I Complessi I : di Adamo ed Eva

“IL  COMPLESSO  DI  ADAMO  ED  EVA”
(di  ADAMEVA)

Premessa
“Se all’esigenza di libertà
non si antepone quella di veridicità
nonché il senso di responsabilità,
si rischia di cadere
nell’arbitrario, nel caos…”

1 Il nucleo tematico comporta:
“l’illusione, la vanità di un certo tipo di seduzione mentale che non accetta i nostri limiti, esalta il nostro desiderio di onnipotenza, crea il rifiuto dell’assunzione di responsabilità e la proiezione dei malfatti su terzi (sia singoli, gruppi, etnie ma pure nazioni intere)”.

1  Da diversi anni, da un lato durante la mia attività di psicologo e psicoterapeuta, dall’altro lato in quella di animatore di “Corsi per Adulti”, ho accennato occasionalmente a ciò che definivo “Il Complesso di Adamo ed Eva”, aggiungendo con un sorriso divertito:
–  Complesso che non passerà mai alla storia della psicologia…” e ci credevo, ci credo tuttora!

2  Ora, dopo tanti anni, mi sono detto “che passi o non passi alla storia della psicologia, poco importa o affatto. Desidero semplicemente esprimere in modo più esteso che cosa intendo con ciò e perché ritengo che valga forse la pena di parlarne con più ampio respiro…

3  Prima però di entrare in questo argomento vorrei, almeno succintamente, dire qualcosa sugli stimoli principali che mi hanno portato ad occuparmi di questa definizione, di quest’ordine di realtà.
Desidero premettere che l’elenco di questi stimoli non avviene né per ordine cronologico, né per ordine d’importanza, bensì un po’ a caso così come li presenta la mia memoria:
per me esistono sia la causalità che la casualità, quest’ultima non essendo semplicemente, come taluni affermano, il prodotto della nostra ignoranza, bensì da un lato una realtà autonoma, dall’altro lato e al tempo stesso necessariamente una realtà complementare della prima (così come vale per lo “Yin-Yang” e le sue innumerevoli applicazioni).

4  Ma eccovi un estratto degli stimoli ricevuti:
– ancora studente, attorno agli anni 1960, ebbi l’occasione di seguire a Ginevra i corsi dello psicagogista franco-svizzero Charles Baudouin (1893-1963), che coniò il concetto del “Complesso di Caino e Abele” (ossia quello concernente la gelosia, l’invidia, la rivalità fraterna, secondo il dramma che la Bibbia ci racconta a proposito dei due fratelli, per cui Caino annienta Abele!), complesso che taluni considerano un aspetto collaterale del complesso di Edipo, fatto che non condivido, considerando il “Complesso di Caino e Abele” autonomo e di ben altri contenuti che quello edipico, soprattutto se si considera quest’ultimo in un’ottica simbolica (per esempio come faceva Paul Diel, vedi in seguito), contenuti che possono creare grossi problemi all’individuo lungo il suo percorso esistenziale e che non hanno necessariamente a che fare con “babbino e mammina”!

–  Il riferimento veterotestamentario mi piacque, perché nella storia dell’individuo umano descritta, questo importante evento conflittuale avviene in un secondo tempo (ben inteso dopo quello di Adamo ed Eva), tanto più che mi era diventata familiare l’idea del “simbolismo storico” (che, se non vado errato, è stato così definito “dall’esoterista ed orientalista” René Guénon, 1886-1951). Allora mi sembrava di avere capito che il simbolismo storico poteva utilizzare sì eventi a carattere cosiddetto storico, per distillarne però delle valenze che potevano trascendere l’evento stesso e assumere un carattere capace di esprimere dei principi di ordine metastorico e “universalmente” applicabili in modo atemporale, ovvero onnivalenti, allora come adesso!

–  Ritrovai d’altronde il medesimo ordine d’idee espresso nel “Convivio” di Dante (Trattato 1°, nel 1° capitolo), come pure nell’opera di Paul Diel (1893-1972, psicologo della motivazione e non soltanto), in particolare nei suoi studi sul simbolismo (Miti greci, Vecchio Testamento, Vangelo secondo San Giovanni).
Non per ultimo ebbe un influsso rilevante l’opera dello psichiatra statunitense il Dr. W. Glasser, con la sua “Terapia della realtà” e la conferma che trovai nella prassi quotidiana.
Infatti il Dr. Glasser (1925-2013) mette l’accento da un lato “sull’esame di realtà”, con il quale si è e si deve essere confrontati e l’importanza fondamentale che riveste questo riconoscimento, dall’altro lato e parimenti l’assunzione di responsabilità da parte dell’individuo o ente interessato (almeno per quanto concerne la sua parte di responsabilità), per uscire dalle sue ricorrenti e apparentemente insolubili difficoltà esistenziali.

Con questi stimoli mi sembrava di aver capito che, per i cabalisti, rabbini, alchimisti, massoni, teologi cristiani, psicologi, psicanalisti o esegeti di qualsiasi altra estrazione, è scontato che possano leggere ed interpretare questa parte del testo (come pure altri passaggi), in modo diverso, così come non riuscirò ad esaurirne il contenuto.
Questo perché, e credo di avere pure capito, che ogni forma di simbolismo comprende delle possibilità interpretative e applicative per così dire innumerevoli, se non illimitate e che nessuno riesce a ricoprire interamente con le sue spiegazioni.
Per inciso: un aforisma racconta che le porte della “Sapienza” sono 50, ma che perfino Mosè è riuscito ad aprirne soltanto 49: l’ultima gli è rimasta preclusa così come lo è e sarà per tutti noi!

Mi limiterò quindi da un lato volutamente, dall’altro lato forzatamente ad esprimere quanto ritengo fondamentale per la comprensione di ciò che mi permetto di chiamare “Il Complesso di Adamo ed Eva”, concentrandomi su quanto suppongo psicologicamente e pedagogicamente decisivo per l’evoluzione del singolo e delle collettività (così come tenterò, tempi permettendo, di procedere per i complessi della “Torre di Babele” e di “Sodoma e Gomorra”).

2. Dapprima il racconto dell’antico testamento: Genesi 3, 1-24,
(Traduzione  di  Giovanni  Diodati  Lucchese, 1576-1649, pagg. 2-3):

1       “Or il serpente era astuto più che qualunque altra bestia della campagna, che il Signore Iddio avesse fatta. Ed esso disse alla donna:
– Ha pure Iddio detto “Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?”
2       E la donna disse al serpente:
– Noi possiamo mangiare del frutto degli alberi del giardino.
3       Ma non del frutto dell’albero ch’è in mezzo del giardino, Iddio ha detto “non ne mangiate e nol toccate chè non muoiate”.
4       E il serpente disse alla donna: – Voi non morreste punto.
5       Ma Iddio sa che, nel giorno che voi ne mangereste, i vostri occhi si aprirebbero, onde sareste come dii, avendo conoscenza del bene e del male.
6       La donna adunque, veggendo che il frutto dell’albero era buono a mangiare, e ch’era dilettevole a vedere, e che l’albero era desiderabile per avere intelletto, prese del frutto e ne mangiò, e ne diede ancora a suo marito, acciocché ne mangiasse seco. Ed egli ne mangiò.
7       Allora gli occhi di amendue si apersero, e conobbero ch’erano ignudi; onde cucirono insieme delle foglie di fico, e ne fecero delle coperte da cingersi attorno.
8       Poi, all’aura del dì, udirono la voce del Signore Iddio che camminava per lo giardino. E Adamo, con la sua moglie si nascose dal cospetto del Signore Iddio, per mezzo degli alberi del giardino.
9       E il Signore Iddio chiamò Adamo e gli disse:- Ove sei?
10     Ed egli disse: – Io intesi la tua voce per lo giardino, e temetti, perciocchè ero ignudo e mi nascosi.
11     E Iddio disse: – Chi ti ha mostrato che tu fossi ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero, del quale io ti avea vietato di mangiare?
12     E Adamo disse: – La donna che tu hai posto meco, è quella che mi ha dato del frutto dell’albero, ed io ne ho mangiato.
13     Ed il Signore Iddio disse alla donna: – Che cosa è questo che tu hai fatto?
E la donna rispose:
– Il serpente mi ha sedotta, ed io ho mangiato di quel frutto.
14     Allora il Signore Iddio disse al serpente:
– Perciocchè tu hai fatto questo, sii maledetto sopra ogni altro animale, e sopra ogni altra bestia della campagna; tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai la polvere tutti i giorni della tua vita.
15     Ed io metterò inimicizia fra te e la donna, e fra la sua progenie e la progenie di essa; essa progenie ti triterà il capo, e tu le ferirai il calcagno.
16     Poi disse alla donna:
– Io accrescerò grandemente i dolori del tuo parto e della tua gravidezza; tu partorirai figliuoli con dolori, e i tuoi desiderii dipenderanno dal tuo marito, ed egli signoreggerà sopra di te.
17     E ad Adamo disse:
– Perciocchè tu hai atteso alla voce  della tua moglie, ed hai mangiato del frutto dell’albero, del quale io ti avea dato questo comandamento:
“Non mangiarne”: la terra sarà maledetta per cagion tua; tu mangerai del frutto di essa con affanno, tutti i giorni della tua vita.
18     Ed ella ti produrrà spine e trivoli; e tu mangerai l’erba dei campi.
19     Tu mangerai il pane col sudor del tuo volto, fin che tu ritorni in terra; conciossiachè tu ne sii stato tolto; perciocchè tu sei polvere, tu ritornerai altresì in polvere.
20     E Adamo pose nome Eva a sua moglie; perciocchè ella è stata madre di tutti i viventi.
21     E il signore Iddio fece delle toniche di pelle ad Adamo ed alla sua moglie; e li vestì.
22     Poi il signore Iddio disse:
– Ecco l’uomo è divenuto come uno di noi, avendo conoscenza del bene e del male; ora adunque e’ si convien provvedere che talora egli non istenda la mano, e non prenda ancora del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo.
23     Perciò il Signore Iddio mandò l’uomo fuor del giardino di Eden, per lavorar la terra, dalla quale era stato tolto.
24     Così cacciò l’uomo e pose de’ Cherubini davanti al giardino di Eden, con una spada fiammeggiante che si vibrava in giro, per guardar la via dell’albero della vita.   (GENESI 3, 1-24)

*           *          *

3. Dapprima vorrei riprendere e precisare il concetto al quale ho accennato nel Praescriptum, ossia a quello del “simbolismo storico”.
Tuttavia mi sembra più interessante ancora, inserire il fenomeno nella prospettiva “mitica”, quella intuitiva, prescientifica, prepsicologica, senza negare che questa possa contenere interessanti, preziose e talvolta fondamentali “verità”.
Non si tratta di affrontarle soltanto per pura curiosità intellettuale (quindi cognitiva), ma durante il percorso chiarificatore che include la loro conquista, di chinarsi pure sulla loro portata pratica, o in altre parole: si dovrebbe cercare di realizzare delle alternative costituite da contenuti concreti, validi nel decorso della nostra vita quotidiana.

Ritorniamo al testo e a quanto mi ha colpito in questa pur sempre strana narrazione, probabilmente molto meno strana se inserita in un’ottica “mitica”, e qui mi viene in mente l’esortazione del Poeta:

“O voi ch’avete li ’intelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.”       (Dante: Commedia, Inferno IX, 61-63)

Dapprima noto che nel Vecchio Testamento (e mi sono fatto dire che il testo, molto probabilmente dapprima tradizione orale, risale all’incirca a 3500 anni or sono), questa narrazione intrisa di problemi relazionali tra esseri primordiali (non primitivi, che sarebbe un’altra cosa, bensì dei primordi) e la loro divinità, è la prima storia di questo antico documento, che ci viene narrata sull’essere umano e ha dato ovviamente luogo ad interminabili interpretazioni di cui desidero portarvi soltanto un esempio:

il testo comincia nell’originale con “Be rescit…” che viene solitamente interpretato quantitativamente in modo temporale, cronologico come “All’inizio…” mentre sarebbe forse più interessante e importante tradurlo, come è possibile, con un senso atemporale e qualitativo “In principio…” due punti di vista molto diversi (un fenomeno che ha a che fare con le regole di base)!
Desidero anticipare: all’essere umano pone già il problema fondamentale con il quale gl’individui e le comunità sono alle prese da allora fino ai nostri giorni (e lo saranno probabilmente pure in futuro!)

Infatti, sin dall’inizio della narrazione, ma “in principio” appare il Serpente…”astuto più che ogni altra bestia della campagna…” ed è legittimo chiedersi che cosa rappresenta il Serpente, che funzione svolge all’interno dell’essere umano: chi è il Serpente?
Una prima risposta potrebbe essere semplicemente, “l’astuzia”!
Inoltre ho consultato un dizionario etimologico che tra l’altro ci dice:
“l’astuto è colui che possiede l’arte e l’abilità di sapere con acconci mezzi condursi ad un fine, sia ingannando gli altri, sia ottenendo vantaggi, sia evitando un danno”, aggiungendo sinonimi quali: “sagace, scaltro, furbo” (il “fourbe”, nella lingua francese è bugiardo e ladro: falso, impostore, subdolo, furfante: non male vero?)

Però nessun dizionario o vocabolario ci dirà che prima d’ingannare gli altri, l’inganno avviene all’interno di noi stessi, nella nostra mente, e che questa, nella sua limitatezza può ingannarci per rapporto alla realtà, negando o mascherando lo stato effettivo degli eventi…
Se poi cerchiamo d’ingannare altri per il nostro tornaconto, allora ci muoviamo “nell’egocentrismo  ben installato” e il bene al quale aspiriamo è soltanto quello personale e non collettivo, atteggiamento che si è quasi sempre avverato fallace, soprattutto sul lungo termine.
Se non siamo ancora stati in grado di capirlo finora, chiniamoci sulla storia umana e ristudiamola seriamente, vale a dire non soltanto in modo astratto, ma nei suoi esiti concreti, e che esiti…!

Ora l’astuzia, la furbizia, mi sembrano un modo superficiale, immaturo, vorrei dire infantile di riferirsi alla vita e come accennato prima, un modo brevimirante di relazionare con le persone e gli eventi, in cui si tende a vivere in modo istintivo, impulsivo, epidermico, tipico dei bambini che non dispongono ancora delle esperienze e degli strumenti necessari per poter rivedere, riflettere, approfondire “le cose”, non soltanto della loro vita, ma ovviamente anche di quella in generale:

“Però, se ‘l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volentier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol ben in pria sente il sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.”
(Dante: Commedia, Purgatorio XVI, 82-93)

È per questa sua tendenza iniziale, ludica e superficiale, ossia il “Regno della Lonza” di dantesca memoria, che possiamo trovare le due terzine:

“Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia d’innanzi al volto,
anzi impediva tanto il mio cammino,
ch’i fui per ritornar più volte volto.”    
(Dante, Commedia, Inferno, I, 31-36)

Tendenza iniziale ancorata in noi tutti, dovuta all’ignoranza e alla mancanza d’esperienza, ragione per cui l’individuo si lascia sedurre da svariate tentazioni (da quelle prodotte dai sensi a quelle create dalla nostra mente), non di rado poco costruttive e men che meno felici, bensì controproducenti e talvolta tragiche!
Basta seguire da vicino le storie individuali, senza parlare di quelle delle collettività, delle nazioni in generale per potersene convincere!

Qui, la sfida e quindi la corrispondente trasgressione cosa potrebbe comportare?
Solitamente, l’individuo durante la sua evoluzione verso un’efficiente consapevolezza (di come è, di come si comporta, quindi di  come relaziona con sé stesso, gli altri, la Vita), qualora riesce a raggiungerla, abbisogna di un lungo periodo di tempo, di esperienze, osservazioni e riflessioni.

Non è facile scoprire le “leggi intrinseche” che regolano la nostra vita e questo percorso richiede un notevole sforzo per rapporto ai contenuti che ci riguardano.
Ci sono dei limiti posti sia dalla nostra natura particolare che da quella generale “è il frutto che non va mangiato”: i limiti che non vanno trasgrediti, se non si vuole incorrere nelle reazioni magari nefaste della Natura in senso lato (si tratta di non fare “il passo più lungo della gamba”).

Potrei aggiungere che, se nonostante le avvertenze (interiori o esteriori), le prevaricazioni vengono attuate ugualmente, allora bisogna sopportarne le conseguenze o in altre parole: assumerne la responsabilità e non scaricare questa su chissà chi o chissà che cosa!
Se ci si sbarazza di lei, allora si entra nella dinamica che vorrei per l’appunto chiamare il “complesso di Adamo ed Eva”, interminabile ripetizione dello schema descritto e che sarà ancora precisato in seguito.

Vorrei ora tentare una descrizione sintetica del suddetto percorso suddividendolo per comodità in alcune “fasi”. Dico per comodità, credendo di sapere che questi processi non presentano solitamente delle fasi pure, sistematicamente progressive, lineari, bensì spesso degli intrecci, delle sovrapposizioni, avanzamenti e regressioni: ma ci provo comunque…

Prima fase:
inizialmente l’individuo si trova (come in una prima infanzia normale, quando il bimbo è trattato adeguamente) in uno stato di “ben-essere”, beatitudine, armonia (simbolicamente parlando nel “Gan Eden”, ossia nel “Paradiso terrestre”: luogo di delizia e di ricreamento dell’anima), al tempo stesso stato d’innocenza (in cui non si nuoce), ma pure d’ignoranza, d’inconsapevolezza.

Seconda fase:
La “Vita” (il bagaglio genetico, atavico, le esperienze, le intuizioni, le interpretazioni degli eventi) presenta progressivamente all’essere umano delle informazioni, giuste o sbagliate che siano simbolicamente rappresentate “dall’Albero della conoscenza del bene e del male” e dal “Serpente”, ricordo: l’astuzia, la furbizia, non l’intelligenza: le prime spesso confuse con quest’ultima!

Terza fase:
La “coscienza”: quella “scienza” innata, quel “sapere”, le “avvertenze che” ci sono date “nell’imballaggio” della vita se le sappiamo ascoltare senza prevaricarle, senza deformarle, ma pure gli influssi ambientali (socioculturali) passati e presenti, ci presentano delle interdizioni, dei limiti, anche qui: giusti o sbagliati che siano, poiché, oltre pochi valori probabilmente assoluti, la maggior parte di ciò che è giusto o sbagliato, il bene e il male, sono di natura spesso soggettiva, quindi relativi a…prevalentemente soltanto all’essere umano!

Quarta fase:
Queste cosiddette “interdizioni”, che sono spesso dei limiti che la natura in senso lato ha imposto, ma che pure gli esseri umani si sono autoimposti nel corso della loro storia per svariate ragioni, spesso di natura protettiva (autoprotettiva), vengono però puntualmente trasgrediti (vedi per esempio i “Dieci comandamenti”), causando per di più dei sensi di “colpa” in tedesco “Schuldgefühl”, ossia senso di debito, che provoca quell’impressione di essere debitori, ragione per cui ci si sente non di rado in dovere di rettificare, anche se magari non ci sono le ragioni sufficienti per sentirsi in colpa.

Quinta fase:
Questo significa che il senso di “colpa rifiutato”, non permette all’individuo di assumersi le sue responsabilità e ciò che è peggio, dà spesso luogo al fenomeno della “proiezione”: pensate a un proiettore nel quale è inserita un’immagine che viene appunto proiettata fuori solitamente su uno schermo, ragione per cui si riversa su terzi la propria “colpa”, la propria responsabilità.

Sesta fase:
Scaricata su terzi, proiettata su altri e così di seguito su altri ancora, in un circolo vizioso di rifiuti della propria responsabilità, questa non viene mai assunta ma rinviata, rimandata, creando così un tessuto complesso di situazioni distorte, perverse che mancano di “trasparenza” e che sono intrise di “false giustificazioni”!

Settima fase:
Si giunge così ad uno stato di scissione, di alienazione e con ciò di “espulsione” dallo stato di ben-essere, equi-librio, armonia, univocità, unità iniziale (o come dir si voglia), rappresentato simbolicamente dal “Paradiso terrestre”.
E così il “gioco è fatto”, il complesso di “Adamo ed Eva” si realizza e può perpetuarsi nel continuum di un “cerchio vizioso”, (contrariamente a quello spiraliforme, aperto, evolutivo, “virtuoso”), perché chiuso per esclusione di alternative e che, ad alienazione avvenuta e ripetendosi, non permette il rientro nel “Paradiso terrestre”,  ossia nello stato di “equilibrio dinamico”.

4.1      “Adamo ed Eva” noi, noi tutti da tempi immemorabili, siamo dunque collocati “per principio”, non semplicemente “all’inizio” cronologico di un’era, in un cosiddetto “Paradiso Terrestre”, ossia e probabilmente in uno stato d’equilibrio armonioso tra gli aspetti costruttivi (il “Bene”) e gli aspetti distruttivi dell’energia (il “Male”), d’altronde concetti molto relativi, a tempi, luoghi, individui, comunità, tradizioni socioculturali e via dicendo, là dove c’è poco spazio per considerazioni di carattere veramente assoluto!

2      Inizialmente, con poca esperienza e conoscenza, ci troviamo quindi virtualmente di fronte a possibilità decisionali e comportamentali riguardanti queste due tendenze fondamentali dell’energia, che però ha un carattere unitario, ma operante in modo paradossale secondo la “logica dei contrari”, (un’espressione cara a Stéphane Lupasco 1900-1988, Filosofo delle Scienze rumeno), in modo apparente, scisso, contrastante, ma inevitabilmente complementare, ciò che significa appunto “relativo a…”.

3      Mi si potrà obiettare che il bambino non ha possibilità iniziali di scelta, che le sue scelte sono ancora inconsapevoli, impulsive, mosse dall’istinto, dagli influssi ambientali e altro ancora, come per esempio da certi aspetti del codice genetico e chissà quello che cosa contiene!
L’obiezione mi sembra corretta ed è per questa ragione che non ho parlato di scelte:
scegliere si può veramente e soltanto quando si conoscono gli elementi in campo, soprattutto le connessioni tra “cause” ed “effetti”, i poli opposti delle contingenze.

4     Credo che la mia “monografia” non abbia un carattere scientifico, perché da un lato è molto intuitiva e dall’altro lato soltanto un po’ di tipo razionale.
Magari altri potranno “scientificizzarla” (bel neologismo vero?), dopo questa prima bozza.
Suppongo pure che l’individuo, anche se inizialmente non conosce i nessi causali, dunque le sue motivazioni e se quindi non sa veramente, percepisce, intuisce però quando le sue parole e-o i suoi atti sono corretti, oppure scorretti, contorti, distruttivi.
Con l’andar del tempo riesce spesso a soffocare (rimuovere) questo “sapere” (questa“consapevolezza”).

5     E qui, come già accennato, subentra un fenomeno grave a tutti i livelli:
in tanto quanto responsabile di un’erranza non l’attribuisco alla mia smemoratezza, sbadataggine, svista, inconsapevolezza, o qualche altro più o meno furbastro “alibi” di casereccia invenzione, ma la scarico su innocenti o poco responsabili terzi che diventano così le vittime, i capri espiatori delle mie scorrettezze, dei miei errori!
Da lì in avanti le situazioni possono diventare sempre più complesse, più contorte, addirittura tragiche e tutto il processo può finire su falsi binari con le sue ramificazioni e deteriorare eventualmente non soltanto la vita di alcuni, ma pure di molti (addirittura di etnie e nazioni…!):

“Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre
convenne rege aver che discernesse
della vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;      
 
(o detto con altre parole: “La dirigenza che
guida,
 parla bene, ma razzola male!”)

per che la gente, che sua guida vede,
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder, che la mala condotta
è la cagion che ‘l mondo ha fatto reo,
e non natura che ‘n voi sia corrotta.”
(Dante: Commedia, Purg. XVI, 91-105)

5. A meno che…:
si faccia ricorso ad una “bussola” (vedi pure “La Bussola”, monografia nel medesimo blog), che a prima vista può sembrare misteriosa, ma che permette dapprima la penetrazione in un campo minato per sminarlo e procedere in seguito passo per passo, salendo anche se spesso con una certa fatica, la “china del dilettoso monte”, verso “altopiani” più fertili ed allettanti, fin su su verso il “Paradiso terrestre” prima e, se tutto procede ben bene, forse anche verso quello “integrale”, il “Paradiso celeste”, quello degli stati superiori che rappresentano il perfezionamento delle conquiste costruttive precedenti, fino ai limiti delle possibilità superiori dell’essere umano, da pochi e raramente raggiunto!
La configurazione della bussola potrebbe essere:

V.        I.        T.        R.        I.        O.        L.

Visita
Interiora
Terrae
Rectificandoque
Invenies
Occultum
Lapidem

Sigla probabilmente di origine alchemica o rosacruciana, comunque esoterica, ma di un esoterismo effettivo e non riduttivo alla “New Age” che, in una sintesi estrema, indica pure il percorso tracciato con profusione di dettagli dalla “Commedia” di Dante.
Questa bussola, interpretata un po’ personalmente e non tradotta ad litteram, offre con parole povere suppergiù il seguente significato:

“Penetra, approfondisci la tua vita interiore in particolare, quella dell’essere umano in generale e scoprendola cerca di rettificare le tue debolezze, i tuoi falli, i tuoi smarrimenti, le tue alienazioni, le tue perversioni.
Prova a trasformarti in modo costruttivo, transitando da vizio a virtù, perché se percorrerai veramente e umilmente le ardue vie, troverai forse il regno della saggezza, costituito tra l’altro da pace, bellezza, armonia, amore, virtù e conoscenza!”

Si potrebbe inoltre affermare che il “Complesso di Adamo e d’Eva” è centrale per l’essere umano, dal quale nascono pure altri, come ad esempio quello di “Caino e Abele”, tratto pure dalla mitologia veterotestamentaria ed elaborato in particolar modo e come accennato dallo specialista ginevrino Charles Baudouin, oppure quello di “Edipo”, nella mitologia greca, reso famoso da Sigmund Freud, anche se in buona parte da questi travisato, perché appare molto più complesso di quanto ci si è voluto far credere (vedi Paul Diel nel suo magistrale “Symbolisme de la mythologie grècque”, in Payot no. 87).

Mi si potrebbe giustamente obiettare che quello di Edipo non c’entra, poiché nel complesso di Adamo ed Eva c’era soltanto la coppia primordiale senza figli. Ma ritengo che c’è qualcosa di fondamentale che li accomuna ed è il fatto che in un primo tempo nessuno degli attori si assume veramente la responsabilità dei propri atti, forse non la percepisce neppure, per tentare in un secondo tempo di condurre l’evento possibilmente a un lieto fine.
Questa realtà dell’omissione o impossibilità d’assunzione è particolarmente drammatica e spesso tragica sia per il singolo, le nazioni che per l’umanità intera lungo il corso della sua tortuosa e travagliata storia.

6. CONCLUDENDO e includendo magari aspetti già considerati, cosa che per dei fenomeni seri, importanti, a mio avviso non guasta:

1   in tutti i tempi e luoghi gli esseri umani hanno pensato e commesso delle azioni controproducenti, per utilizzare un termine blando, ciò che per noi individui umani è praticamente inevitabile (“errare è umano, perseverare è”…più che umano!): quindi fa parte della nostra vita bene o male che sia stata congegnata e si possa essere più o meno d’accordo con questo stato di cose;

2   ciò che invece non è scontato, importante, degno di attenzione nonché di cura, è il fatto che solitamente tendiamo sistematicamente a declinare le responsabilità per le nostre “malefatte” attribuendole a qualcun altro, “proiettandole” su qualcun altro, come se noi non c’entrassimo e potessimo “lavarcene le mani” alla “Ponzio Pilato!”;

3   è a partire da questo punto che prende inizio il “complesso di Adamo ed Eva”, ossia nel rinviare puntualmente all’altro le proprie responsabilità con tutte le conseguenze che questo comporta, perché tende a diventare una malaugurata catena, un cerchio vizioso senza fine;

4   si tratta invece di fermare il prolungamento della catena viziosa nel momento in cui ci si assume la propria responsabilità, “battendo il petto con un mea culpa”, o almeno con un: “si tratta almeno parzialmente della mia manchevolezza, cerchiamo di valutare le parti in causa e quelle a cui, per essere sinceri, dobbiamo rispondere!”;

5   nella dinamica del singolo, il rifiuto della responsabilità può sembrare una soluzione, uno sgravio, ma lo è soltanto momentaneamente, a breve termine, mentre in generale e sul lungo termine, si continua a rinviare il problema, o i problemi, con i corrispondenti accumuli “d’indebitamento”, di deresponsabilizzazione e le conseguenti nonché progressive complicazioni, in modo che per finire la matassa diventa imbrogliata a tal punto che diventa quasi impossibile districarla…;

6   assumersi la responsabilità, oltre che far mostra di realismo, comprende pure una buona dose di coraggio che sfortunatamente, a quanto pare, la maggior parte delle persone implicate non detiene.
Il coraggio di affrontare le proprie incongruenze, i propri cedimenti, le proprie inadempienze, significa esporsi al timore di essere svalutati e poi esclusi dal rispetto, dalle considerazioni favorevoli, vedi pure dall’ammirazione degli altri, dalle loro alleanze: dati che a nessuno piacciono, ragione per cui tutti cercano di evitarli, negando la propria responsabilità, ovviamente per ciò che concerne i cosiddetti “dati negativi”, le cosiddette “défaillances”, i falli;

7   in una società così poco trasparente come la nostra, nella quale, almeno così sembra, la trasparenza e la verità non sono degli ideali, ma prevalgono i sotterfugi, i raggiri, l’inganno, le furbizie, le prevaricazioni, l’assunzione di responsabilità per i propri sentimenti, pensieri ed azioni, diventa effettivamente un atto di coraggio.
Coraggio nell’affrontare la sconsideratezza altrui, i giudizi, o forse meglio i pregiudizi e di conseguenza dei possibili voltaschiena;

8  anche se da pochi la franchezza e la fermezza dell’altro nell’affrontare la propria responsabilità viene pregiata, forse anche ammirata, si può supporre che la nostra società è ancora ben lungi dal valorizzare la dote dell’ammissione e della condivisione della responsabilità, in altre parole la “trasparenza” nei confronti del prossimo (in tal caso sarebbero pure più semplici, speditivi e meno costosi certi processi!);

9   soltanto che, procedendo di questo passo e nel trend attuale, c’è poca speranza per un’inversione di tendenza, poiché gli esseri umani sembrano per così dire inciampati in un gioco perverso che consiste ad incolpare il prossimo, a raggiralo, a sfruttarne le debolezze, a considerarlo un po’ come un oggetto con il quale è lecito fare quel che pare e piace, seguendo le direttive del proprio tornaconto, del proprio egocentrismo: che corrisponde alquanto “al giocare da onnipotenti, da divinità” (vedi Eric Berne, psichiatra, 1910-1970, con il suo magistrale testo “A che gioco giochiamo”)!

   10   Quella frase verso la fine del racconto biblico:
“Perciò il Signore Iddio mandò l’uomo fuor del giardino di Eden, per lavorar la terra, dalla quale era stato tolto…”,
potrebbe contenere uno dei rimedi principali per ovviare a questa perversione, ossia quello di tornare ai “valori della terra, all’humus, all’humilitas”.
Perché non vi siano malintesi ed in questi è così facile cadere, soprattutto perché spesso non siamo seriamente all’ascolto dell’altro per cercare di capirlo, senza sovrimprimergli i nostri punti di vista, le nostre interpretazioni, vorrei precisare che con ciò non intendo che tutti debbano “lavorare la terra”, no certamente, sarebbe completamente dereistico.

Ciò che intendo è invece di cercare e ritrovare l’aspetto, il posizionamento, il ridimensionamento realistico dell’essere umano per rapporto a ciò che rappresenta all’interno di questo Universo, in tanto quanto fragile e limitatissimo abitante di questa terra: un granellino nel Cosmo, che sottostà alle leggi implicite dell’Universo.
Esserino perfino incapace di sconfiggere sia gli sconvolgimenti climatici e altri: vulcani, terremoti, zunami, carestie, disastri economici,  guerre, disoccupazione e quant’altro, sia gran parte delle gravi malattie che a turno lo assillano periodicamente, nonostante tutti gli sforzi fatti nel corso della sua storia, per non parlare della Morte, estremo atto di Giustizia della Vita nei suoi confronti, al quale tutti indistintamente devono sottostare in modo irrevocabile, parificandoli in quel che sono effettivamente: il risultato di un atto creativo d’una potenza trascendente, la cui natura e origine ci sfugge, rimanendo perennemente impenetrabile:

                      “Il Mistero dei Misteri, porta di tutti gli Arcani“

…come lo si trova accennato nel 1° aforisma del Tao-Te Cing di Lao Tse, (so che lo si può scrivere diversamente, ma lo ritengo senza importanza), testo che data per gli uni all’incirca di 500-600, per altri di 300-400 anni prima della nostra era…(e anche questo è di subordinata importanza!)

*       *       * 

So long, I am around…

Fine della prima Monografia sui Complessi


About the Author

Beni Sascha Horowitz
Nato e cresciuto a Lugano (Svizzera, per chi non lo sapesse c'è anche una Lugano in Italia), ho studiato a Ginevra musica, psicologia e psicologia del lavoro (efficiency), pedagogia e pedagogia curativa. Ho praticato a Basilea e Lugano psicologia clinica e psicoterapia di tipo psicodinamico (avendo seguito un "Training psicoterapeutico) , ma indipendentemente da "Scuole", all'interno di Servizi Medico-Psicologici. Ho partecipato ai Corsi per Adulti in tanto quanto animatore di alcuni corsi tra il quali il Tai Chi Chuan, Rileggiamo Dante, I Miti del passato e l'uomo moderno, Il Diario personale creativo, Alla ricerca della propria identità, Psicologia e vita quotidiana, ecc. Sono rimasto sensibilmente influenzato dal Taoismo cinese e dallo Zen giapponese, senza pertanto diventare un "fedele seguace". Ho iniziato i tentativi di scrittura dopo il pensionamento. Ora sto cercando di proporre poco a poco alcuni miei scritti... Per eventuali chiarificazioni, sono raggiungibile tramite l'indirizzo e-mail: [email protected]

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