L’Albero di Pasqua – favole, miti e leggende per adolescenti e adulti…(libricino di ca. 100 pag. form. tasc.)

Avvertenza

Poiché ci troviamo nelle vicinanze di Pasqua, desidero iniziare il mio blog con uno dei miei testi preferiti “L’Albero di Pasqua”, che non presenterò per intero, bensì soltanto “alcuni rami” in alcune puntate, poiché si tratta di capitoletti.

Poi, magari più avanti inserirò anche l’articolo che ho scritto sulla Pasqua e, en passant, qualche dettaglio autobiografico di presentazione, vedremo…

Comincio quindi con i primi capitoletti dell’Albero di Pasqua e molto probabilmente vi renderete già subito conto dell’aria che tira dalle mie parti, prima ancora di un qualche passo autobiografico.

B.  Sascha   Horowitz
L’ALBERO  DI  PASQUA
(favole,  miti,  leggende e racconti
per  adolescenti, adulti e anziani)

a mio figlio minore
Jean-Gabriel
pedagogista e docente
ormai adulto e padre da parecchio tempo

1.  P R A E S C R I P T U M
“Se non conosci un po’ te stesso,
difficilmente comprenderai le favole:
se cerchi di capire le favole,
forse riuscirai a penetrare di più in te stesso”

    Kung Chi
(XXVI° sec. dopo la nascita del Nobile Lao Tan)

     I N D I C E

  1. Dedica e Praescriptum
  2. Introduzione: “La Parabola del Pescatore”
  3. L’Albero di Pasqua (con Glossario)
  4. Il Diamante e il Carbone
  5. La Festa della Luce
  6. Zaïr e le Selve
  7. La Pietra quadrata e la Pietra a ciambella
  8. A Titolo di Prova
  9. Il Saggio Liu Ping
  10. Il meno Saggio Ciau Ting
  11. Av Alim, l’Imperatore del Regno dell’Est
  12. Andromèmicros
  13. Il Travaglio di Ratnan
  14. Le due Torri
  15. Ben Alchem e l’Angelo della Morte
  16. Crono e Rea
  17. Centolo e Carnevale
  18. La Grande Stella
  19. Batlan e i Briganti
  20. Conclusione: “La Relatività e il Dogma”, (o “La Bella e la Bestia”)
  21. Postscriptum: “Atto Unico”

2.  INTRODUZIONE

“LA PARABOLA  DEL  PESCATORE”

Per pescare, non è importante soltanto il pescatore, lo strumento con cui si pesca, o il pesce pescato (terzetto scontato anche se rilevante), mentre appare essenziale la domanda:
” Come ci si nutre e vive con il pesce pescato? “

Infatti:
1. si può pescare con le mani, la canna, la lenza, l’arpione, la nassa, diversi tipi di rete, con l’arco e le frecce, la fiocina, la tirlindana, la lampara, il fucile subacqueo o altre stramberie;

2. si può pescare di giorno o di notte, spesso, regolarmente, raramente, con il brutto o il bel tempo e via dicendo;

3. si può pescare nei laghetti di montagna, nei fiumi, laghi, mari, fiordi, vivai e altrove ancora;

4. si possono pescare pesci di ogni forma, dimensione, peso, colore e diversi gradi di bontà (anche se i migliori, nonostante certe precauzioni, possono deteriorarsi e imputridire!);

5. si può pescare con facilità e successo, con difficoltà e sfortuna (perdendo talvolta anche la vita o… l’anima);

6. si può pescare in compagnia di pochi, all’interno di un’associazione, di un’impresa di pesca industriale…eccetera, eccetera, eccetera;

7. si può pescare a partire da una sponda, immersi parzialmente in acqua, da un ponte, da una barca, da un peschereccio, sott’acqua e così via;

8. si può imparare dal padre, da un fratello maggiore, da un amico, da un esperto, da uno sconosciuto incontrato per caso sulla sponda di un corso d’acqua, da un bambino, dalla ditta presso la quale si è impiegati, da solo come autodidatta, oppure da un gruppo di pescatori competenti;

9. si può pescare più o meno bene con scarso o maggiore risultato, ad alto, medio o basso grado di abilità, a livello dilettantesco, turistico, sadico e così di seguito;

10. si può pescare in nazioni libere, aperte e democratiche, dove i pesci hanno spazio e i dovuti diritti di sguazzare nelle acque territoriali, oppure si può pescare in stati chiusi, dittatoriali o teocratici, dove i pesci languiscono di nostalgia per gli orizzonti vasti e le acque profonde.

Si potrebbe proseguire a lungo, facendo il giro del mondo delle innumerevoli possibilità che la vita ci propone; ma in ogni modo rimane fondamentale la nostra risposta effettiva al quesito iniziale:

” Come si cresce e matura, nutrendosi con il pesce catturato? “

*      *      *

APPENDICE  ALLA  PARABOLA  DEL  PESCATORE

1.  C’è chi lascia imputridire il pesce pescato, vuoi per negligenza,
per ignoranza, per indifferenza, per pigrizia, per disprezzo e tant’altro.

2.  C’è chi non lo sa cucinare, improvvisa, sbaglia perché non è assai esperto
e non vuol farsi aiutare per orgoglio, o per il desiderio di valorizzare la propria
ma illusoria autonomia

– So long, I am around…


 *        *        *


3.  L’ALBERO  DI  PASQUA

C’era una volta un enorme albero su un’isola dell’Oceano Pacifico (Oceano chiamato così, perché gli uomini lo desideravano tranquillo, mentre spesso era molto ma molto agitato!)

L’albero era veramente grande e i suoi rami sembravano perdersi nell’immensità del cielo di quel vastissimo Oceano. Ovviamente non era un baobab, una sequoia né un cedro dell’Atlantico o del Libano e nessuno capiva che cosa fosse veramente, perché tutto sommato e a guardarlo bene, sembrava una specie di combinazione di questi maestosi alberi e di altri ancora.

Certi individui, un po’ troppo ligi ai concetti della botanica, lo avrebbero forse classificato come un mutante, ma lo sarebbe stato per davvero, anche se definito così da un collegio di esperti? In ogni modo, l’albero era lì, ben piantato a mezza costa di una grande montagna, situata più o meno nel bel mezzo dell’isola.

Da tempi immemorabili la chiamavano “La Montagna dei Miracoli”, ma nessuno ne conosceva le ragioni.
In realtà non si era mai sentito parlare di miracoli, eppure tutti continuavano a chiamarla così.

Per questo i più risoluti vollero ribattezzarla con il nome di un qualche illustre concittadino del passato, ma tutte le interminabili discussioni sfociarono in un nulla di fatto e non si riuscì a trovare un accordo, perché ogni delegato voleva far prevalere quello scelto dalla propria fazione. Pur sentenziando nel comunicato conclusivo che il soprannome attuale fosse privo di qualsiasi fondamento storico e scientifico, mantennero quanto tramandato dagli antenati.

D’altronde, così come nessuno sapeva a che specie apparteneva quell’albero unico nel suo genere, altri esperti non riuscirono a valutarne l’età, ragione per cui il tutto rimase un mistero!

Tuttavia era sempre lì, ben piantato sui fianchi della “Montagna dei Miracoli”, rivolto da un lato verso valle e gli esseri umani con le loro innumerevoli e complicate storie, le loro ambizioni e le loro zizzanie, dall’altro lato verso la vetta che si perdeva nel cielo, di cui c’era chi affermava che ogni tanto sembrava “innevata” anche fuori stagione, altro fenomeno di cui non si capivano le cause.

Era forse quello il miracolo?

Mentre gl’instancabili esseri umani, più o meno specializzati, si ponevano i loro inutili interrogativi, il misterioso albero sognava un suo vecchio sogno: “che un giorno gli esseri umani potessero superare i loro malintesi, dissensi e scontri (insomma le loro svariate battaglie con le interminabili sofferenze che provocavano!) negoziando la pace ai piedi del suo tronco, nella fresca ombra del suo generoso fogliame!”
Ma quel nostalgico desiderio sembrava perdersi nel nulla…

Dopo tanto sognare (la tradizione non ci dice se era veramente sogno o realtà, ma poco importa), le radici dell’albero uscirono dalla terra aggrappandosi alle asperità del suolo come i tentacoli di una piovra gigante, trasportandolo con straordinaria velocità quasi volasse raso terra, fin sulla vetta della “Montagna dei Miracoli”. Lassù, le radici s’immersero nel terreno, ridando la voluta stabilità all’albero che assomigliava a un gran vessillo con i rami che si perdevano tra le nuvole.

Allora accadde qualcosa di strabiliante:
a poco a poco emersero dal fogliame tantissime uova bianche, come se fossero degli occhi attoniti che scrutavano i dintorni, mentre i rami si piegavano fino a terra per deporre il prezioso carico. Altre uova apparvero e altre ancora, deposte con cura dai flessibili rami, finché la vetta della montagna sembrò innevata, tant’è che in valle, un bimbo, portato dalla mamma sul vasetto, passando davanti alla finestra esclamò:
– Oh mamma…sulla montagna è caduta la neve…e nel mezzo sta un grande albero!
Ma la madre passò oltre, pensando che il suo piccolo stesse parlando a vanvera nel dormiveglia.

Poi, come per una misteriosa e tacita intesa, giunsero da tutte le parti un’infinità di canguri e mentre la madre riportava a letto il figliolino, questi, ripassando dinanzi alla finestra, esclamò:
– Oh mamma…i canguri…ma quanti, quanti!
La mamma non si attardò per guardare, supponendo che il suo piccolo, già addormentato, straparlasse nel sonno.

I canguri, con estrema agilità e fino all’alba, riempirono i loro marsupi di uova, per disperdersi nelle varie direzioni della rosa dei venti, finché l’ultimo scomparve all’orizzonte a grandi balzi, cavalcando le correnti eoliche. Dopo di che, si udì un assordante frastuono e l’isola sprofondò nel mare.

Le moderne ricerche oceanografiche ipotizzano che questo fenomeno sia avvenuto a meridione dell’isola di Pasqua, dove non esistono più terre. Nessuno però ne è certo e forse proprio per questa ragione la terraferma situata più a nord fu chiamata così, perché pare che questo straordinario evento fosse avvenuto proprio attorno al periodo pasquale.

Infatti, ciò che si sa con certezza è che l’indomani mattina, in diverse parti del mondo, i bimbi che si recarono nei giardini, parchi o boschi, trovarono tante belle uova bianchissime che portarono a casa per dipingerle con i colori dell’arcobaleno.

L’espressione del volto degli adulti che mangiavano quelle uova diventava sempre più raggiante e inoltre si comportavano con i loro simili (bambini compresi), con maggiore pazienza e affabilità, ascoltandoli attentamente per evitare i soliti malintesi. Per di più, tentavano di rappacificare chi non poteva fare a meno di combattersi, riuscendo ogni tanto a riconciliare nonché a rinsaldare i legami tra coloro che dimostravano un minimo di tolleranza, disponibilità e buona volontà.

Tuttora ci sono delle voci che raccontano la storia di un’isola misteriosa che riaffiora ogni tanto sulla superficie dei mari attorno al periodo pasquale, mentre in cima alla montagna principale appare un albero stranissimo che sembra innevato.

Poi tutto scompare di nuovo, come se si trattasse di un miraggio, ma il giorno seguente, in varie parti del mondo, si vedono sorridere molti individui che hanno appena mangiato delle uova trovate nella natura e dipinte dai bambini con i colori dell’arcobaleno…

*        *        *

N.B. Vedi nella pagina seguente anche il corrispondente “Glossario”, ossia alcune brevi spiegazioni a proposito dei simboli utilizzati, questo come esempio di come si potrebbero affrontare anche altri racconti che seguiranno.
P.S. Inoltre, se qualcuno desidera inviarmi una breve osservazione, oppure porre una domanda, può farlo al seguente indirizzo e-mail: [email protected]
Cercherò di rispondere al meglio, anche se non so se potrò farlo con tutti, perché dipenderà molto dal mio tempo, energie e dalla quantità delle mail in entrata. 

ESEMPIO  DI “GLOSSARIO”  POSSIBILE  E  APPROSSIMATIVO
PER  “L’ALBERO  DI  PASQUA”

Oceano: la vita in generale, quella spirituale in particolare.

Pacifico: l’aspirazione alla “pax hominibus bonae voluntatis”.

Isola: più o meno corrispondente all’oasi nel deserto, oppure al “paradiso terrestre”, stato privilegiato, centro spirituale.

Montagna: rappresentante della trascendenza, simbolo del processo di un possibile e graduale compimento dell’elevazione umana; luogo d’incontro armonizzante tra “terra e cielo”, tra gli aspetti contrastanti che travagliano l’individuo umano: le esigenze concrete, materiali e quelle interiori, ideali.

Albero: esponente della ciclicità cosmica, messaggero di una cultura polivalente.

Uovo: equivalente del seme e portatore dei dati creativi tramandati dalla vita e dalla cultura umana.

Canguro: corrispondente alla lepre (al coniglio) di Pasqua, emblema del rinnovamento, della proliferazione creativa interiore ed esteriore.

Bambino: immagine della semplicità, autenticità, purezza, trasparenza, dello stato d’innocenza (in cui non si nuoce, né a sé stessi né agli altri!).

Madre che non è all’ascolto: non fa lo sforzo di ricerca e di comprensione, come certe istituzioni e correnti ideologiche di tipo dogmatico di varia derivazione, vincolate alla loro visione immobile e limitante della vita, perciò in degrado e degradante.

L’isola che scompare, riemerge, si sposta: i cicli culturali che appaiono, scompaiono, si spostano e riappaiono in luoghi e tempi diversi, sotto forme e denominazioni varie, ma con le medesime aspirazioni fondamentali di umanizzazione e compimento dell’individuo  (anche se magari poi non ci riescono, o soltanto molto parzialmente).

Pasqua: momento privilegiato del rinnovamento, della rinascita interiore e dei cambiamenti esteriori.

Individui che mangiano le uova e sono gioiosi: i candidati alle trasformazioni costruttive, che utilizzano il passato per realizzarle e perseverano nei loro intenti sperando pure nella “Provvidenza”.

Arcobaleno: la molteplicità delle sfumature variopinte all’interno dell’unità esistenziale.

 – So long, I am around…

 *        *        *


4.  IL  DIAMANTE  E  IL  CARBONE

C’era una volta tanto tempo fa, in una cittadina d’Oriente (e se proprio lo volete sapere a Folthan nella provincia di Sunsimah), un mercante di diamanti che, oltre ad essere un irreprensibile mercante di diamanti, era umile e molto onesto.

Ma come spesso accade, soprattutto alla gente modesta e leale, viveva nella medesima cittadina un concorrente gretto, decisamente meschino che non lo poteva soffrire, perché Zadkin, così si chiamava il nostro incorruttibile mercante, era troppo integro per i gusti del suo rivale.
Quest’ultimo, di nome Einzedek, cercava periodicamente di danneggiare Zadkin con espedienti subdoli, poiché era afflitto da una mentalità assai contorta.

Dopo averne pensata una delle sue, passò davanti alla bottega di Zadkin con una carriola piena di carbone e con l’aiuto di un complice di sventura, che diede uno spintone al banco del mercante, fece in modo che i diamanti cadessero nel carbone, fingendo che si trattasse di un incidente puramente casuale, ma nella tacita e alquanto ingenua speranza che i preziosi fossero finalmente suoi, poiché alla fin fine si trovavano nella sua carriola, o fossero così anneriti, da diventare invisibili.

Il fattaccio avvenne durante un giorno di mercato e per fortuna, alcuni passanti videro cadere le preziose pietre nella carriola di Einzedek, in modo che non vi fu ombra di dubbio che appartenessero a Zadkin, anche se completamente annerite.
Senza lasciarsi turbare, Zadkin, rovistando diligentemente nel carbone, raccolse i suoi diamanti, li ripose in un angolo del suo banco e cominciò imperterrito a lucidarli accuratamente, finché ritrovarono il loro splendore iniziale.

Dopo di che continuò a svolgere indisturbato la professione di onorato mercante che vendeva con probità i suoi bravi diamanti.
Volete forse sapere se nonostante la figuraccia fatta, Einzedek continuò ad importunarlo?
Questo la cronistoria non lo dice, ma è molto probabile, perché esistono degli individui che non riescono a liberarsi da certe debolezze, neppure se conducono alla propria rovina!
Quindi è ancora in sospeso la morale del racconto che forse, come d’altronde per tante altre storie, sta al lettore di cercare, trovare e concretizzare.

Per gli appassionati di favole, miti o altre metafore, non è il caso di essere sempre troppo reticenti (già faticano così, senza porre loro ulteriori rompicapo!)
Tra le tante conclusioni a cui si è giunti, accogliete la seguente (e siete pregati di non scordarla, anche se a prima vista vi sembra un po’ semplicistica), perché potrebbe esservi utile oggi stesso oppure in futuro:

 “anche se cade nel carbone, un diamante rimane pur sempre un diamante” !

– So long, I am around…

*         *         *


6.  ZAÏR  E  LE  SELVE

Un mattino di primavera, molti secoli or sono, un giovane pellegrino camminava con fatica attraverso un’impervia regione del nostro pianeta, deluso dai suoi simili per la loro furbizia, ambiguità, scorrettezza, avidità e violenza.
Voleva lasciarseli definitivamente dietro le spalle e, dopo un lungo e gravoso percorso, attraverso una grande e intricata Selva, giunse sul calar del sole a una radura, dove scorse una modesta ma solida capanna.
Era stanco, affamato e infreddolito. Zaïr bussò alla porta e gli aprì un vecchietto dall’espressione guardinga.
– Che cosa desideri? chiese con garbo.
– Dapprima entrare per rifocillarmi e riposarmi un poco, rispose il giovane educatamente e subito dopo precisò le sue intenzioni aggiungendo che stava cercando la Saggezza e, ammesso che fosse possibile, delle informazioni un po’ esaustive.
– Qui troverai un focolare e una minestra che ti scalderà e sfamerà, un giaciglio per riposare…in quanto alla Saggezza che stai cercando, dovresti dirmi di più, perché da queste parti non se ne sente parlare spesso! aggiunse un po’ laconicamente il vecchio.
– A dire il vero, anch’io non so molto, ma ho sentito dire che vale la pena di cercarla, dichiarò il giovane.
– Ah, fece il vecchio incuriosito, e perché mai?
– Pare che renda l’individuo più umano, concluse Zaïr.
Ma il vecchio non desistette:
– E cosa vorrebbe dire più umano?
– Comprensivo, rispettoso, equo, solidale, collaborante, più…, ma il vecchio lo interruppe:
– E finora, quante Selve hai esplorato?
– Quella che ho dietro le mie spalle, asserì il giovane.
– Allora entra, scaldati, sfamati, riposa un poco e poi continua a cercare, perché per trovare quello che t’interessa, ne dovrai ancora attraversare di Selve..!

“Se pensi di avere trovato la pietra filosofale, ignorala e continua a cercare”

(parafrasi di un detto Zen)

So long, I am around…


7.  LA  PIETRA  QUADRATA  E LA  PIETRA  A  CIAMBELLA

C’era, tanto tanto ma proprio tanto tempo fa, da qualche parte, molto molto ma proprio molto lontano, un placido orto con diversi sentierini ben congegnati, fatti di piastrelle ben squadrate e allineate con esemplare regolarità.
Tutto in quell’orto era tranquillo e si svolgeva a dovere, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Quando una piastrella si muoveva dal suo posto o si sgretolava, veniva immancabilmente sostituita o riposta a regola d’arte, in modo che tutto fosse e rimanesse ben ordinato!

Ma durante una meravigliosa notte stellata di primavera, successe proprio lì qualcosa di straordinario che scompigliò assai l’ordine stabilito delle cose, perché in quell’orto così pacifico, cadde niente meno che un piccolo meteorite. Oltre a ciò non era un meteorite qualsiasi, bensì di quelli a forma di grosso disco fatto a mo’ di ciambella, con un cerchio interno ben vuoto!
Guarda caso, cadde proprio sull’estremità settentrionale dell’orto, in coda ad uno dei sentierini di piastrelle ben quadrate che lo solcava da parte a parte. Al rumore del tonfo l’ultima piastrella, che dormiva profondamente, sussultò svegliandosi di soprassalto:

– Come, cosa, chi va là? chiese mezza addormentata e confusa…, cosa è successo, cosa succede? aggiunse preoccupata.
Il meteorite-ciambella, pure scosso dalla caduta, ma ripresosi rapidamente, la tranquillizzò, parlandole in buon ortolese:
– Calmati, calmati, sono soltanto io, non agitarti, non è successo proprio niente di grave: sono caduto dal cielo!
– Dal cielo! esclamò la piastrella, ma da dove?
Il piccolo meteorite ammiccò verso l’alto, mostrando un lumicino lontano, lontano, ma proprio stralontano.
– Ah! sospirò la piastrella non riuscendo a dire altro.
– Il viaggio è stato un po’ lungo, ma forse ne è valsa la pena, proseguì il meteorite,…dove siamo?…
chiedendolo però a bruciapelo come qualcuno che finge di saperlo, ma che in verità poco o nulla sa.
– Sulla terra, il Pianeta Azzurro, riprese la piastrella.
– Ah! fece a sua volta il meteorite, ricomponendosi subito, perché non voleva sembrare troppo sorpreso.
– Ma.., proseguì, …allora c’ è tanto da vedere e scoprire qui intorno!
– Sarà, annuì la piastrella, ma a dire il vero, fuori da quest’orto non sono mai stata e non saprei…
– Vuol dire che andremo a vedere! continuò con aria intraprendente il meteorite.
– Ma non posso, s’impuntò la piastrella, devo rimanere, ho un compito da assolvere e, anche se volessi, essendo quadrangolare non riuscirei a rotolare come potresti fare tu…scommetto che mi bloccherei ad ogni quarto di giro e poi avrei paura, perché in fin dei conti non ho mai provato!

A questo punto s’interruppe, un po’ sorpresa di sé stessa, perché così tante parole di filato non le aveva mai dette a nessuno: qualcosa doveva cominciare a…srotolarsi, almeno dentro di lei.
– Spostarci non è un problema, ripropose imperturbabile il meteorite, ti inserisci nel mio cerchio, tenendoti saldamente e così rotoliamo insieme…!
Una proposta simile alla piastrella non era mai stata fatta:
– Ma..! cercò di obiettare, frenata dai propri dubbi e scrupoli, dal suo senso di dovere e soprattutto dalle sue paure.
– Niente ma.., interferì il meteorite, bisogna cogliere l’opportunità quando c’ è: lassù da noi si dice “Carpe diem…”
– Anche da noi l’ho già sentito dire…, intervenne la piastrella.
– Allora? insistette il meteorite.
– Allora.., esitò ancora come si addice a una piastrella ben quadrata, poi d’un tratto, e fu la prima ad esserne sorpresa, perse il controllo e sussurrò:
– Ma sì…andiamo…poiché albeggia..! come se questo fatto fosse decisivo per l’avventura che stava per iniziare: s’inserì quindi nella “ciambella” e via, cominciarono a rotolare con foga.

– Che bello! esclamò la piastrella, non sono mai riuscita a rotolare; così il mondo è tutt’altra cosa!…Però attento, mi sembra che viaggi un po’ forte e alquanto sbadatamente, osò insinuare la piastrella che non voleva perdere tutte le sue buone abitudini.
– Non preoccuparti, so rotolare, d’altronde è tutto ciò che so fare…
Il meteorite non riuscì ad aggiungere altro perché‚ volendo parlare del suo pianetino lassù, gli sfuggì un ciottolo piuttosto grezzo che si trovava nel bel mezzo del sentiero.
Inciampò, se così si può dire, o meglio deviò, cominciando a rotolare vertiginosamente lungo un impressionante vallone:
– Aiuto, aiuto! fece in tempo a gridare la piastrella, prima di cadere in un pantano, mentre il meteorite
(e come può capitare ad una “ciambella” un po’ tropo sicura di sé), andò a sbattere contro un albero, infilandosi su uno dei rami inferiori, rimanendo tramortito per alcuni istanti.

Uno scoiattolo che passava di lì per caso, fece il buon samaritano: dapprima trasse d’impaccio la piastrella tirandola completamente a riva, visto che un angolo vi si era già adagiato; staccò poi dal ramo il meteorite-ciambella, riponendolo sul suolo erboso del bosco.
– Come va? chiese un po’ dispiaciuta la piastrella.
– Grazie, mi sento…un po’ ammaccato, rispose il meteorite che non voleva ammettere di non stare tanto bene! Scrutandosi a vicenda, scoprirono che la piastrella aveva perso un angolo e il meteorite un pezzo di calotta.
– Come faremo a proseguire? inquisì subito preoccupata la piastrella, e soprattutto come riusciremo a tornare nel mio orto?
– Non saprei, intervenne lo scoiattolo, ma potrei chiedere consiglio al mio vecchio amico gufo, lui sa tante cose!

Scomparve come una saetta tra gli alberi e tornò poco dopo con il suo carissimo amico, un po’ assonnato: difatti voleva andare a dormire poiché spuntava il sole, ma ciò nondimeno seguì lo scoiattolo e, dopo averli squadrati da cima a fondo, borbottò sbadigliando:
– Ma, siete proprio ammaccati e conviene farsi riassettare dai maestri artigiani che vivono ai margini del Grande Bosco, sto parlando dei fratelli scalpellino e piastrellista: loro sì che ci sanno fare e vi rimetteranno a nuovo in meno che non si dica! concludendo il suggerimento con un altro enorme sbadiglio.
– Ma come li raggiungeremo, poiché non riesco più a rotolare se non con gran fatica? chiese il meteorite molto ma molto meno sicuro di prima.
– Vi portiamo noi…, anticipò una lepre che aveva assistito alla scena mentre passava di lì con una gerla sulle spalle, perché doveva andare a prendere delle uova da dipingere per la Pasqua imminente.
– E il gufo ci aiuterà, aggiunse deciso lo scoiattolo.

Erano animaletti di poche parole, ma le cose che dicevano, le facevano.
Il gufo esitò ancora un istante perché aveva sonno e non era abituato a volare di giorno, ma infine si decise e, mettendo in azione i suoi artigli, afferrò la ciambella-meteorite, la lepre ripose la piastrella nella gerla e tutti quanti si mossero con impegno, accompagnati dallo scoiattolo che mostrava la strada.
Egli conosceva molto bene i maestri artigiani che ogni tanto gli riservavano qualche buon boccone.

Quasi senza fermarsi, sul calar del sole, giunsero al margine del Grande Bosco nei pressi della casa, deposero i compagni di sventura facendo di proposito un tale baccano che i due fratelli si affacciarono alla porta:
– Ma che cosa succede? esclamò mastro scalpellino.
– Ma guarda un po’ soggiunse il piastrellista, vedendo il meteorite e la piastrella ammaccati.
– Qui bisogna fare qualcosa, non possiamo lasciarli così! conclusero all’unisono, avendo afferrato al volo la situazione. I due artigiani portarono i malandati nell’officina, mettendosi immediatamente al lavoro, e chi con la squadra, chi con il compasso ridisegnarono con molta precisione angolo e cerchio, aggiunsero i pezzi mancanti, rimettendo in sesto i due infortunati e questi, con i dovuti riguardi, furono ospitati durante la notte vicino al camino acceso.

All’alba, ringraziati a dovere gli artigiani, i due compagni si rimisero in moto, ma con molta prudenza: la piastrella inserita nel cerchio interiore del meteorite si teneva saldamente, mentre quest’ultimo rotolava sì allegramente, ma con molta più attenzione e cura di prima. Dove stavano andando?
La sera precedente avevano udito i due fratelli parlare della reggia di un Re Saggio ad oriente del Grande Bosco, dove al centro del Castello si stava costruendo un’Arca Meravigliosa.
Il meteorite e la piastrella erano rimasti affascinati dall’idea di farne parte, soprattutto quando erano venuti a sapere che, per costruire quel capolavoro, si cercavano dei collaboratori fidati e ben motivati.

Quasi senza concedersi soste, i due si addossarono i disagi e le fatiche del lungo ed intricato viaggio per poter partecipare a quella straordinaria opera: il primo dimentico del suo lumicino stralontano lassù nel grande cielo stellato, la piastrella invece, anche se con un qualche piccolo rimorso, più o meno noncurante del suo bell’orto tranquillo, tranquillo..!

Ci saranno riusciti?
La favola non ce lo dice con certezza, ma c’ è chi sostiene di averli visti inseriti in un punto centrale dell’Arca!
La morale della vicenda?
Per la realtà recepita dai sensi potrebbe essere alquanto semplice, come per esempio:

– Affinché ciò che potrebbe essere utile lo sia per davvero, si dovrebbe almeno cercare di utilizzarlo secondo le sue regole…

Ma…le cose semplici…!

*        *        *

– So long, I am around…


 8.  A  TITOLO  DI  PROVA

Molti anni or sono viveva un giovane, ansioso di entrare a far parte di un Tempio Unitista con l’intenzione d’imparare a percorrere la Grande Via, alla quale avevano accennato i padri dell’Unitismo Originale: Uong-Tze, Duin-Tze e Trem-Tze.
Decise perciò di bussare alla porta di uno dei Monasteri della Provincia Meridionale che alcuni amici gli avevano particolarmente raccomandato.

Si mise in viaggio e, dopo uno scomodo e complicato tragitto, fu accolto alla porta del Monastero da un custode che lo squadrò con una certa diffidenza:
– Che cosa vuoi? gli chiese a bruciapelo.
– Entrare per far parte della vostra Onorata Cerchia, disse con rispetto il giovane, chinandosi profondamente.
– Come mai? continuò imperterrito il custode.
– Perché vorrei percorrere con voi la Grande Via!
– Quale Grande Via? gli chiese all’improvviso il custode.
Peh Wen Chang, così si chiamava il giovane, esitò qualche istante:
– Quella di cui parlano i vostri Grandi Saggi!
– Noi non abbiamo dei Grandi Saggi…, lo contraddisse il custode.
– I nostri Grandi Saggi, si corresse Peh Wen.
– Ah, fece il custode un po’ meno incalzante…, aspetta, vado a informare e informarmi…
– Però, aggiunse Peh Wen Chang, vorrei sapere se non sarebbe possibile entrare dapprima “a titolo di prova”…sa, non vorrei “comperare il cucciolo nel…”, ma non potè concludere il famoso detto nella sua versione orientale, perché il custode, dopo avergli ripetuto un po’ seccamente:
– Aspetta, vado ad informare e informarmi…, poi gli chiuse il Grande Portale in faccia.

Era un mattino di primavera dell’anno 2568 dopo la nascita del nobile Uong-Tze e il giovane si sedette su una grossa pietra a nord del Grande Portale, in attesa di una risposta. Le ore passarono ma il Grande Portale rimase chiuso, come lo rimase durante le ore pomeridiane. Peh Wen aveva sentito parlare di queste attese, ma non s’immaginava che potessero essere così fastidiose.
“Come mai dovevano consultarsi così a lungo?” si chiese ripetutamente senza trovare una risposta soddisfacente.

Al tramonto, il Grande Portale si aprì e ricomparve il medesimo custode:
– Puoi entrare, disse come qualcuno che non ha tempo da perdere.
Peh Wen Chang entrò esultante, sicuro di essere ammesso, ma non ebbe il tempo di fare un giro su sé stesso per guardarsi intorno che il custode tuonò:
– Ecco, per oggi basta, torna domani, aprì il Grande Portale che aveva appena socchiuso e con un gesto significativo lo pregò di uscire.
Peh Wen Chang se ne andò alquanto confuso e deluso pensando:
“questa proprio non me l’aspettavo…mettermi alla porta così tardi, sul calar del sole..!”
Cercò un giaciglio in un luogo protetto, passandovi una notte alquanto insonne e irrequieta.

All’alba, ancora intirizzito, stanco e affamato, ma soprattutto incuriosito e desideroso d’insistere nel suo intento, si recò di nuovo al Monastero. Riapparve l’inevitabile custode:
– Hai mangiato? gli chiese senza neppure salutarlo, come se continuasse il discorso del giorno precedente.
– Non ancora, rispose alquanto intimidito il giovane.
– Allora entra…, e condusse Peh Wen nel refettorio dove, tra i monaci, c’era un posto libero con un piatto di miglio fumante.
– Ecco, mangia…! Il giovane si sedette e portò alla bocca un cucchiaio della pietanza offertagli, tuttavia riuscì appena ad inghiottire i primi bocconi, perché subito echeggiò la voce del custode:
– Vieni, seguimi! e di fretta ricondusse Peh Wen Chang fuori dal Monastero.

Il giovane non sapeva più che cosa pensare: era stanco, affamato e irritato perché si trovava al punto di partenza.
Alquanto scoraggiato, si adagiò sul prato antistante al Tempio all’ombra di un grande albero e si addormentò. Quando si svegliò era già pomeriggio. Peh Wen, tenace come sono talvolta i giovani, non si dette per vinto e ribussò al Grande Portale. Riapparve l’ormai immancabile custode, squadrandolo da cima a fondo come se non l’avesse mai visto:
– Allora…?
– Non potrei partecipare ai vostri studi? osò chiedere questa volta, prendendo il suo coraggio a tre mani.
– Ai nostri studi? fece il custode piuttosto sbigottito, aspetta…vado a informare e a informarmi.
Tornò dopo pochi istanti:
– Vieni, gli disse con il solito fare tagliente e introdusse Peh Wen in una grande sala semi illuminata, assegnandogli un posto tra altri giovani su una lunga panca orientata verso la Stella Polare e intimò:
– Siedi!
Un monaco cominciò a leggere uno degli aforismi di un sacro testo:

“Antecedente al cielo e la terra
c’ è qualcosa d’imperscrutabile e perfetto,
d’imperturbabile, unico e perenne…”

A quel punto, un vecchio monaco che se ne stava seduto tra le due file dell’assemblea, fece un gesto con la
mano e la lettura fu interrotta: il custode si avvicinò a Peh Wen pregandolo di uscire e, riaccompagnandolo fuori dal Tempio, aggiunse:
– Torna un’altra volta!
Peh Wen Chang era esasperato e non sapeva più che cosa dire. Anche se per istinto se ne sarebbe voluto andare, il suo intuito gli suggerì di rimanere. Si sedette quindi sul sasso del giorno precedente e cominciò a riflettere: “forse ci si stava prendendo gioco di lui!”
Aveva sentito raccontare di monaci con usi e costumi un po’ strani, ma in quella precisa maniera la cosa gli sembrava alquanto inverosimile.

Continuando a riflettere, giunse alla conclusione che, sebbene la situazione gli sembrasse molto strana, non era ancora il caso di abdicare e di conseguenza ribussò al Grande Portale.
– Che cosa vuoi ancora? riprese il custode senza abbandonare il suo modo scostante.
– Parlare con il Superiore!
Non l’avesse mai detto.
– Con il superiore? Quale superiore? Qui non c’ è nessun superiore e tagliò per un momento il fiato in gola a Peh Wen Chang che però non si lasciò disarmare dall’irruenza del custode:
– Con il Responsabile, rettificò Peh Wen sottolineando il suo dire.
Ma apparentemente non c’era nulla da fare:
– Qui siamo tutti responsabili! tagliò corto il custode.

Eppure il giovane non volle cedere:
– Ci sarà pure qualcuno con il quale io possa parlare a tu per tu!
– E io non sarei un “tu”?
Il custode stava spingendo la pazienza di Peh Wen all’estremo, ma se ne accorse in tempo e ammorbidì il tono di voce:
– Aspetta ancora un attimo, vado a informare ed informarmi…
Chang non riuscì ad andare oltre i suoi primi pensieri che stavano diventando decisamente critici e soprattutto negativi nei confronti della confraternita, perché il custode riapparve:
– Vieni, e Peh Wen lo seguì alquanto sfiduciato in una saletta soffusamente illuminata, dove questi lo lasciò solo e in piedi davanti al vecchio che Chang aveva già notato nella Grande Sala.

– Volevi parlarmi? chiese tranquillamente e con voce pacata.
– Sì, rispose Peh Wen, vorrei capire che cosa sta succedendo!
– Ecco, proseguì il monaco con la medesima calma di prima, volevi parlarmi, ora mi hai parlato e quindi ti faccio riaccompagnare alla porta del Tempio!
– Ma no, ma no! esclamò Peh ribellandosi all’idea di un ripetersi delle precedenti scene, aggiungendo immediatamente:
– Vorrei parlarvi sul serio, esaurientemente!
– Ah! fece con interesse il vecchio che sembrava molto saggio, e di che cosa vorresti parlarmi?
– Prima di tutto di questo strano trattamento, poi…, ma non riuscì a concludere la frase perché fu di nuovo interrotto:
– Non eri tu che avevi chiesto di entrare “a titolo di prova”? Questa è la ragione per cui dapprima hai potuto provare ad entrare, poi hai potuto provare a mangiare il nostro miglio, in seguito hai potuto provare a ricevere uno dei messaggi del Nobile Lao-Tan e infine hai potuto provare a parlarmi!
– Ma non è così che intendevo…volevo dire…per un po’ di tempo…, riuscì ancora ad articolare Peh Wen Chang.
– Che cosa significa per te “provare per un po’ di tempo”? chiese il vecchio gentilmente, soggiungendo:
– Qui proviamo tutta la vita e non ci sembra che basti, cerchiamo instancabilmente la Via, cerchiamo di non sviare quando crediamo di averla trovata e se ci sembra di abbandonarla, se così si può dire, tentiamo di ritrovarla, di proseguire lungo il suo percorso che ormai sappiamo infinito!
Dunque per quanto tempo e che cosa vorresti cercare “a titolo di prova”?
Il giovane, ancor più insicuro di prima, non seppe cosa ribattere.

Il vecchio saggio si accorse del suo imbarazzo, gli sorrise con benevolenza, si alzò e lo invitò con affabilità:
– Se vuoi seguirmi…
Poco dopo, Peh Wen si ritrovò nella Grande Sala, seduto tra altri giovani, sulla lunga panca situata di fronte al simbolo della Stella Polare.
– Riprendiamo per il nostro giovane amico la lettura del venerabile testo, disse il saggio a uno dei monaci che così continuò:

“Antecedente al cielo e la terra
c’ è qualcosa d’imperscrutabile e perfetto,
d’imperturbabile, unico e perenne,
qualcosa che circola continuamente e instancabilmente,
qualcosa che si può considerare come l’origine del creato.
Non se ne conosce il vero nome,
ma noi la chiamiamo la “Via” e,
a causa del suo potente agire, la definiamo “Grande”;
grande significa procedere verso l’infinitamente lontano,
procedere verso l’infinitamente lontano
significa “tornare”.
Così:
“Grande è la Via e grande è il Cielo,
la Terra è grande e grande è pure il Nobile Saggio;
vi sono quindi quattro grandi cose nell’Universo
e il Nobile Saggio è una di queste.
La terra è quindi fondamento dell’Essere Umano,
il Cielo è fondamento della Terra,
la Grande Via è fondamento del Cielo,
ma trova in sé stessa le proprie fondamenta.”
(parafrasi dal Tao Te Ching)

Dopo la lettura, vi fu un grande silenzio e Peh Wen Chang sembrò turbato.
Il silenzio parve interminabile, dopo di che il vecchio saggio chiese all’onorata assemblea se qualcuno desiderasse commentare il sacro testo oppure ottenere delle chiarificazioni.
Mentre perdurava l’attesa, si poté notare una luce particolare negli occhi del giovane.
Aveva capito qualcosa? Gli si erano aperti nuovi orizzonti, nuove visioni riferite alla vita in generale, alla sua in particolare?

La cronistoria non ce lo dice e le testimonianze s’interrompono a questo punto, a lettura compiuta dell’insigne testo.
Non sappiamo perciò se Peh Wen Chang chiese qualcosa, se commentò, se rimase “a titolo di prova” o se rimase definitivamente.
Che cosa percepì, capì e realizzò, nessuno lo seppe mai veramente.
Però almeno una cosa sembrò certa:
quel luogo, quell’assemblea, quell’esperienza e quella lettura non rimasero senza impronta nella vita del giovane e furono decisivi per il suo orientamento…!
Infatti la morale della favola potrebbe essere:

“non puoi mai sapere in anticipo a che cosa o dove ti porta la Grande Via”

*      *      *

So long, I am around…


11.  AV ALIM,  L’IMPERATORE  DEL  REGNO  DELL’EST

C’era una volta, nel Grande Regno dell’Est, un Imperatore superbo al punto che i sudditi non osavano neppure guardarlo negli occhi, per paura di essere accusati di arroganza e puniti con la fustigazione pubblica o l’imprigionamento, i lavori forzati e persino l’impiccagione, secondo l’umore del tiranno!

Ma anche per lui si avvicinò la resa dei conti con l’Angelo della Morte e, quando avvertì che il tempo del suo trapasso stava avvicinandosi, convocò i migliori medici del regno per un Grande Consulto, chiedendo loro che gli fosse prolungata la vita, minacciandoli addirittura (oh, paradosso!) con la pena di morte, qualora non fossero riusciti a soddisfare le sue esigenze!

Tutti si dettero un gran daffare: chi offriva pillole e pozioni miracolose, cure termali e diete straordinarie, chi proponeva invece soggiorni su isole di paesi esotici in compagnia di donne meravigliose, oppure suggeriva ritiri spirituali in uno dei pochi monasteri rimasti nelle Grandi Montagne…
Av Alim tentò quasi tutto e il risultato fu tale che l’Angelo della Morte si trovò confrontato con una resistenza così tenace, dovuta all’eccezionale forma di salute dell’Imperatore e, momentaneamente sconfitto, dovette piegare le sue grandi ali oscure e indietreggiare nel Regno dei Morti.

Esultante, l’Imperatore provò un grande senso di superiorità (che d’altronde troppo spesso lo accompagnava), come se la vittoria sull’Angelo fosse dovuta soltanto a straordinarie virtù personali. Ciò nondimeno continuò le cure prescritte fino al giorno in cui sentì che, nonostante tutto, la sua ultima ora si stava di nuovo approssimando.
Supponendo, forse anche a ragion veduta, che questa volta l’abilità dei medici del suo regno non sarebbe bastata per salvarlo, invitò i grandi specialisti del Regno del Sud affinché venissero in suo aiuto.

Tra questi s’intrufolò un individuo di nome Artasun, figlio di uno dei tanti vassalli che l’Imperatore aveva condannato all’ergastolo e durante il quale l’uomo era morto di stenti. Difatti, il padre di Artasun aveva osato guardare l’Imperatore negli occhi con un’espressione di grave disappunto e con un mal celato atteggiamento di sfida.
Tutto ciò aveva indotto Artasun a rifugiarsi nel Regno del Sud, dove aveva sviluppato una tale abilità nel maneggiare gli elementi chimici che la gente lo aveva soprannominato “Chimios”, credendo inoltre che fosse un grande taumaturgo.

Senza essere individuato, riuscì a farsi presentare all’Imperatore e a proporgli una “pozione miracolosa” che questi accettò di buon grado, da un lato per la fama che precorreva “Chimios”, dall’altro perché anche se l’eccezionale medicamento non prometteva l’immortalità, garantiva un notevole prolungamento della vita, fin verso l’età di 120 anni!
In un primo tempo l’Imperatore provò un senso di benessere straordinario e l’Angelo della Morte, sopraggiunto per un secondo tentativo, fallì nuovamente, tanto potenti erano le forze con cui si vide confrontato.

Ma Artasun, che dopo questo successo poté rientrare nel Regno del Sud, non soltanto illeso ma perfino carico di onori e beni preziosi, prima di ripartire aveva inserito nella “pozione miracolosa” degli elementi chimici micidiali a funzione ritardata.
Quando l’Angelo della Morte sopraggiunse una terza volta per portarsi via l’Imperatore, lo trovò accasciato per terra mentre stava spirando, contorto da uno spasmo terrificante dovuto al tremendo “medicamento” somministratogli da “Chimios-Artasun”.

Purtroppo, anche dopo le pompose esequie dell’Imperatore, la superbia continuò a dominare nel Regno dell’Est, grazie a Ben Alim figlio dell’Imperatore che, durante la sua breve vita, null’altro aveva imparato da suo padre che presunzione, ipocrisia, soprusi, ingiustizie, prepotenza e crudeltà.

Artasun dovette perciò continuare a vivere in esilio fino alla fine dei suoi giorni e lo fece non soltanto nella speranza, ma con la certezza che un giorno vicino o lontano (perché secondo lui un simile stato di cose non poteva durare molto a lungo), se non proprio i suoi figli, almeno i suoi nipotini avrebbero potuto tornare nella loro vera patria, finalmente trasformata in luogo di

Rispetto, Giustizia e Solidarietà.

Volete a tutti i costi la morale della favola?
C’ è chi forse sogghignerà per i sopraccitati tre termini, scritti in grassetto con l’iniziale maiuscola: ma diffidate di chi deride con disprezzo simili realtà, perché tra questi cinici, oltre che individui riprovevoli, troverete governanti inetti e crudeli, nonché nazioni “cannibalesche” !

*         *         *

So long, I am around…


12.  ANDROMÈMICROS

Come forse più o meno tutti sapete, Crono il dio del tempo, oltre che con gli immortali normali e i mortali anormali, aveva anche non pochi problemi con i giganti.

Per nulla noto, perfino in Grecia, è che tra i giganti uno in particolare dava veramente molto ma molto fastidio a Crono, perché Andromèmicros, così veniva chiamato, aveva ottenuto dal dio Urano (pure questi coinvolto in non poche difficoltà con il figlio Crono!) l’eccezionale dono di potersi rimpicciolire a piacimento fino alla dimensione di un bambino di pochi anni e sfuggire così, anche perché arguto e abilissimo, alle persecuzioni dei suoi nemici, primo tra tutti a Crono in persona.
Questi non soltanto lo invidiava, ma addirittura lo odiava per questa capacità di padroneggiare il problema dello spazio, possibilità che trascendeva completamente le competenze di un dio del tempo, che era senz’altro un’entità factotum, ma tutto sommato dai limiti ben precisi!

Crono, furbastro com’era, durante una travolgente battaglia tra i seguaci del tempo e quelli dell’atemporalità, riuscì a insidiare Andromèmicros a tal punto con i suoi “prima, ora e poi”, che il gigante cominciò a confondere quasi completamente le categorie del tempo e dello spazio, da non essere più in grado di valutare quando sarebbe stato preferibile essere un gigante oppure un nano.

Ovviamente, come ci si può facilmente immaginare, in questa confusione di spazio e di tempo, Andromèmicros fu irrimediabilmente sopraffatto e quindi sconfitto dal dio delle “cronopatie”. Questi, già per il fatto di possedere anche questa specialità, condannò Andromèmicros a rimanere un nano per la durata delle mitologie e, con l’ex gigante in siffatte condizioni, almeno una parte dei suoi problemi fu risolta!

Ciò che il “mito” voleva raccontarvi (e per prudenza desidero sottolinearlo qualora non ve ne foste accorti) è qualcosa come una tenue speranza, accompagnata da un sincero augurio:

che Crono possa essere clemente, concedendovi pacifica e fruttuosa
la Via che avrete ancora da percorrere,
senza importunarvi troppo
com’è solito fare e non soltanto con gli dei e i giganti,
ma pure con
gli esseri umani furbi, meno furbi o addirittura molto furbi…

*         *         *

So long, I am around…


13.  IL  TRAVAGLIO  DI  RATNAN

C’era una volta un uomo che, prima di diventare veramente uomo, era molto scontento della sua vita.
Era difficile e brontolone: non gli andava mai bene niente.
Aveva tutto ciò che gli serviva per vivere piacevolmente, ma per lui ogni cosa era deludente e sottoposta a costanti deprezzamenti.
La sua vita era diventata un inferno e il suo più grande desiderio era di porvi termine, di trovarsi finalmente, se così si può dire, faccia a faccia con il Creatore di tutte le sue miserie e rinfacciargli le quattrocento sacrosante ragioni della sua insoddisfazione.
Tentò quindi di togliersi la vita, ma al momento decisivo, la sua mano tremò, il proiettile lo colpì soltanto di striscio e il pronto intervento dei soccorritori, di un infermiere in particolare, scongiurò un danno più grave!

Ristabilitosi, il nostro uomo di nome Ratnan, riprese le sue ruminazioni, premeditando un altro attentato alla sua vita.
Questa volta cercò di avvelenarsi, ma sbagliò il dosaggio e una tempestiva lavanda gastrica gli evitò ulteriori complicazioni.
Tuttavia Ratnan non seppe darsi pace e, appena riprese un poco le forze, minacciò di buttarsi dalla finestra dell’ospedale in cui lo avevano ricoverato.
Lo psichiatra chiamato d’urgenza, dopo ripetuti tentativi, lo convinse a desistere dal fatale gesto e Ratnan tornò a casa, apparentemente più tranquillo e rasserenato.

L’infermiere, la dottoressa e lo psichiatra che lo avevano soccorso, erano tutti amici d’infanzia.
Conoscevano bene da sempre le difficoltà di Ratnan, ragione per cui decisero di andare a trovarlo, per parlargli una volta per tutte molto seriamente del suo rapporto con la vita e la morte.
Fu un arduo, sostenuto dialogo e non si seppe mai bene che cosa si fossero veramente detto i quattro compagni di gioventù.

Fatto sta che, a partire da quel giorno, Ratnan divenne a poco a poco un uomo esemplare in tutti i sensi, tant’è che le debolezze di una volta non osarono più impadronirsi di lui, tranne una: non riusciva ad abbandonare l’idea di voler parlare a tu per tu con il Grande Creatore di tutti gli Universi, per chiedergli una qualche spiegazione a proposito dei suoi malanni passati.
Mantenne questa caratteristica fino al giorno della sua dipartita, che avvenne naturalmente e in età avanzata.
Quando sopraggiunse l’Angelo della Morte, Ratnan, coerente come sempre, chiese subito di essere condotto al cospetto dell’Eterno Creatore e l’Angelo della Morte, senza negargli questo privilegio, lo avvertì che il percorso sarebbe stato lungo e arduo, fatica che il defunto dichiarò di voler assumere.

Cammin facendo, visto che il percorso sembrava non finire mai, Ratnan chiese all’Angelo di volerlo portare almeno per una parte del viaggio, ma l’Angelo gli fece capire che nel luogo dove si trovavano, nessuno aveva il diritto di prestargli aiuto, nessuno poteva proteggerlo e che ormai doveva procedere e cavarsela da solo, con l’Angelo come unica guida.
Il nostro uomo, conseguente con sé stesso, continuò quindi il Lungo Cammino in silenzio, senza ulteriori lamentele o esigenze particolari.
A un certo punto, l’Angelo lo informò che se Ratnan si fosse girato, si sarebbe trovato al cospetto di colui che da sempre desiderava incontrare.
Ratnan non esitò un istante, si voltò, ma rimase talmente abbagliato da una luce insostenibile, che venne meno e “cadde come corpo morto cade”. Al tempo stesso, e in questo venir meno, gli risuonarono alcuni versi del sommo Poeta:

“O luce eterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!”

e, come se non bastasse:

“…veder volea come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

All’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.”                     
(Dante: Paradiso XXXIII, 124-145, fine del Poema)

Ratnan si riprese e, ammutolito, non desiderò chiedere né dire altro, poiché anche per lui l’essenziale era ormai compiuto!
Ciò nonostante insisterete forse per la morale della cronistoria?
Eccovene quindi una, anche se forse non vi piacerà:

ogni tanto è necessario saper accettare l’incomprensibile
e talvolta anche l’inaccettabile

So long, I am around…


14.  LE  DUE  TORRI   (il World Trade Center non c’entra, ma proprio per nulla!)

C’erano una volta due vasti imperi, dominati da due grandi imperatori: quello di Ben-Gavah a settentrione e di Ben-Kinah a meridione di una linea di confine poco frastagliata.
I capoluoghi erano ben visibili l’uno dall’altro e si ergevano in una regione non molto distante dall’antica, travagliata, distrutta e quasi dimenticata “Torre di Babele”.
Le due città si fronteggiavano minacciosamente, gremite dalla feccia del mondo intero e gl’imperatori che vi risiedevano non erano da meno: invidiosi, supponenti, ambiziosi, subdoli, violenti…tanto e di più!
Ognuno mirava a sopraffare l’altro, ma essendo i due imperi armati fino all’inverosimile e più o meno di uguale potenza, nessuno osava dichiarare guerra all’altro (come invece era stato tentato più volte imprudentemente dagli antenati), ben sapendo che l’esito sarebbe stato suppergiù scontato, con inutili ed ingenti perdite di uomini e materiali senza alcuno dei risultati desiderati: da un lato la sottomissione del territorio altrui, dall’altro passare a fil di spada tutta la corte fedele al nemico.

Per questa ragione i due imperatori, con loro grande rammarico, dovettero attuare progetti più tediosi di quelli bellici, come dighe e ponti, canali e acquedotti, strade, bonifiche e tant’altro ancora, ma certamente più utili per le popolazioni dei loro imperi.

Ciò nonostante, uno di loro covava da molto tempo un piano tanto eccezionale quanto assurdo, con il quale sperava di poter controllare le mosse delle milizie nemiche.
Ben-Gavah, all’insaputa di tutti, aveva fatto abbozzare dal suo Primo Architetto un’immensa Torre che, posta vicino alla frontiera, avrebbe permesso di realizzare i suoi occulti piani di controllo e forse anche di sopraffazione, ma con l’esplicito pretesto di voler offrire al mondo una “meraviglia” dell’arte architettonica in onore dei suoi antenati!

A suo tempo non era riuscita la costruzione della Torre di Babele, orbene la “Torre Bat-Gavah” (ossia Figlia di Gavah, così voleva chiamarla), sarebbe stata un successo straordinario la cui fama sarebbe durata a lungo, forse per millenni nella storia dell’umanità!
Vennero iniziati i lavori sotto il vigile sguardo di Ben-Kinah, l’imperatore del meridione e dei suoi più stretti collaboratori. Infatti, egli sospettava qualche ben celato inganno da parte del suo rivale di sempre! Oltre che astuto, Ben-Kinah era molto prudente e, per far fronte ad ogni evenienza, ordinò la costruzione di una Torre simile, senza omettere di attribuirle il proprio nome.

Quando Ben-Gavah si accorse dell’imitazione, divenne furibondo e convocò d’urgenza il Primo Architetto con i suoi assistenti: dovevano raggiungere ad ogni costo gli obiettivi almeno prima dell’antagonista, costruendo una Torre perlomeno tanto alta da raggiungere le nuvole, che di solito in quella regione solcavano il cielo a quote molto elevate.
Quando il Primo Architetto udì parlare di altezze vertiginose come quelle delle nubi, rimase costernato: secondo le sue conoscenze era un rischio che sarebbe sfociato in una vera e propria catastrofe!
Mai nessuno era riuscito a portare a termine tali costruzioni e la sua mente corse a rievocare la storia della Torre di Babele: era pura follia! Lo fece presente all’imperatore, ma questi gli rise in faccia:

– I lavori sono appena cominciati, cosa vuoi parlarmi di rischi…se ce ne saranno, sarai tu a doverli affrontare e risolvere…per ora esigo che i miei progetti vengano rispettati!
Il Primo Architetto, non per nulla era tale, prevedeva il crollo della Torre a partire da una ben precisa altezza, con l’inutile e oltremodo doloroso sacrificio d’innumerevoli vite umane, nonché lo spreco di un’enorme quantità di prezioso materiale.
I lavori continuarono febbrilmente e la Torre s’innalzò a tal punto che il pericolo divenne evidente anche per la maggior parte dei cittadini. Il Primo Architetto tornò dall’imperatore Ben-Gavah per ribadire le proprie preoccupazioni e per avvertirlo che ormai la dimensione di rischio era raggiunta.

– Rischio non vuole dire disastro, obiettò l’imperatore pieno di boria.
– Sì, ma la possibilità che il rischio si trasformi in una catastrofe sta aumentando: a mio parere dobbiamo interrompere i lavori, perché a partire da questo momento, se aumentiamo ancora di poco l’altezza, il crollo potrebbe essere questione di giorni, perfino di ore…
– Io pretendo che si continui, non mi fermerò certo prima di Ben-Kinah!
– Vi scongiuro Sire, sono in pericolo le vite di alcune centinaia di artigiani…!
– Schiavi vuoi dire, quelli sono i miei schiavi…quindi non sono neppure degli esseri umani ma bestie da soma: qualcuna in più, qualcuna in meno che differenza fa? Basta con le chiacchiere, esigo che si proceda!
– Sire, per la vostra Torre non posso sacrificare tante vite umane!
– Ho appena detto che non sono esseri umani e che si deve procedere: ciò che pensi, non mi interessa…e se non vuoi continuare, ti farò sostituire!
– Non posso procedere…, ribadì l’Architetto afflitto ma a testa alta, proprio non posso… è contro tutte le regole della nostra Arte e soprattutto della mia Morale!
– Ho capito…guardie…portate via quest’uomo e chiudetelo nella segreta più recondita del palazzo…laggiù potrà occuparsi come meglio crede della “sua Morale”: decideremo in seguito sulla sorte che si merita!

Il destino dell’Architetto, caduto in disgrazia, sembrava ormai segnato e le guardie lo circondarono, si diressero verso la regione più tetra del palazzo, mentre l’imperatore nominò all’istante un altro esperto (“l’Architetto è morto, viva l’architetto!”).
Questi ricevette l’ordine di accelerare i tempi, poiché, a causa delle “esitazioni morali” del suo predecessore, l’elevazione della Torre aveva subito qualche ritardo e l’altezza stava per essere raggiunta dalle squadre di Ben-Kinah!

– Se necessario falli sferzare, impose Ben-Gavah, in nessun caso l’altezza della mia Torre dev’essere raggiunta da quel disgraziato…se dovesse sorpassarla, guai a te, farai la fine del tuo ex capo! esclamò l’imperatore in modo che non vi fossero dubbi sulle sue intenzioni.
Le due Torri crebbero oltre i limiti di sicurezza previsti dal Primo Architetto e Ben-Gavah, parlando di lui con i suoi ministri, sentenziò:
– La mia impressione che fosse soltanto un incompetente e un codardo oltre che un cialtrone e un traditore, era assolutamente esatta!

Il sole era appena calato e in quel preciso momento si udì un sordo ma inquietante crepitio:
– Che cosa è stato? chiese l’imperatore alle guardie. Queste indagarono nelle varie sale del palazzo e tornarono subito, a ronda ultimata:
– Sire, riferì il capitano, non c’è alcunché d’irregolare o di sospetto.
L’imperatore, in un primo tempo, si calmò poi fu assalito da un grave dubbio:
“e se l’Architetto destituito avesse avuto ragione?”
Si sporse da una delle finestre del palazzo per controllare la “sua Torre”. Tutto sembrava normale e tranquillo, tuttavia l’ansia prese il sopravvento:

– Venga immediatamente il nuovo architetto, ordinò in modo perentorio.
Questi giunse poco dopo facendosi avanti con grandi inchini:
– Sire?
– A che punto siamo?
– Tutto va per il meglio, molto probabilmente possiamo salire ancora parecchio…
– Che cosa significa “molto probabilmente e parecchio”: un ulteriore ascensione non è sicura?
– Ma certo Sire, certo…dicevo così per lasciar intendere che… con molta probabilità…addirittura certamente…non ci saranno imprevisti!
– Sì, e poi?
– Che si potrà raggiungere senz’altro l’altezza da voi desiderata!
– E secondo te, quale sarebbe?
– Un’altezza superiore a quella della Torre dell’imperatore Ben-Kinah…
– Ah…, la risposta sembrò soddisfare il sovrano che concluse:
– Ed è ciò che si dovrà fare costi quel che costi!
L’architetto partì con fare ossequioso e l’imperatore andò a coricarsi.

Durante la notte si percepì di nuovo il sordo scricchiolio della sera precedente, ma nessuno se ne curò: tutti pensavano che fossero le vetuste strutture del palazzo a provocare quel rumore e anche le guardie non ricevettero nuovi ordini per controllarne le cause.
Poi, d’un tratto, nel più profondo della notte, si udì un terribile boato, accompagnato da un intenso tremare del palazzo imperiale e, provenienti dalla Torre, tantissime urla di terrore e lamenti di feriti o morenti.

Ben-Gavah fu sbalzato dal letto e le guardie lo circondarono immediatamente temendo un attacco del nemico. L’imperatore corse alla finestra e attraverso un enorme polverone, mal rischiarato da un timido chiaro di luna, scorse gran parte della sua Torre distrutta.
Nell’accampamento degli operai, era tutto un gridare e correre nel caos più totale!

Dall’altra parte della frontiera l’imperatore Ben-Kinah, che aveva potuto assistere alla scena, si spanciava dalle risa:
– Non ce l’hanno fatta, non ce l’hanno fatta…, e tamburellava il suo ventre compiaciuto come un bambino,…lo sapevo che non ce l’avrebbero fatta…lo sapevo…lo sapevo!
Ma non fece in tempo a concludere le sue odiose risate che si udì un altro tremendo frastuono seguito da un forte tremito simile a quello di un terremoto e, sotto gli occhi esterrefatti di Ben-Kinah, del capitano e del corpo di guardia, crollò anche la sua Torre, creando il caos completo nella schiera dei suoi schiavi!

La morale della storia? Sono almeno due, di cui la prima potrebbe essere:

ci sono degli eventi unici che dovrebbero rimanere tali perché
sono già di troppo, figuratevi quando si ripetono!

La seconda invece, legata alla prima, si trova nel “mito della Torre di Babele” (Vecchio Testamento, Genesi 11).
Dico “mito”, perché se sarete guardinghi, vi troverete senz’altro anche i soliti “mostri”:
enormi, terrificanti, pericolosi…che da sempre hanno creato grossissimi problemi all’umanità, anche perché di solito agiscono “sotterra”, ben lontani dagli sguardi indiscreti del sole!
Se li cercate con circospezione e siete ben armati, più o meno come gli eroi dei miti, forse li scoprirete e con loro anche la terza morale della storia che vi permetterà di sopraffarli:

almeno nel vostro intimo…

*        *        *

So long, I am around…


15.  BEN  ALCHEM  E  L’ANGELO  DELLA  MORTE

C’era una volta un tempo in cui si poteva invecchiare così tanto che la Morte sembrava quasi assente dalla vita degli uomini (salvo errore e omissione, erano più o meno i tempi di Jared, Enoc e Methuselach in italiano = Metusalemme).
A una certa età, quando la famiglia non ebbe più bisogno della sua presenza e secondo l’usanza diffusa tra la sua gente, un uomo di nome Ben Alchem si ritirò in una capanna nella Vallata delle Grandi Montagne, per sentirsi più vicino all’Onnipresente.
Ben Alchem si nutriva di bacche, noci, radici e funghi raccolti nei boschi circostanti, meditava quasi tutto il giorno e buona parte della notte sul significato della Vita in generale, della sua in particolare, senza però giungere a conclusioni definitive.
Durante un inverno particolarmente rigido e umido, si ammalò gravemente nonostante il suo vivere sano e virtuoso.
Una notte, l’Angelo della Morte bussò alla porta della capanna:

– Ben Alchem, disse, la tua ora è giunta, preparati e vieni via con me.

Ma l’uomo chiese di poter restare ancora qualche anno, per rafforzare le sue Virtù che considerava tuttora carenti: non tanto per affrontare il Regno dei Vivi che aveva ormai lasciato dietro le spalle, bensì quello dei Morti che si presentava così all’improvviso alla sua coscienza.
L’Angelo acconsentì, perché la richiesta gli sembrò legittima e l’uomo degno di riguardo, ragione per cui passò oltre, dopo aver promesso che sarebbe tornato tra qualche anno.
Ben Alchem faticò con zelo per rafforzare le sue Virtù, ma un giorno sul calare del sole, mentre stava tagliando la legna con una certa premura perché minacciava un temporale, vacillò qualche istante e mentre stava perdendo l’equilibrio vide apparire l’Angelo della Morte che intimò:

– Vieni, Ben Alchem, la tua ora è giunta! ricordandogli che la proroga era scaduta e che aveva più o meno assolto il suo compito.

Ma l’uomo pregò di nuovo l’Angelo di volergli concedere un altro periodo, per poter aumentare il suo Amore, non tanto per gli esseri umani che incontrava sempre meno, ma per l’Onnicomprendente: Amore che non gli sembrava abbastanza vigoroso per poter affrontare con serenità il Grande Viaggio senza Ritorno.
Pure questa volta l’Angelo acconsentì, perché l’intenzione gli sembrava lodevole e l’uomo coerente con i suoi propositi:

– Ma tornerò, sottolineò in modo inequivocabile andandosene, non scordarlo!

Passarono ancora diversi anni di ritiro spirituale, carichi di dedizione per l’Onnitrasformante, ma una notte e all’improvviso, l’Angelo della Morte si presentò nella capanna di Ben Alchem, occupandola tutta con le sue grandi e tenebrose ali.

– Vieni, intimò senza mezzi termini con tono risoluto, la tua ora è ormai giunta!

Di nuovo Ben Alchem cercò di negoziare con l’Angelo, facendogli presente che avrebbe dovuto approfondire ed estendere ancora la propria Sapienza, per poter intraprendere preparato e con dignità il Grande Viaggio attraverso le Grandi Tenebre e giungere così alla Grande Luce.
Ma l’Angelo della Morte fu breve:

– Approfondirai e accrescerai la tua Sapienza durante il Grande Viaggio, perché difficilmente la potrai realizzare senza questa Esperienza Fondamentale!

Così dicendo lo abbracciò con vigore, avviluppandolo però amorevolmente con il Grande Manto Nero delle sue ali e, senza lasciargli il tempo di ribattere, lo trascinò verso una destinazione a tutti ignota.
A dire il vero, le mie meningi non mi hanno comunicato una morale per questa “favola”, ma se proprio volete che le sprema un po’ e se vi accontentate, potrei offrirvi quanto segue:

in certi periodi della vita, se non volete proprio essere infelici, dovete accettare con calma e serenità alcuni limiti che comunque, in un modo o in un altro, rimarranno fatalmente inevitabili !

*      *      *

So long, I am around…

À suivre…


17.  CENTOLO  E  CARNEVALE

Quasi tutti conoscono immancabilmente la favola di Cenerentola, perché l’hanno udita, letta, vista nella realtà, al cinema, oppure vissuta personalmente…
Quella di suo figlio Centolo invece, nessuno la racconta. Ci siamo perciò decisi a porvi rimedio:

Cenerentola, con il passare del tempo e dopo la morte dei genitori del suo principe, divenne regina e diede alla luce un principino che, in onore della madre, fu chiamato Centolo.
A causa d’insondabili decisioni della natura, egli rimase figlio unico e crescendo cominciò ad annoiarsi per davvero, soprattutto perché Cenerentola lo iperproteggeva.
Non voleva che suo figlio dovesse soffrire come lei durante l’infanzia e desiderava risparmiargli altre avversità con le quali la vita, come di consuetudine, avrebbe potuto sopraffarlo in ogni momento.
Centolo divenne un bambino che non doveva neppure esprimere ed affermare i propri desideri, poiché venivano anticipati ed esauditi dalla madre, troppo premurosa nello spianargli in ogni dove la via e facilitargli al massimo l’esistenza.
Quella di Centolo era diventata tanto facile che per finire si annoiò sempre di più, perché non poteva mettere alla prova le sue capacità, doti che rischiavano di assopirsi in un angolino del suo essere.

Tutto ciò, fino al giorno in cui giunse un vecchio mendicante che prese posto davanti al ponte levatoio per chiedere l’elemosina ai passanti, guardie del castello comprese.
Queste vollero scacciarlo, ma Centolo, scorta la scena da una torre, giunse in tempo per dare ordine che l’uomo fosse lasciato in pace, potesse rimanere per continuare a chiedere la carità.
Tra i due si stabilì perciò un’amicizia particolare: dapprima tenue, perché Centolo era piccolo e piuttosto diffidente, a causa dell’atteggiamento materno che gli aveva concesso pochi contatti con la popolazione circostante, mentre il mendicante era semplicemente riconoscente per il generoso gesto del principino.

Con il passare degli anni (il mendicante tornava puntuale ogni primavera), il principino si dimostrava sempre più interessato alla vita di quell’uomo: come mai era diventato tale, da dove veniva, che regioni percorreva, che cosa osservava, che gente incontrava, come questa si comportava con lui, che cosa ne pensava e così via.
Al tempo stesso il mendico diventava sempre più meticoloso nel rispondergli e raccontargli tutto per filo e per segno, al punto che il principino era informatissimo su quanto succedeva nel proprio regno.
Il re non vedeva di buon occhio questo rapporto, ma non poté impedirlo, poiché Cenerentola interveniva sempre a favore del principino che regolarmente la sollecitava affinché il mendicante potesse mantenere il suo posto al portale del castello.

Gli anni passarono e, come era prevedibile, i due divennero grandi amici.
Il principe, ormai adolescente, non mancava mai all’appuntamento in occasione della ricomparsa primaverile del mendicante e aumentavano anche i favori che riusciva a concedergli.
Infatti, nei primi anni gli aiuti di Centolo erano limitati perché, essendo ancora piccolo, non si preoccupava troppo dei disagi altrui: d’altra parte il mendicante, che voleva rimanere tale, rifiutava favori speciali.
Ma con il passare degli anni, il giovane principe si rese conto che avrebbe potuto fare qualcosa di ben più concreto per il suo amico, che diventava sempre più vecchio e talvolta anche sofferente.
Lo invitò quindi spesso alla sua mensa, a passare le notti più fresche all’interno delle mura del castello, magari su un comodo giaciglio con tanto di coperte. Nelle giornate di pioggia lo condusse al riparo, regalandogli qualche indumento caldo e resistente, soprattutto se quelli di Ben Anì (così si chiamava), gli sembravano sdruciti o inadatti alla stagione.
Quando poi ripartiva per i suoi lunghi viaggi, gli faceva scivolare furtivamente qualche moneta di valore nella tasca dei pantaloni.

Ma tutto ciò non gli bastava e una notte, Centolo ebbe l’idea di andarsene con l’amico per accompagnarlo durante il suo peregrinare. Chiese ai genitori di lasciarlo partire, e se pur restii e a malincuore, questi finirono per cedere alle insistenti suppliche del figlio.
Centolo, appena lasciata la reggia, vendette il cavallo e si travestì da vero mendicante:
voleva vivere in prima persona la realtà raccontatagli da Ben Anì durante tanti anni.

Sperimentò così per la prima volta, in stretto contatto con la gente, gli alti e bassi del suo regno: le grandezze e bellezze della natura, ma pure il rigore e i pericoli che celava; l’operosità e furbizia della popolazione, l’onestà e la corruzione dei suoi abitanti, il servilismo e la miseria di tanti sudditi, le ricchezze e la generosità, ma al tempo stesso l’avarizia di pochi privilegiati, il sovraffollamento e la frenesia delle città, la tranquillità delle campagne e dei boschi, l’impegno degli artigiani all’ombra dei vicoli nascosti, l’incomprensione dei padroni per i bisogni degli operai, le rivendicazioni di questi e le repressioni dei primi nei loro confronti, i disagi e le torture nelle prigioni, la bontà di uomini e donne caritatevoli, veri samaritani del prossimo e tant’altro ancora.
Di tutto ciò, gioì e sofferse nel ruolo in cui si era calato, ovviamente sempre ben celando la sua vera identità. Dopo quasi un anno, verso la fine dell’inverno, sempre in compagnia di Ben Anì diventato suo inseparabile amico, tornò completamente trasformato alla reggia. I suoi genitori quasi non lo riconobbero, tant’era cresciuto, maturato e diventato un vero uomo.

A partire da quel momento, Centolo progettò di predisporre che ogni anno, almeno per alcuni giorni, tutti gli abitanti del suo regno, avessero la possibilità d’immedesimarsi in qualcun altro:
nell’infermiere, nel prigioniero, contadino, soldato e artigiano, nella damigella di corte, nel cavaliere, medico, giullare, nello straniero, lebbroso, operaio, e in tanti altri personaggi della vita quotidiana, in modo che la gente potesse capire meglio il prossimo, sperimentandone più intimamente le vicissitudini.
Quando Centolo divenne re, poté finalmente realizzare quest’idea con l’aiuto di Ben Anì il quale, anche se decisamente invecchiato, era diventato il suo fedele e saggio consigliere.

Chiamarono questo periodo Carnevale, per far capire alla popolazione che si trattava di un periodo di sacrificio volontario, di purificazione: da un lato del proprio corpo rispettando la frugalità, dall’altro della mente, diminuendo l’egoismo allo scopo di aumentare la propria sensibilità nei confronti degli altri, attuando così una maggior comprensione reciproca, per stabilire relazioni rispettose, trasparenti ed eque.
Soltanto più tardi, dopo la dipartita di Ben Anì prima e di Centolo poi, gli usi e costumi cambiarono, decaddero e Carnevale divenne un evento superficiale, perché la gente ne perse il significato originale (o forse preferì ignorarlo!), quello attribuitogli saggiamente dai due grandi amici..!

La morale? Una morale ci sarebbe (parafrasando Cicerone), ma…

“guai a me se la dico…, guai a me se la dico?   guai a me se la dico!”
(no, no, non si tratta di un vecchio disco guasto)
tuttavia:
se non si persevera abbastanza a lungo con certi progetti,
è quasi sicuro che le poche operazioni svolte non porteranno i frutti voluti…
in tal caso cercate almeno di non lamentarvi,
 perché non vi sarà di alcun aiuto!

*      *      *

So long, I am around…


18.  LA  GRANDE  STELLA

Tanto tempo fa, in una particolare regione della nostra terra, vivevano degli uomini, che s’illudevano di poter conquistare pressappoco il mondo intero, almeno quello allora conosciuto.
Al tempo stesso, in un angolino dei territori già occupati, risiedeva un piccolo popolo che non gradiva quella mentalità presuntuosa da strapotenti e ancor meno il dominio di quei barbari, così diversi nei loro usi e costumi, che volevano imporre a tutti quanti gli abitanti delle regioni conquistate.

Quel minuscolo popolo cercò con tutti i mezzi un modo poco abituale per liberarsi dall’oppressore, perché aveva capito che con il numero, la forza e la destrezza dei suoi guerrieri, non sarebbe mai riuscito a scacciare quegli intrusi, perché di fatto era innegabile la schiacciante supremazia militare del nemico.
Pertanto trovò un’altra soluzione, creando una nuova visione del mondo con rapporti diversi tra gli individui, ma pure con la natura e le cose: non più un legame puramente materiale basato sul possesso e il potere, non più relazioni all’insegna dell’astuzia, frode, sottomissione e violenza, bensì rapporti fondati sulla responsabilità del singolo, la benevolenza e lealtà, il senso di giustizia e il desiderio di pace, ma pure sull’interesse portato alla comunità e non più esclusivamente sul tornaconto individuale a qualsiasi costo.

In quel periodo fu avvistata una “Grande Stella” (cometa, allineamento planetario, chi lo sa per davvero?) che fu per la gente il segnale d’inizio per  tempi diversi, cosicché accorsero da ogni dove per aiutare a compiere il mutamento in corso.
Passarono alcuni secoli durante i quali la lotta fu dura e stremante.
Innumerevoli furono i torturati e i trucidati, perché i barbari difesero strenuamente i privilegi conquistati: la loro supremazia militare, territoriale e istituzionale.
Dopo di che subentrò un re apparentemente comprensivo e saggio, disposto a porre fine agli inutili massacri. Dichiarò legittima la nuova corrente di vita, che sembrò adottare in prima persona.

Ma i secoli e i millenni seguenti smentirono queste parvenze, perché i barbari rimasero barbari pur atteggiandosi come se non lo fossero, mentre gli innovatori furono costretti al ruolo di perseguitati.
I nomi cambiarono nel corso dei tempi e dei luoghi, tanto che i persecutori non apparivano più tali e i perseguitati non più vittime, perché le mortificazioni che questi dovevano subire, venivano spiegate come “una giusta punizione divina” per certe loro “gravi colpe” commesse in passato!

Così, quando la “Grande Stella” torna periodicamente a riaffacciarsi sulle vicende umane, deve constatare che l’umana specie rincorre perennemente il proprio benessere, scivolando troppo spesso nella propria rovina…!
Ciò nondimeno, è importante che la “Stella” (gli ideali), o altro che sia, venga avvistata nel massimo del suo splendore:

“per ricordarci la direzione da assumere e quella da evitare..!”

*          *          *

So long, I am around…

À suivre


19.  BATLAN  E  I  BRIGANTI

Parecchio tempo fa, c’era una casetta ai margini di un grande bosco, dove abitava un’umile famiglia di boscaioli.
Il secondogenito, di nome Batlan, era per così dire “figlio unico”, perché la sorella maggiore si era sposata in giovane età, andando a vivere lontano lontano, al di là del Grande Oceano e da allora nessuno l’aveva rivista. Probabilmente era partita da casa perché non andava d’accordo con i genitori che le sembravano troppo severi, noiosi, privi d’iniziative, sudditi delle apparenze ed inoltre poveri per la scarsità delle loro relazioni sociali e l’uniformità della loro vita quotidiana.

La figlia, invece, voleva vivere diversamente e aveva sposato un artigiano itinerante, per andarsene con lui alla scoperta di nuovi spazi, di altra gente, di usi e costumi diversi.
Il nostro giovane, invece, non reagì ai ripetuti inviti della sorella e del cognato che gli proposero di partire con loro subito dopo il matrimonio e pure in seguito, scrivendogli a più riprese per sollecitarlo a raggiungerli oltre oceano.
Batlan preferì rimanere con i genitori e il loro trantran di vita abituale, lontano dalle vicissitudini del mondo nonché dalle gioie e sofferenze altrui.

Padre e figlio vivacchiavano rifornendo di tronchi la segheria del villaggio più vicino, anche se il suo fabbisogno di legname non era eccessivo. Ma la famiglia di Batlan viveva modestamente, senza ambizioni particolari, lavorando secondo le richieste e le proprie necessità. La loro esistenza si svolgeva così da anni, senza volere di più, un po’ alla giornata, noncuranti del futuro e degli altri, scambiando poco perfino tra di loro.

Alla fine di una fatidica giornata in cui il padre, essendosi ammalato, era rimasto a casa, Batlan, tornando dal profondo del bosco, dove si era recato per tagliare alcuni alberi speciali che la segheria aveva richiesto d’urgenza, trovò la casa devastata e i genitori assassinati!
Una banda di briganti, venuta da lontano e che infestava la zona sperando di trovare non si sa bene quale fortuna in quella umile casa, si era scatenata senza ritegno, dopo che non aveva rinvenuto nulla di prezioso che potesse interessarla.
Massacrò i genitori con incontrollata ira, sospettando che si celassero dei beni accuratamente nascosti (così almeno credette la gente della regione, ad azione compiuta).
Ma tesori celati in un qualche speciale nascondiglio non erano mai esistiti e perciò i malfattori dovettero ritirarsi a mani vuote, lasciando però dietro di loro distruzione ed orrore!

Batlan, dopo avere inumato i genitori e riattato a dovere la casa, riprese il suo lavoro quotidiano, come se nulla di particolare fosse successo. Il mattino mangiava la sua pappa di cereali e si recava nel bosco per il solito lavoro, talvolta tornava a casa sul mezzogiorno per il frugale pasto di minestra e formaggio, talaltra rimaneva nei boschi, soprattutto se si trovava distante dalla sua abitazione.
Durante certe giornate restava a casa fumando la pipa, meditando sulla panchina rivolta al tramonto, senza che qualcuno venisse mai a sapere che cosa stesse pensando durante quei pacifici momenti di ruminazione mentale. Alla fine della giornata, dopo una parca cena, riparava secondo necessità i suoi strumenti di lavoro, ripuliva la casa, lavava i suoi indumenti, faceva insomma tutto quanto era necessario per mantenere minimamente in ordine l’abitazione, così come aveva imparato dai suoi genitori.

Solitamente andava a letto presto per risparmiare olio oppure candele e anche perché non sapeva come occupare il suo “tempo libero”, se così lo si poteva chiamare.
In questo modo viveva ormai da parecchio tempo, quasi dimentico del dramma che lo aveva privato dei suoi genitori, ai quali pensava sempre meno.
Sorprendeva le poche persone che incontrava nella segheria per la consegna dei tronchi, oppure nel villaggio durante gli acquisti, per l’assenza di manifestazioni a proposito degli eventi che gli erano successi, sembrando a tutti una persona indifferente, priva di sentimenti, carente di sane reazioni.

Infatti, non lo si udì mai inveire contro i briganti o esprimere propositi di vendetta e neppure tentò di organizzare una ricerca per trovarli e punirli, come si era soliti fare in quell’epoca: niente di tutto questo.
Sembrava che la monotonia nonché l’indifferenza fossero le sue sole compagne e pur essendo un giovane avvenente, non si occupava delle ragazze del villaggio, passando loro accanto quasi come se non esistessero, con grande rammarico dei loro genitori, poiché di giovani celibi ne rimanevano ben pochi nella regione e Batlan sembrava un buon partito: aveva un lavoro onesto e una casa tutto sommato discreta, in buone condizioni e abbastanza spaziosa per poter accogliere una famiglia anche numerosa.

Ai vicini appariva alquanto isolato e un po’ eccentrico, però di vizi non sembrava averne e lo si credeva perciò un ragazzo serio, ottimo candidato per un valido matrimonio. Così pensava primo tra tutti il proprietario della segheria, che vedeva in Batlan il genero che gli avrebbe fornito senza problemi e soprattutto a buon prezzo il materiale di cui aveva bisogno.

Sapeva che sua figlia non era particolarmente attraente: ma chi si preoccupava di ciò in quei luoghi e in quei tempi? L’essenziale per lui era che l’unione producesse maggior ricchezza, prole sana e vigorosa, ma soprattutto che favorisse il destino della segheria.
Trascorsero invece giorni e anni, cullati da un ritmo di vita incolore e tutto sembrava svolgersi come per il passato, come un fiume tranquillo senza rapide, ostacoli o altre sorprese.

Ma un pomeriggio e come un lampo, si diffuse la notizia che i briganti scorrazzavano di nuovo nella zona e fu in quell’occasione che a Batlan successe qualcosa di completamente insolito.
Le calme acque dell’animo suo cominciarono a mettersi in subbuglio e furono invase da una grande agitazione: “i briganti che avevano barbaramente trucidato i suoi genitori erano tornati!”
L’agitazione si trasformò in una collera quasi incontenibile: “erano tornati, ma nel frattempo erano rimasti impuniti!”
Cosa che in quei tempi succedeva assai di frequente.

Dopo la collera, Batlan provò un grande dolore e infine fu assalito da un unico desiderio mai percepito fino a quel momento: fare giustizia!
Per ottenerla doveva procedere da solo, oppure chiedere l’aiuto di persone che condividevano il convincimento del torto subito e avevano il coraggio per un’azione punitiva.
Batlan non osò mobilitare i vicini per una rappresaglia che riteneva molto personale e soprattutto pericolosa.
Gli rimase perciò soltanto il fai da te, soprattutto perché era sicuro che quei briganti come per il passato, avrebbero potuto ripetere i loro atroci crimini contro altri innocenti e questo lo voleva evitare a tutti i costi.

Da quel momento in poi, si poteva vedere Batlan più spesso del solito nel villaggio, dove in modo impercettibile e scrupoloso, raccoglieva informazioni sui briganti: dove e quando erano stati avvistati l’ultima volta, che cosa avevano fatto, dove si erano diretti e tant’altro ancora.
Lo faceva con tale discrezione che la gente quasi quasi pensava che volesse uscire dalla sua solitudine e sposarsi: nulla di più sbagliato!

Batlan, contrariamente alle sue abitudini, si stava ora preparando con metodo e accanimento a rintracciare i briganti, studiando con un certo ingegno come sopraffarli. Percorreva il bosco in tutti i sensi con estrema circospezione, in un silenzio felino, utilizzando i passaggi più impervi e sconosciuti, quelli che suo padre gli aveva insegnato sin da bambino. Si fermava spesso per scrutare ed ascoltare, per cogliere qualsiasi movimento sospetto e soprattutto per non essere scoperto anzi tempo. Portava sempre con sé un’ascia e coltelli affilatissimi, talvolta perfino la stupenda spada del nonno che questi, molti anni addietro, aveva maneggiato nelle battaglie in difesa del loro territorio.

Non dormiva quasi più a casa, o se lo faceva, soltanto in un nascondiglio imprevedibile e sicuro. Le sue dimore erano solitamente o una grotta ben nascosta, che praticamente nessuno conosceva, oppure un immenso albero nel più profondo della foresta.
E così, setacciando il bosco in tutti i sensi, un giorno sull’imbrunire, scoprì il nascondiglio dei briganti.
Era un posto che conosceva bene, anche se in un primo tempo se l’era scordato, mentre da piccolo soprattutto durante i giorni festivi, vi si recava occasionalmente per giocare con alcuni compagni, guarda caso, a “briganti e giustizieri”!
Per giornate intere si appostò come una lince per osservare, studiare i movimenti e le abitudini dei malviventi, fino a quando ebbe l’impressione di aver capito esattamente i loro punti deboli.

Si armò fino ai denti e attese il cuore della notte per agire.
Soltanto uno dei banditi era di guardia vicino al fuoco, mentre i cavalli si trovavano in una grotta appartata.
Batlan, con un semplice stratagemma, indusse la guardia a dirigersi verso il recinto dei cavalli e lì, come un lampo, lo trafisse da parte a parte con la spada del nonno, prima che il malvivente potesse dare l’allarme.

Si recò all’accampamento dove giacevano i banditi profondamente addormentati, dopo uno dei loro soliti sbevazzamenti e. a colpi di ascia, spada e coltello, prima che qualcuno potesse gridare al chi va là, li stese tutti con una rapidità e determinazione di cui nessuno, ma proprio nessuno lo avrebbe mai creduto capace. Scacciò i cavalli disperdendoli in tutte le direzioni e, infine, sotterrò i briganti con armi e bagagli, nel luogo più inaccessibile del bosco.
Si recò un’ultima volta a casa per raccogliere il minimo necessario in previsione di un lungo viaggio, poi scomparve definitivamente dalla regione, in modo che la gente attribuisse la sua assenza ai briganti, come se lo avessero sequestrato, trascinato verso destinazioni ignote ed infine ucciso come i suoi genitori.

Batlan se ne andò lontano lontano, all’insaputa di tutti, varcando il Grande Oceano alla ricerca di sua sorella, di cui possedeva l’ultimo indirizzo che lei aveva lasciato, scrivendogli qualche anno addietro, ignara di quanto fosse successo ai genitori. La trovò, ma soltanto dopo ardue ricerche e un prolungato peregrinare, perché si era spostata più volte con la sua ormai numerosa famiglia, in cerca di migliori condizioni di vita.

Da lì in avanti, Batlan si ricostruì un’esistenza completamente diversa e quand’anche qualcuno del suo villaggio lo avesse incontrato, difficilmente avrebbe riconosciuto in lui il timido giovane del passato, soprattutto sotto gli indumenti austeri di quell’uomo piuttosto taciturno certo, ma dai pensieri e dalle parole ben ponderate, il volto ora ricoperto da una folta e lunga barba, il capo adorno da un largo cappellone portato sulle ventitré.

Per di più, Batlan era spesso circondato da parecchi nipoti, con i quali giocava come se lui stesso fosse ancora piccolino, quel bimbo che in verità non aveva mai potuto essere.
Sposò un’amica di sua sorella e diede avvio a una fiorente segheria, in una regione straricca di magnifici boschi di conifere, realizzando così una vita colma di semplici e tacite soddisfazioni, ormai in pace con sé stesso, ma soprattutto con i suoi genitori e felice di aver potuto, sopprimendo i briganti, evitare le medesime e gravi sofferenze ad altri innocenti…

Non è prevista una morale per questo racconto, però con un po’ di spirito inventivo e di buona volontà forse…forse qualcosa ci starebbe, vediamo un po’:

anche se a molti l’idea della vendetta può non piacere, in certi casi rimane però inevitabile, se corrisponde a un vero atto di giustizia e ne va di mezzo la salvezza esteriore ed interiore,
personale e collettiva

*          *          *

So long, I am around…

À suivre…


20.  CONCLUSIONE

“LA  RELATIVITÀ  E  IL  DOGMA”
(ovvero “La Bella e la Bestia”: versione moderna di una “favola” durata circa 25 secoli e che probabilmente dura tuttora).

C’era una volta, molto ma molto tempo fa, chi pretendeva che la terra fosse rotonda e non si trovasse al Centro dell’Universo.
Più tardi, ma molto più tardi, (con l’avvento della “Era Egocentrica dell’Umanità”, no no, non è un’era geologica, bensì androcentrica), si cominciò ad affermare che la terra fosse piatta, al Centro del medesimo Universo, con il sole e le altre stelle che le ronzavano tutt’intorno.
In quell’epoca, era addirittura pericoloso affermare il contrario, perché si rischiava di dover annusare per un momento il profumo di un arrosto approntato con la carne del proprio corpo.

Poi, un po’ più avanti, quando durante la storia della nostra civiltà si perse il gusto per questo genere di profumi e pietanze, qualcuno si permise di calcolare e ricalcolare per diversi anni i risultati delle proprie ricerche che gli sembravano inverosimili, per riscoprire che la terra era rotonda, non era situata al Centro dell’Universo, ma che girava attorno al sole, il quale al contrario di prima era situato al Centro di questo Benedetto Universo.

Con il trascorrere del tempo, si affermò che anche il sole non si trovava al Centro di questo mirabolante Universo, ma che con i suoi pianetini era sperduto da qualche parte in un angolino di un’immensa Galassia, come un orfanello e che di Galassie simili ce n’erano miliardi di miliardi nel nostro Universo, vasto all’inverosimile, nato dal “Big Bang” (evento unico straremoto, per favore da non confondere con il “Big Ben” soprattutto se non lo si pronuncia correttamente) e che da lì in avanti, dopo miliardi di anni, la storia dell’Universo sarebbe finita, punto e basta (“finí et niní” come talvolta dicono certi francofoni: gli accenti non sono originali, ma ce li ho messi io per la corretta pronuncia italiana)!

Dopo di che, una caritatevole mente di scienziato (perché ci sono ovviamente anche quelle e ne sia lodato il Sempiterno) affermò che i “Big Bang” potevano succedersi da sempre a sempre (anche se con qualche intervallo), in modo che l’Eternità potesse veramente essere eterna e l’Infinito per davvero infinito, in modo che tutto sommato e in fondo in fondo, era possibile considerare ogni punto come il Centro dell’Universo.
Sì, proprio così, anche la punta del nostro naso!
Quindi, la classica e scontata morale della “favola” potrebbe essere:

da quel momento in poi vissero veramente felici e contenti !

Ma a quando il prossimo guastafeste?
Esiste però una seconda versione meno classica, “forse un po’ meno scientifica”, che recita:

guardiamo ben bene il sole all’alba o al tramonto e la luna stasera oppure stanotte, come se fosse la prima e l’ultima volta, perché domani noi non potremmo più esserci, o quei due potrebbero prendersi gioco di noi e non essere più al loro posto !

La terza versione invece (l’inesorabile terza, quella metafisica), molto probabilmente la più importante, è lasciata al vostro intendimento…

*          *          *

So long, I am around…


21.  POSTSCRIPTUM

ATTO  UNICO
(ultimo  ramoscello  dell’Albero

La scena si svolge pressappoco a un terzo di milione di chilometri dalla vostra postazione attuale, sotto un meraviglioso chiaro di terra azzurrognolo.
Due lunestri, che si trovano sul fondo di una profondissima grotta lunare, del meraviglioso effetto atmosferico-astronomico neppure possono rendersi conto, ma almeno dialogano:

– Hai letto i libri di Giovlien HANLUN?
– No…
– Quelli della WENLUN?
– Neppure…
– Mercnan TINLUN?
– Per nulla…
– E i nostri grandi come: R. LUNHAN, Terliah LUNTEN o Venlieh LUNWON?
– …!
– O ancora: Marslai LINLUNLAH, U.P. WENLUNLAH, oppure Satlian TONLUNLAH?
– …!
– Ma non leggi?
– Non più…
– Allora che cosa fai?
– Scrivo…
– E che cosa scrivi?
– Cose che probabilmente quasi nessuno legge, o addirittura e forse nessuno leggerà…, pazienza,
o come diceva uno dei miei nipotini: “c’est la vie”!

                                                                                             *          *          *

Fine 
So long, I am around…


About the Author

Beni Sascha Horowitz
Nato e cresciuto a Lugano (Svizzera, per chi non lo sapesse c'è anche una Lugano in Italia), ho studiato a Ginevra musica, psicologia e psicologia del lavoro (efficiency), pedagogia e pedagogia curativa. Ho praticato a Basilea e Lugano psicologia clinica e psicoterapia di tipo psicodinamico (avendo seguito un "Training psicoterapeutico) , ma indipendentemente da "Scuole", all'interno di Servizi Medico-Psicologici. Ho partecipato ai Corsi per Adulti in tanto quanto animatore di alcuni corsi tra il quali il Tai Chi Chuan, Rileggiamo Dante, I Miti del passato e l'uomo moderno, Il Diario personale creativo, Alla ricerca della propria identità, Psicologia e vita quotidiana, ecc. Sono rimasto sensibilmente influenzato dal Taoismo cinese e dallo Zen giapponese, senza pertanto diventare un "fedele seguace". Ho iniziato i tentativi di scrittura dopo il pensionamento. Ora sto cercando di proporre poco a poco alcuni miei scritti... Per eventuali chiarificazioni, sono raggiungibile tramite l'indirizzo e-mail: [email protected]

Be the first to comment on "L’Albero di Pasqua – favole, miti e leggende per adolescenti e adulti…(libricino di ca. 100 pag. form. tasc.)"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*