ORTICOLTURA E ANDROCULTURA
A. Premessa (prima parte)
Per quanto concerne la parola “coltura e cultura” c’è una sola vocale che le differenzia, anche se a prima vista i due termini:
“orticoltura e androcultura”, sembrano molto lontani, mentre potrebbero essere più vicini soprattutto se si considerano in un rapporto analogico, ossia da un punto di vista per cui il primo termine permette di capire meglio il secondo (ma pure viceversa), soprattutto se si ipotizzano come dei processi fondamentali ma simili, se pur in campi diversi, ed è qui che si può realizzare il cosiddetto “Transfert Pedagogico”, ossia quel meccanismo (poco conosciuto) per il quale ciò che si è scoperto, capito e realizzato in un dato campo, lo si può trasferire, applicare praticamente in ogni altro campo di apprendimento, premesso che i principi abbiano una correlazione.
In questo senso cercherò di stabilire la connessione tra i due fenomeni, fermo restando che il parallelo non potrà essere né perfettamente simmetrico, né esaurire tutti gli aspetti che potrebbero esservi contenuti.
La motivazione per questa escursione, credo di averla trovata mentre anni or sono avevo a disposizione un orto trascurato (da qualche tempo addirittura non utilizzato), ma ciò nonostante in condizioni iniziali favorevoli, nel quale ho lavorato per un certo tempo (come hobby), trovandovi le caratteristiche a cui ho accennato, in particolare il “transfert pedagogico” (in un altro “trasferimento” avvenuto tempo addietro da un campo apparentemente molto lontano, ossia quello della pedagogia musicale, della pedagogia curativa e della pedagogia tout court!)
D’altronde cercherò di chiarire, con le considerazioni che seguiranno, l’avvicinamento tra due termini apparentemente distanti, il secondo che significa la cultura che l’essere umano può creare a suo favore, come d’altronde lo ha già fatto anche in passato, per sviluppare e perfezionare le proprie qualità intrinseche e costruttive (esistenziali ed essenziali), così come un orto ben curato e favorito dalle circostanze, può offrire un raccolto a noi utile per il mantenimento della nostra vita corporea, nonché la salvaguardia del suo equilibrio.
Ovviamente, parlando di orticoltura, parlerò di quella “classica”, perché da un lato è quella che ho sperimentato, dall’altro lato anche in questo ambito diverse proposte diversificate sono state fatte nell’ ultimo e questo secolo, dall’Agricoltura Biodinamica di Pfeiffer ad altre forme di orticoltura “BIO”: che conosco meno. Penso però che anche la forma “classica” si presta perfettamente per quanto desidero illustrare.
A parte il fatto e per inciso, che tra i diversi sistemi c’è spesso rivalità, perché ognuno ha la pretesa di esistere in esclusiva, quindi ha ragione per rapporto all’altro che ovviamente ha torto, o quasi…(così come è successo in passato e succede tuttora a livello di religioni, politiche, scienze, arti e quant’altro! L’Umanità avrà magari “perso il pelo, ma non il vizio!))
N.B. Vorrei sottolineare che anche la “Viticoltura e la Frutticoltura” potrebbero fare al caso, perché vicini all’Orticoltura vera e propria mentre, per quanto strano possa sembrare, si potrebbe pure fare appello, ben inteso tra l’altro, anche ad attività quali quella di contabile, ma dove siamo fondamentalmente alle prese con i due vettori fondamentali dell’energia: del dare e ricevere: rispettivamente dell’aspetto centrifugo e quello centripeto, come per esempio: do il mio lavoro, la mia energia e ottengo l’agognato frutto, o anche il denaro, in quanto simbolo dell’ energia umana e geniale mezzo di scambio all’interno delle collettività!
C’è però un problema che si potrebbe definire cruciale:
per questo percorso, se si vuole che diventi operativo, bisogna disporre almeno di un orto, grande o piccolo che sia, di proprietà privata o in appalto, purché lo si possa gestire da solo (a meno che sia molto grande e quindi può, addirittura dev’essere condiviso nella ripartizione dei compiti e-o delle parcelle di terreno).
Importante è che non si cada in “un’orticoltura speculativa”, così come è successo in certe organizzazioni spirituali, divenute di tipo speculativo durante il corso della storia e dove il lavoro avviene prevalentemente a livello simbolico o addirittura puramente verbale, anche se con il tacito o esplicito compito di trasporlo nella vita quotidiana, soprattutto per la “costruzione di sé stessi”, ma in cui praticamente suppergiù quasi nessuno dei membri vive concretamente e a priori il processo costruttivo vero e proprio (“l’anima, la mente per quanto ne sappia, non va a spasso senza il corpo che siamo”).
Inoltre si tratterà di destinare una parte del lavoro dell’orto e del singolo, o come accennato di un piccolo gruppo, a degli incontri tra gli “orticolturalisti” per uno scambio e una stimolazione permanente reciproca, parallelamente e-o successivamente al lavoro svolto sul campo, ma con l’obiettivo di divenire anche degli “androculturalisti”.
1. Un percorso parallelo (i preliminari)
1 Per cominciare (“iniziare”, soprattutto “iniziarsi”, cosa che molti considerano “impossibile”, così come è già successo per la psicanalisi quando c’è chi ha proposto l’autoanalisi, dimenticando che esistono degli autodidatti in quasi tutti i campi!), ci si può trovare di fronte a un terreno incolto e rendersi conto della sua “imperfezione”, soprattutto in relazione ai nostri bisogni esistenziali, ossia e tra l’altro quello di nutrirci per vivere: quello di coltivarci per diventare degli esseri umani, che realizzano il loro potenziale creativo-costruttivo, ossia curano le virtù, espresso in termini più ”moderni”: i vettori energetici edificanti per sé stessi e per gli altri.
2 In tal caso e per taluni può diventare impellente la domanda:
– Come fare per realizzare questo cambiamento, questo passaggio dall’essere “rozzi”, incolti (o inselvatichiti), al coltivarsi, all’essere colti, all’essere “virtuosi”? (Attenzione: non è semplicemente un termine dal profumo medievale, visto che quel “vi” è radice sia di “vir” che di “vis” e che rappresenta fondamentalmente un concetto di forza, di energia!)
Più concretamente ci si può chiedere:
– Come si procede per bonificare un terreno selvaggio e-o inselvatichito per trasformarlo in un terreno bonificato (diventato buono), buono per che cosa? appunto per nutrirci, per vivere, ma pure per “bonificarci” interiormente e sul piano relazionale.
Tra l’altro, a seconda delle situazioni di partenza, “il terreno” bisogna drenarlo, togliere rovi ed erbacce con le loro radici, che talvolta sono ben profonde, poi legname, sassi, oggetti superflui, ossia inutili e quant’altro (le nostre debolezze, le nostre perversioni, certe contraddizioni, e così via dicendo), che bloccano la nostra evoluzione verso i veri progetti culturali, per intenderci: quelli dei veri valori umani, passibili di potersi poi manifestare e testimoniare della loro presenza anche verso l’esterno, il visibile, tangibile, concreto, come per esempio: la generosità, dirittura, trasparenza, l’attendibilità, lealtà, lo spirito di collaborazione, ecc.)
Spesso bisogna bruciare (“nell’Inferno”, a un livello “inferiore” di quello auspicato) il materiale individuato ed estratto, o accantonarlo perché ingombra il terreno che si vuole pronto per un’altra destinazione, appunto non quella “caotica”, rispettivamente dell’imbarbarimento: pericolo che attende ogni cultura all’angolo se non se ne “curano terreno, semi, piante e frutti”.
3 Una volta liberato il terreno, sgombro da cose controproducenti per il nostro progetto di bonifica (di elevazione qualitativa dell’individuo), si può iniziare un altro tipo di lavoro.
Nell’orticoltura come si procede una volta sgomberato l’inutile, gli impedimenti?
Si comincia con l’arare, vangare il terreno: preferibilmente con la vanga se ciò è possibile, poiché ci implica più personalmente, che se lo si svolge con una macchina.
Ma che cosa significa, cosa succede nell’aratura o dovrebbe succedere?
Non si tratta forse di rivoltare il terreno, di metterlo sottosopra: la metanoia, la modifica radicale della modalità di pensare e procedere, ossia di ribaltare la sua posizione, da un lato per ammorbidirlo, ossigenarlo, dall’altro lato per mettere sopra ciò che non deve stare sotto e che continua ad inselvatichire il terreno (per esempio le radici, i semi delle erbacce affinché perdano la loro supremazia ed efficacia sulle piantine utili per le nostre “intenzioni nutritive”).
4 L’aratura, ancorché fondamentale, non è sufficiente anche se si tratta di un importante lavoro preliminare sul terreno, perché crea zolle troppo grossolane per poter accogliere adeguatamente certi semi, vale a dire le idee per un riorientamento, i progetti e la loro articolazione, talvolta differenziata e non primitiva, in vista di una loro possibile crescita e di un raccolto adeguato.
Si avvera quindi utile la zappatura, rastrellatura, sarchiatura per smuovere ancor più il terreno e sminuzzarne maggiormente le zolle (affinare, articolare meglio i contenuti del progetto, per renderlo più atto ad una realizzazione), ossia per equilibrare il terreno distribuendo così l’energia nel contenitore di base, in modo che esso sia equamente disponibile per la realizzazione dei progetti, delle parti in causa).
Potrebbero però avverarsi utili almeno due altre operazioni:
5 la concimazione, per arricchire il terreno di elementi di cui è magari carente, arricchimento culturale, il sapere, pur sempre importante per un percorso d’elevazione personale: l’ignoranza solitamente non è d’aiuto soprattutto nella complessa situazione attuale del mondo, dove è preferibile non lasciare troppo spazio soltanto all’intuito e di conseguenza spesso all’ingenuità, nonché:
6 l’innaffiamento, perché insieme favoriscono l’aprirsi dei semi e il successivo sviluppo delle piantine ambite, ambedue operazioni inevitabili che fanno parte del processo di elevazione culturale, anche se operazioni ancor alquanto semplici, ma necessarie in un certo momento evolutivo.
Poi, stringi stringi, arriviamo a qualcosa di più caratteristico:
7 alla scelta dei semi, ossia a sapere quali obiettivi si vogliono raggiungere, nonché alla loro quantità e qualità (per esempio: “abbiamo bisogno di carote, finocchi e pomodori, oppure d’insalata, patate e zucchine o di altro ancora e di quanto, ma di prodotti realistici che trovano il terreno e le circostanze adatte alla loro crescita. Inoltre, con quali strumenti, con quali mezzi si possono attualizzare?”)
Quindi, quale sarà l’orientamento della creatività del nostro orto? “Spirituale o profano”?
Creativo-elevativo, oppure “piatto”-lineare-ripetitivo: ambedue funzionali e complementari, però talvolta da privilegiarne uno almeno transitoriamente secondo le circostanze, il nostro orientamento, le nostre aspirazioni!)
“Spirituale” non vorrebbe forse dire che coltiviamo (ci prendiamo cura di…) un “prodotto” di alta qualità, in quantità sufficienti per il nostro sviluppo esistenziale, essenziale e della collettività, consapevoli dell’ interdipendenza tra tutto e tutti sia a livello micro- che macrocosmico, alla ricerca delle ragioni intrinseche, con uno sguardo “panoramico” ampio e profondo al tempo stesso, mentre:
“profano” non vorrebbe forse dire che ci comportiamo con una modalità qualunquista, opportunista, superficiale, egocentrica, infantile, quindi intenti a fare soprattutto il proprio tornaconto: incuranti degli obiettivi qualitativi, ma dove si cerca di immettere il minimo energetico per cercare di ricavarne il massimo quantitativo, spesso indifferenti ai problemi qualitativi, alla salute fisica e mentale degli altri e, o paradosso, perfino di sé stessi. A malapena consapevoli dei veri problemi esistenziali, con una visione che non va al di là delle questioni microcosmiche, diciamo pure campanilistiche, ossia “al di là del proprio naso”…
N.B. Potrebbe darsi che questa distinzione sia un po’ troppo manichea, come se la realtà fosse o bianca o nera, mentre forse si avvera essere e bianca e nera!
Ciò potrebbe significare che solitamente non esistono situazioni nettamente profane o spirituali, ma che i due aspetti s’intersecano, sono ambedue presenti anche se da individuo a individuo in proporzioni, distribuzioni e manifestazioni diversificate.
Possiamo trovare così del profano nella spiritualità e questa nel profano: penso che ciò non va dimenticato, soprattutto per evitare d’ambo le parti un’ingenuità generale nei confronti della Vita, ma poi reciprocamente la presunzione da una parte, o i sentimenti d’inferiorità dall’altra.
* * *
So long, I am around…
Seguiranno la 2a e 3a parte
B. Dopo i preliminari (seconda parte)
Siamo giunti al problema della scelta dei semi.
È importante sapere in che direzione vogliamo dirigerci e quella che vogliamo evitare: desideriamo dei porri, dei cavoli e delle melanzane, o magari pomodori, lattughe e asparagi, si fa per dire, o al limite ci decidiamo per lasciare che le cose assumano in modo noncurante il loro corso, infestando magari progressivamente l’orto di erbacce: perché coltura o cultura significa curare, non trascurare!
Deciso, scelto, preparato il terreno, dobbiamo seminare, o al limite immettere nel terreno seme per seme o piantine preparate da altri orticoltori nei loro vivai, salvaguardando una certa continuità, indicandoci la via, facilitandoci il percorso, accompagnandoci almeno per un pezzetto di strada.
Ma poi in ogni modo dobbiamo continuare da soli…
Certo: strada facendo magari qualcuno ci darà un consiglio, una mano, magari no: comunque sia il percorso vero e proprio ce lo dobbiamo sudare noi stessi: esiste una perifrasi del “sudare 7 camicie”, forse per descrivere lo sforzo necessario per prevedere, progettare, trasformare “7 possibili, virtuali o reali erbacce in piantine commestibili”, il medievale, ma pur sempre attuale processo di trasformazione dei “vizi in virtù” e non il contrario!
Quindi in termini del passato: “sudare una camicia e quindi il 7” per trasformare in virtù ognuno dei “7 peccati classici”, ossia 7 delle nostre debolezze, manchevolezze, dei nostri travisamenti fondamentali (vedi pure il “testo dell’Albero attribuito ai Rosacroce”, molto probabilmente del XVI° – XVII° secolo e, per chi non lo dovesse conoscere ma lo desidera, lo può trovare nelle “Monografie” di questo blog).
I semi o le piantine in divenire vanno introdotte nel terreno con cura: a parte il fatto che anche il terreno, la sua consistenza¸ va considerata con attenzione per poter decidere a quale ortaggio si adatta, o viceversa, facendo attenzione agli allineamenti, alle distanze, alla profondità, magari anche al livello dell’acqua del sottosuolo a seconda della regione in cui ci si trova.
Una volta ben riposte, il terreno va innaffiato, talvolta protetto da visite indesiderate, magari ladruncole e-o nocive: le erbacce per esempio vanno tolte quando sono ancora esili, in modo che non possano rubare luce, acqua, aria, nutrimento alle piante da noi scelte e quindi per cominciare vanno accudite nella dovuta misura, senza dimenticare certi insetti e-o uccelli (in breve: meccanismi, stati controproducenti, sia nell’orto che nella personalità e il suo rapporto con la Vita in toto).
Il divenire iniziale è per principio fragile (“ogni inizio è difficile” dice giustamente il proverbio), fintantoché il processo non si è almeno un po’ assestato: quindi l’attenzione dovrà essere maggiore, ciò che ovviamente non vuol dire che successivamente potrà essere assente o carente, ma forse potrà risultare meno pressante, tensiva, costrittiva.
Attenzione all’acqua: né troppa, né troppo poca, come per il “nutrimento” e l’aria di cui va arricchito il suolo, ammorbidito con la rastrellatura e la sarchiatura al momento voluto.
Non va dimenticato che questi apporti sono necessari e senza i quali sia l’orticoltura che l’androcultura (quest’ultima con il “nutrimento informativo”, quello conseguito con le esperienze, la raccolta di dati e la loro elaborazione), non potranno riuscire a crescere e portare i frutti desiderati, di cui si ha effettivamente bisogno per portare avanti la nostra esistenza ed infine, se tutto procedere nel modo auspicato, anche la nostra vita essenziale, spirituale (che non va confusa come quando i francofoni affermano: “avoir ou ne pas avoir de l’esprit”, “c’est une pièce pleine d’esprit”, “c’est un homme qui a de l’esprit”, “je croiais que c’etait une gourde, mai en fin de compte elle a de l’esprit”, “elle n’est pas seulement belle, mais elle a aussi de l’esprit” , ecc.)
Ciò che intendo per vita essenziale, spirituale, e suppongo che solitamente non sia troppo cercare di riformularlo in un modo o in un altro, ricordando il trampolino che, come le riformulazioni, ci permette di avvicinarci all’acqua, ma che per entrarvi bisogna poi fare l’ineluttabile “salto qualitativo”: l’essenzialità dunque può esprimersi molto bene nella “meditazione” (di cui apparirà prossimamente pure una “Monografia”) nell’esercizio della “respirazione” detta il “Mantice” (che potrei eventualmente descrivere a chi lo desidera), perché l’Universo “respira”, olisticamente parlando, con la sua espansione e contrazione perpetua, ossia l’Universo definito attualmente “pulsante o anche oscillante” che, a livello umano, ritroviamo nell’attività cardiaca, circolatoria, respiratoria, nel nascere e morire e quant’altro, certamente non a caso e che si propaga in diverse forme e misure a tutti i livelli.
In questo passaggio non descriverò i “dettagli tecnici” dell’esercizio del “Mantice”, ma mi limiterò a dire che si tratta di un esercizio di respirazione che simbolizza e tiene conto della globalità dei nostri rapporti e scambi con la Vita, attraverso i diversi aspetti nei quali può essere differenziata: non divisa, scissa, perché differenziare non significa scindere, bensì essere consapevoli delle differenze, ossia che una cosa, un evento, un punto di vista non è uguale a un altro, trattandosi di uno stato fondamentalmente unitario.
1. Da un lato che tiene conto dell’aspetto naturale, “fisico, materiale, corporeo”, che ci accoglie, circonda, ma pure che “siamo”: com’era solito affermare (e lo ripeto volentieri vista la sua notevole personalità), Karlfried Graf Dückheim a proposito del nostro corpo;
2. dall’altro lato quello “mentale, sentimentale, comportamentale”, ossia psicosociale che ci caratterizza abitualmente in tanto quanto esseri umani;
3. infine quello “autenticamente ideologico-culturale che può sfociare nella spiritualità” (e non nel limitante dogmatismo), ossia nell’integrazione armoniosa dei vari aspetti, e preferisco ripetere, non scissi tra di loro, ma differenziabili nella loro manifestazione della vita quotidiana, realizzazione decisamente più rara di quelle precedenti (punto 1 e 2)!
Da qui l’importanza “dell’aerazione”, perché rappresenta la via dello scambio e con ciò quella del rinnovamento delle forme e di conseguenza della “sopravvivenza generale della Vita in tutti i suoi aspetti” !
Senza questi scambi, senza queste trasformazioni energetiche, credo che la vita sia impensabile, impossibile…e non sono soltanto io nella minuscola compagnia di me stesso ad ipotizzarlo: vedi per esempio Stéphane Lupasco, filosofo delle scienze rumeno ed il suo testo magistrale sulla “Tragedia dell’energia”, (Ed. Paoline), a rendercelo più comprensibile! (Temo però che questo testo, del 1973, non sia più in catalogo, anche se la libreria lo sta ricercando in un qualche loculo dimenticato, proprio attualmente! Ma finora sono rimasto senza notizie, ciò che significa la non disponibilità del testo).
* * *
So long, I am around…
Seguirà la 3a ed ultima parte
C. Crescita e Raccolto (terza ed ultima parte)
Parallelamente alla semina e alle correlate operazioni necessarie per assicurare lo sviluppo dei semi e la rispettiva crescita, c’è un fattore che non va dimenticato e che apparentemente non sembra avere nulla a che fare con quanto progettato, vale a dire con un raccolto soddisfacente (leggi pure: crescita e maturazione personale!)
Si tratta del fattore tempo (il tempo che fa e il tempo che scorre).
Però non si tratta di un’entità vuota, priva di eventi, anche se magari non dipendono più dai nostri interventi:
sul piano personale ha a che fare con il non voler forzare dei processi che non sottostanno alla nostra volontà, oppure che soltanto in minor misura possiamo influenzare, stimolare o attutire. Non puoi forzare la maturazione di un frutto sull’albero, se è verde e per esempio deve diventare rosso come un pomodoro o una mela, devi lasciar loro un certo tempo, anche perché sono necessari un quantitativo di irradiazione solare ed altri fattori che non sottostanno al nostro buon volere!
C’è, almeno per me un bellissimo detto di San Francesco d’Assisi che, attraverso i secoli, risuona pressappoco così:
“Modifica ciò che è modificabile, accetta ciò che non puoi modificare e prega Dio che ti dia la facoltà di saper distinguere l’una dall’altra cosa!”
Non va dimenticato che ci sono, come accennato, il sole ma pure il vento, la pioggia, le alterazioni climatiche con le temperature oscillanti, le erbacce, la visita di insetti più o meno favorevoli alla crescita e così via dicendo.
In altre parole: in tutti i processi di crescita e maturazione possono interferire o sollecitare, frenare o impedire, degli eventi imprevisti e imprevedibili che magari portano ad altri risultati che a quelli sperati, oppure li rendono più difficilmente accessibili di quanto progettato.
Ben inteso, questo non significa che bisogna arrendersi di fronte a questi “contrattempi”, bensì cercare ciò nonostante le misure necessarie per portare in porto al meglio i progetti, cosa che significa curare il nostro orto secondo le nostre possibilità, accompagnando al meglio lo sviluppo delle piantine ancora inizialmente esili, fragili, bisognose di assistenza.
I nostri tentativi evolutivi personali, inizialmente possono essere ancora poco o mal attestati, quindi richiedono parecchia pazienza, attenzione, dedizione e talvolta aiuto.
Questo vuole anche dire ricominciare da capo certe operazioni quali estirpare le erbacce, sarchiare, innaffiare, arricchire il terreno, oppure riassettare le aiuole, aggiungere qua e là dei bastoni a sostegno di certe piantine che vanno magari legate per poter crescere e portare dei frutti. Così come nei processi psicosociali bisogna ripetutamente rivedere certi punti di vista, certi comportamenti magari troppo esigui, quindi bisogna arieggiarli, nutrirli di considerazioni rinnovate, seguirne l’evoluzione per aggiungere nuove informazioni, correggerne la funzionalità, le finalità e così via dicendo.
In questo modo, passo per passo, tra pazienza ed interventi oculati, se la natura è stata clemente, per esempio non interferendo con grandinate o altre sue specialità da una parte, dall’altra puoi leggere: intemperie personali e-o relazionali.
Così si può giungere alle fasi del raccolto che, ovviamente non avvengono tutte contemporaneamente, ma si protraggono a secondo delle particolarità di ogni pianticina (di ogni individuo), nonché degli influssi esterni in tempi più o meno lunghi.
Così la trasposizione dei processi nel campo psicosociale, ma pure socioculturale diventa assai trasparente e facilmente interpretabile: ho raggiunto, abbiamo raggiunto i desiderati obiettivi, oppure abbiamo commesso delle manchevolezze, degli errori nel procedere lungo il nostro percorso evolutivo, quindi in futuro dovremo rettificare la mira se vogliamo “colpire nel centro” (- in media res -) o almeno nelle sue vicinanze!
Con i momenti del raccolto il processo non è concluso perché bisogna dedicarvi altrettanta attenzione, cura. Di nuovo, non ogni frutto o pianticina vanno raccolti allo stesso modo, perché anche loro richiedono modalità differenziate, stoccaggi e distribuzioni adeguati ed infine si tratta di prevedere la prossima stagione, dove le operazioni saranno più o meno le medesime ma, perché sono già state svolte l’anno precedente, non andranno trattate in modo meccanico, superficiale, qualunquista, di routine!
No, bisogna puntualmente “iniziare” i lavori, ricominciando da capo con la medesima cura, elevando se possibile, e dico bene se possibile, perché non sempre lo è per svariate ragioni, il livello qualitativo, per esempio a partire dalle manchevolezze, dagli errori commessi (come nella vita individuale e-o collettiva), noncuranti del fatto che si sono magari già ripetuti diverse volte:
le ripetizioni non devono indurre a svolgere le operazioni in modo meccanico, svuotate da un nostro “investimento ottimale”, dalla nostra “presenza di spirito” o con una certa indifferenza perché magari scoraggiati, soprattutto dagl’insuccessi iniziali:
lo scoraggiamento può innescare un susseguirsi d’insuccessi a causa del calo d’investimento che provoca
e quindi va preso in contropiede…
So long, I am around…
Fine terza e ultima parte
P.S. Ci sarebbe ancora una “piccola appendice” da aggiungere,
che farebbe più che altro parte dell’aspetto androculturale
e sarebbe “Il consumo del raccolto”,
ma di questo si può trovare alcune considerazioni nel post sull’Alimentazione,
all’interno della medesima categoria delle “Monografie”
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