuto:
come “guida fattiva” per la propria evoluzione, secondo le possibilità (e ovviamente i propri limiti), che per ciascuno di noi sono collocate a diversi livelli, delle quali nonostante tutto  e in un qualche modo possiamo beneficiare.
Sta a noi decidere quando, quanto ed eventualmente con chi siamo disposti a investire in una simile operazione, in un processo che si avvera essere né breve né facile, anche perché spesso “i dubbi e le ritirate” incalzano:

“E qual è quel che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sí che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io in quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’impresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.”                          (Inf. II, 37-42)

Importante è che la nostra guida interiore (il “Maestro interiore”, “der innere Meister”) ), ossia “la funzione virgiliana” non rinunci all’impresa:

“- S’i’ ho ben la tua parola intesa –
rispuose del magnanimo quell’ombra,
– l’anima tua è da viltate offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sí che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso vedere bestia quand’ombra.- ”                (Inf. II, 43-48)

e che talvolta il “negoziato interiore” possa concludersi, risolvendo lo splitting, ossia la scissione, il conflitto interiore nel modo seguente, ristabilendo l’unità d’intento, necessaria per poter proseguire, secondo il classico detto che vale pure per i processi interiori: “l’unione fa la forza”…

“- Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sí al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato al primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore,  e tu maestro – .
Cosí li dissi; e poi che mosso fue,

intrai  per lo cammino alto e silvestro.”          (Inf. II, 136-142)

“Cammino alto e silvestro”, quindi non una passeggiatina da “turisti culturali”, ma un percorso prudente, in discesa a carattere cognitivo-esplorativo e poi fattivo in salita da districare-trasformare, magari con un “machete” in mano (leggi “Purgatorio”!)

*          *          *

So long, I am around…

Fine della seconda e ultima parte…



 

About the Author

Beni Sascha Horowitz
Nato e cresciuto a Lugano (Svizzera, per chi non lo sapesse c'è anche una Lugano in Italia), ho studiato a Ginevra musica, psicologia e psicologia del lavoro (efficiency), pedagogia e pedagogia curativa. Ho praticato a Basilea e Lugano psicologia clinica e psicoterapia di tipo psicodinamico (avendo seguito un "Training psicoterapeutico) , ma indipendentemente da "Scuole", all'interno di Servizi Medico-Psicologici. Ho partecipato ai Corsi per Adulti in tanto quanto animatore di alcuni corsi tra il quali il Tai Chi Chuan, Rileggiamo Dante, I Miti del passato e l'uomo moderno, Il Diario personale creativo, Alla ricerca della propria identità, Psicologia e vita quotidiana, ecc. Sono rimasto sensibilmente influenzato dal Taoismo cinese e dallo Zen giapponese, senza pertanto diventare un "fedele seguace". Ho iniziato i tentativi di scrittura dopo il pensionamento. Ora sto cercando di proporre poco a poco alcuni miei scritti... Per eventuali chiarificazioni, sono raggiungibile tramite l'indirizzo e-mail: [email protected]

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