Beni Sascha Horowitz
“LA PUNTA DEL DIAMANTE”
Breve diario di un insolito pellegrinaggio
dedicato ai partecipanti del
“G. R. E. Q. I”
Gruppo di Ricerca-Realizzazione
per l’Elevazione Qualitativa
dell’Individuo
al gruppo
“RILEGGIAMO DANTE”
che ha cercato di capire il sommo Poeta
così come lo ha proposto lui stesso
nel suo Convivio
al gruppo
“PROGREDITI DEL TAI CI CIUAN”
disciplina che a prima vista sembra
molto lontana da quanto precede e segue
pur essendo molto più vicina
di quanto si potrebbe supporre
nonché a quel gruppo di
“AMICI IN GENERALE”
che percorre itinerari
se non identici almeno imparentati
perché quasi tutti volenti o nolenti
consapevoli o no chi più chi meno
in una forma o in un’altra
persegue obiettivi molto simili…
I N D I C E
1. Dedica-Indice-Introduzione
2. i preparativi
3. la traversata
4. l’isola
5. il “campo base”
6. la grammatica
7. la pratica
8. la montagna
9. la cultura
10. ruminazioni supplementari
11. qualcuno riesce: ma in che cosa riesce?
12. conclusione
13. postscriptum
14. Appendice I
1. INTRODUZIONE
Questo vuol essere un breve ma insolito diario, sintesi di un medesimo pellegrinaggio ripetuto più volte nel corso degli anni, anche se in modo diverso e a svariati livelli di consapevolezza.
Non vi si cerchi descrizioni o esperienze di cosiddetti luoghi sacri, perché non si parlerà né di Gerusalemme, Fatima o Lourdes, manco di Nazareth, Assisi o Czestochowa, neppure della Mecca, di Benares oppure Betlemme, ma nemmeno di Tiruvannamalai, Santiago de Compostela o di altri luoghi “ufficializzati” o meno, anche se parlarne potrebbe essere più che interessante.
Tuttavia ne sarei incapace e sono sicuro che diversi autori hanno già assolto egregiamente questo delicato compito, oppure lo faranno al momento voluto.
Il seguente tentativo concerne invece l’avvicinamento della “mia montagna sacra”, la “Punta del Diamante”. Quest’ultima esiste realmente ma senza appartenere alla lista dei luoghi sacri.
I più non la conoscono, talvolta neppure coloro che vi abitano suppergiù a un’ora di macchina e ovviamente non esistono cartelli con indicazioni precise, un sentiero ben preparato per salirvi, né tantomeno una processione folcloristica o religiosa che vi stimola di parteciparvi.
Inoltre, suppongo che molti non sanno quale profondo senso possa assumere il simbolo del “Diamante” nonché quello della sua “Punta”, ragione per cui mi sembra doveroso parlarne, ma più avanti a testo inoltrato.
Non vuol neppure essere un racconto di tipo autobiografico, anche se talvolta potrebbe sembrare ed è pure tale, perché certe considerazioni possono, almeno così credo, servire da modello chiarificatorio per il nostro passato, quest’ultimo essendo spesso ingarbugliato e indubbiamente una caratteristica comune a molti che tende, soprattutto se non chiarito, ad ipotecare il nostro futuro.
Si tratta quindi di “un viaggio” ed è questo il punto:
“a partire da fatti concreti e talvolta banali, si possono intravvedere regole e stimoli validi per situazioni apparentemente diverse ma fondamentalmente simili, in modo di permettere, attraverso punti di riferimento già sperimentati, una miglior comprensione e gestione della nostra vita quotidiana”;
in altre parole:
“è un tentativo che potrebbe essere utile anche ad altri e che consiste nel creare delle direttive a partire da contingenze che, pur essendo concrete e specifiche, permettono innanzi tutto interpretazioni diversificate, ciò che significa avere la possibilità di una comprensione situazionale più ricca e di possederla in comune con altre circostanze, contenenti medesimi principi e applicazioni analoghe, ossia dati che potranno facilitare giorno per giorno l’organizzazione della nostra esistenza”.
Se il viaggio di per sé non porta modifiche sentimentali, mentali, comportamentali e spirituali, si può supporre che il pellegrinaggio abbia mancato il suo obiettivo e sarebbe da ritentare. Ma pure con il migliore degli esiti non sarebbe eccessivo verificare e rafforzare la coerenza tra “l’osserva, rifletti, scegli, decidi, realizza”, non fosse che per confrontare e soppesare il “là e allora con il qui e adesso” (“illic et tunc cum hic et nunc”, mi si perdoni il mio latino forse alquanto barbarico!)
Ho tentato qua e là un’operazione metaforica, ossia di trasposizione per poter utilizzare il viaggio, ma lo si può pure praticare con altre attività quali l’orticoltura, la costruzione, la contabilità, l’arte, lo sport, la maggior parte delle professioni o azioni quotidiane, hobby e quant’altro, nel caso specifico il peregrinare, come un’operazione, un processo di chiarificazione e trasformazione.
D’altronde pellegrino, dal latino pelegrinus (per peregrinus), ossia il forestiero e da qui peregrinari, definisce l’azione di colui che viaggia in paesi stranieri, specialmente per devozione e allo scopo di visitare certi luoghi ritenuti sacri, dai quali spesso si attende una metanoia, ossia dei cambiamenti radicali, dei miglioramenti, dei ribaltamenti psicofisici e della propria vita, o almeno per alcuni aspetti di essa. Questi possono rappresentare delle trasformazioni tanto somatiche, quanto vincolate a dei sentimenti, ma pure razionali, comportamentali, quindi pure relazionali e spirituali.
Il pellegrinaggio può rappresentare una parabola religiosa che corrisponde alla situazione dell’essere umano sulla terra, dove trascorre un periodo di prova, per accedere al momento della morte alla cosiddetta “Terra promessa”, al “Paradiso perduto”, al “Nirvana” o come dir si voglia a secondo della propria prospettiva.
La denominazione di pellegrino, definisce quindi anche l’essere umano che si sente straniero nell’ambiente in cui vive, dove non è che di passaggio alla ricerca della dimora, dello stato ideale.
Questa corrispondenza non esprime soltanto il carattere transitorio di ogni situazione, ma lo stacco inte-riore per rapporto al presente e l’investimento in fini lontani di natura superiore, sublime.
Avere un’anima di pellegrino può significare da un lato una certa mancanza di realismo dovuto a un idealismo di tipo sentimentale, dall’altro lato, legati all’idea del pellegrinaggio, si possono trovare progetti di espiazione e di purificazione, ma pure atteggiamenti di omaggio per coloro che resero sacre le mete di un pellegrinaggio.
In questo modo si associano (e mi si corregga se dovessi sbagliare) Mosè al Sinai, Gesù a Betlemme, Nazareth o Gerusalemme, Maometto a Medina e alla Mecca, Shri Ramana Maharishi a Tiruvannamalai e l’Arunachala, San Francesco ad Assisi, Baha U’llah a Haifa e così via dicendo…
Il pellegrino che si rende in questi luoghi, cerca talvolta l’identificazione con chi li rese illustri e compie il suo viaggio nella povertà, ciò che corrisponde all’idea di riparazione e distacco, intenzioni confermate in un certo modo dal bastone, che rappresenta sia la perseveranza che la modalità parsimoniosa e privativa del procedere, possibilmente a piedi e di fatto con l’aiuto di un bastone, anche se per svariate ragioni questi due mezzi non sono sempre utilizzati, sottolineando che i mezzi sono alquanto secondari, mentre rimane pur sempre primaria la qualità mentale con cui si compie il percorso, che dovrebbe essere tra l’al-tro aperta, attenta, recettiva ma pure attiva, creativa.
Senza essere una garanzia, queste premesse possono preparare la “Liberazione” dai vincoli eccessivi a questo mondo, ma anche “l’Illuminazione” che permette di percepire la o le “Verità” a noi accessibili e di costituire “l’Unione” con “l’Entità Suprema”, qualora dovesse essere ammessa, poiché è un concetto che non vale per tutti, ma comunque con le “Leggi Fondamentali della Vita”, o come definir si voglia i contenuti di ciò che, tutto sommato e in gran parte ci sfugge dei principi che presiedono la Vita.
Eventi talvolta straordinari e che saranno forse “la ricompensa” alla fine del pellegrinaggio, oppure sol-tanto in un secondo tempo, magari molto più in là in un lontano futuro, qualora dovesse mai avvenire.
Il peregrinare è strettamente imparentato con certi riti iniziatici e tende a creare l’identificazione con la “Scuola” o il “Maestro”, “la Guida”, ma soprattutto con ciò che rappresenta: vale a dire la corrente spirituale e il metodo per realizzare certi valori che si cerca di trasmettere.
Sia ben chiaro: il pellegrino, tramite il viaggio esteriore, compie soprattutto un viaggio interiore che può permettergli di rompere con gli schemi abitudinari, assumere altri punti di vista, vale a dire alternative a quanto percepito fino a un certo momento, arricchendo e approfondendo la comprensione per gli eventi che mirano a far incontrare sé stesso e-o gli altri in una profondità rinnovata, per conoscersi in modo tale da poter apportare le rettifiche necessarie al proprio modo di essere, allo scopo di stimolare il percorso verso la realizzazione delle qualità costruttive, della perfettibilità possibile in tanto quanto essere umano all’interno di più o meno ampie collettività.
* * *
So long, I am around…
Fine del 1° capitolo (continua)
2. I PREPARATIVI
Prima di partire si può essere sommersi da esitazioni, dubbi, timori:
“ho fatto tutto ciò che dovevo fare, non ho dimenticato nulla, ma devo proprio andarci, che senso può avere?”
Forse perché si lasciano delle abitudini che danno una certa sicurezza e si va incontro a delle incognite, come se nella vita quotidiana l’insondabile mancasse, come per esempio quando si scende le scale per ritirare la corrispondenza e invece di raccoglierla si finisce all’ospedale o al camposanto.
Insomma, ci si può trovare nel bel mezzo di una piccola crisi d’incertezza.
Ma passiamo…
Ci sono svariate cose da organizzare prima della partenza, che a prima vista con il pellegrinaggio sembrano avere poco o nulla a che fare, come prenotare il traghetto se s’intende accedere a un’isola, l’habitat in cui vivere, assicurarsi gli alimenti non reperibili ma necessari e gl’indumenti per un clima diverso, la valuta estera e la copertura farmaceutica da acquisire, quest’ultima essendo rilevante se si hanno dei problemi di salute, i documenti e le carte geografiche da tenere a portata di mano e tante altre piccole cose più o meno indispensabili, o ritenute tali per un viaggio inabituale e per certi versi forse anche più complesso del solito, anche se tutto sommato dovrebbe essere più semplice, molto più semplice!
Ma oggi come oggi e forse da molto tempo ormai, le cose semplici…
Un po’ come quando si parte per cominciare la propria esistenza e devono essere difesi alcuni elementi concreti, allo scopo di poter proseguire l’itinerario che inizialmente è prevalentemente di natura “materiale”, pregiudicato termine che esprime dati spesso importanti, addirittura inalienabili e che fortunatamente altri assumono per noi!
Per esempio: il nome e cognome che ci devono essere attribuiti con i rispettivi documenti, il nuovo habitat con la culla del neonato prima, il lettino del bebè poi, dopo i “traghetti” da casa alla maternità e viceversa, come pure le visite dal pediatra, dai nonni, da chissà chi…Il latte materno o altro che dev’essere presente, con un buon seno, un poppatoio, pappine, pannolini, indumenti sufficientemente caldi e via dicendo.
Tutte cose non tanto dissimili da ciò che vale per il pellegrinaggio, ossia l’occorrente per il nascituro in modo da garantirgli una base sufficiente per poter decollare con una certa sicurezza verso nuovi itinerari, il suo “peregrinare” dapprima inconsapevole attraverso quest’immenso spazio che definiamo il globo terracqueo e l’universo, anche se all’inizio tutto si riduce suppergiù al formato di una culla, una stanza, un soffitto da fissare, un appartamento.
Questo universo prevalentemente freddo e impersonale, dove a parte “…il sole e le altre stelle…”, siamo noi che dobbiamo riscaldare le nostre relazioni, promuoverle e sostenerle con l’ascolto, il rispetto, la chiarificazione, la comprensione e la solidarietà reciproca, per non rimanere “congelati” nell’isolamento, nell’iperspazio buio e insondabile delle seduzioni, delle illusioni, degl’inganni, delle prevaricazioni, dei conflitti e delle distruzioni.
Quindi parecchie cose saranno da caricare sul veicolo che ci porterà fino al mare che si dovrà traghettare, per “realizzare oltre il progettare e decidere, ciò che veramente s’intende fare”.
Senza essere buddista desidero sottolineare che non per caso il buddismo offre due strumenti fondamentali alfine di percorrere le vie evolutive edificanti dell’essere umano: “l’Hinayana” e il “Mahayana”, denominati rispettivamente il “piccolo e il grande veicolo”.
Detto in parole povere e magari con omissioni ed errori: il primo tende prevalentemente alla “liberazione” personale, mentre il secondo mira all’ “illuminazione”, per poter contribuire al benessere di tutti gli individui.
Ma se guardiamo bene l’essenza dei due percorsi in definitiva è simile, perché per potersi liberare dalle contingenze bisogna dapprima illuminarle e viceversa: illuminando gli eventi puoi liberarti da illusori, inutili legami e forse non va dimenticato che una volta “illuminato e liberato” si è probabilmente pronti per procedere alla “comunione”, ovvero all’unione con il Tutto, alla consapevole integrazione nel Tutto.
I preparativi possono durare a lungo, richiedere parecchia energia, pazienza e talvolta non pochi mezzi finanziari.
Ci sono diversi aspetti da attuare, spesso apparentemente anodini ma tutti, come i pezzi di un puzzle che appaiono inizialmente sconnessi, concorrono a comporre l’immagine, la situazione nella sua interezza.
L’operazione può comprendere la scorta di alimenti che si credono irreperibili altrove, per poi trovarli in abbondanza nel luogo raggiunto; indumenti in eccesso, tra i quali manca pur sempre quello veramente utile; il passaporto da non dimenticare perché, come affermava un alto funzionario: “senza questo documento si è nessuno”, anche se alla dogana magari non sarà richiesto. Da non scordare le scarpe per la pioggia, seppure non pioverà e la sveglia che non è necessaria poiché ci siamo magari proposti di viaggiare in una “dimensione atemporale”, anche se d’altra parte la sveglietta c’impedirà forse di mancare una corrispondenza o di trascorrere mattinate e pomeriggi in ozio, fatto che si sposa male con un “percorso interiore”, dove il tempo manca sempre, perché comincia probabilmente prima della nascita (“quale era il tuo volto prima della nascita?” secondo l’antica domanda dei maestri dello Zen) e finisce, finisce…non si sa quando…(“quale sarà il tuo volto dopo la morte?” secondo l’insistente curiosare di un profano occidentale come il sottoscritto).
A prima vista forse tutte inezie, ma che possono rendere la vita più vivibile, soprattutto il nostro peregrinare, pur complicandolo talvolta per altre ragioni che possono essere di varia, non di rado d’insondabile natura.
In ogni modo, ciò che colpisce è che anche la nostra vita individuale prende inizio con dei preparativi che non sono da poco.
Un uomo e una donna si preparano per unirsi e quanti modi ci sono per farlo: sul piano corporeo, mentale e sociale, mentre nel loro grembo si sono preparati a lungo e sono in attesa (oggi si direbbe forse in “stand by”) gli elementi indispensabili che attraverso la loro compenetrazione daranno inizio alla nostra vita individuale, dopo altri mesi di attesa e sviluppo nel grembo materno.
Non tutto avviene improvvisamente e quasi tutto richiede tempo, spazio ed energia, a tal punto che talvolta ci si può chiedere:
– Ma dev’essere proprio così e ne vale veramente la pena?
Con molta probabilità non troveremo risposta a un quesito così vasto, profondo e anche impenetrabile, in modo particolare se siamo onesti e non ripetiamo come specchi magari deformanti quanto ci è stato detto e inculcato da terzi, ragion per cui è forse preferibile accantonare la domanda perché in anticipo si può soltanto intuirne la portata ma non conoscere la risposta effettiva e definitiva.
Potrebbe essere la ragione per cui si accenna spesso al cosiddetto “senno di poi”, che può apparire come un fenomeno drammatico, addirittura tragico perché subentra quando il processo è compiuto, talvolta quando è troppo tardi per correggere la mira e ripristinare le erranze già consumate.
Non è difficile rendersi conto quanto siamo dotati per complicarci la vita, o farcela complicare quasi in tutto, in modo che alla fin fine esclamiamo ogni tanto in modo estremamente banale, ma che lascia il tempo che trova:
“quanto siamo complicati!” oppure come affermano i germanofoni con un pizzico d’ironia:
“perché procedere semplicemente se lo si può pure fare in modo complicato?”
(” Warum es einfach machen, wenn es kompliziert doch auch geht? “)
Dopo questi macchinosi preparativi, ecco infine giunta la vigilia della partenza, la cui premessa può essere articolata in due fasi che includono:
la scelta del progetto, la selezione tra le svariate possibilità e la decisione di attuarlo, vale a dire la determinazione nel sostenere il piano stabilito, la “volontà politica” che spesso difetta.
Senza questi due momenti preliminari, anche se citati in modo abbreviato, è sconsigliabile o quasi impossibile decollare in modo sensato, mentre la realizzazione stessa è ancora un altro problema che dovrà essere affrontato successivamente.
Così può avvenire la partenza dall’atavico e sicuro nido quando, aprendo le ali, si spicca il volo entrando in autostrada (un po’ come succede all’aquilotto quando viene definitivamente estromesso dai genitori dal suo protetto nido e prende inizio il suo vero peregrinare nel volare con le proprie ali, procurandosi il cibo con i propri artigli e il proprio becco).
Per molti le autostrade della vita sembrano, almeno a prima vista, agevoli e sicure e talvolta lo sono, mentre possono rivelarsi piene d’insidie, rischi, impedimenti, pericoli e vere trappole mortali, così come lo sono i nostri veicoli, le nostre capacità, i nostri strumenti esistenziali.
Per una ragione o l’altra, può succedere che l’itinerario del nostro peregrinare in questo immenso, straordinario ma pur terrificante Universo, rimanga bloccato sin dall’inizio, talvolta provvisoriamente, talaltra definitivamente.
Per quest’ultima situazione si possono anche svolgere i preparativi in vista della morte, da un lato con i suoi aspetti più esteriori e formali: l’accordo con le pompe funebri, l’organizzazione della sepoltura o della cremazione, annunci sui giornali o in parole povere: alcune ultime volontà, per permetterci di scomparire con una certa dignità dallo scenario quotidiano, ammesso che questo ci sia concesso.
Dall’altro lato ci sono gli aspetti interiori che si potrebbero realizzare progressivamente fino al momento della dipartita, come l’elevazione delle qualità umane centrate sulla grande triade “Sapienza, Amore e Virtute” di dantesca memoria e ciò nel rapporto con noi stessi, gli altri, l’Universo.
Al momento ci si può sentire “piccoli e imperfetti” e si vede la via dello sviluppo personale “lunga e in salita”, senza sapere di quanto tempo, energia e capacità si può disporre per giungere a “buon porto” prima del fatidico “traghetto definitivo”.
A questo proposito va ancora aggiunto che potrebbe essere importante rappacificarsi con la vita prima del trapasso, accettando certi paradossi, ossia le apparenti contraddizioni che la vita necessariamente, inevitabilmente comporta, ma che le sono “indispensabili per poter sopravvivere”.
Per esempio e forse primo tra tutto “il nascere e morire” o in altre parole l’apparire e scomparire delle forme nella loro perenne trasformazione, “conditio sine qua non” affinché la vita possa proseguire il suo verosi-milmente mai iniziato e interminabile peregrinare (all’interno dell’Eternità e dell’Infinito, decisamente difficili, forse addirittura impossibili da comprendere!)
Ma per ora, con i pneumatici ben aderenti all’autostrada, dopo aver esitato in prossimità di alcune diramazioni, sbagliato un’uscita, dovuto chiedere informazioni a qualcuno della regione e aver riconsultato le carte stradali per l’ennesima volta (ogni tanto bisogna pur farsi aiutare e utilizzare “una Bussola” per stabilire i punti di riferimento validi), anche se con qualche impedimento come le lunghe e lente colonne che ritardano il procedere, gli altri che ti bloccano, una segnaletica imprecisa o una lettura superficiale, lasciano presagire che non si arriverà mai per tempo, come spesso avviene durante la nostra vita.
Nonostante tutto si può giungere addirittura in anticipo, soprattutto grazie ai portuali che talvolta sono in ritardo con i loro svariati preparativi per l’imbarco. Detto diversamente: per fortuna gli altri ti aiutano talvolta senza volerlo e anche senza saperlo!
Rimane però importante giungere in tempo per dirigersi nella direzione voluta, poiché è facile imbarcarsi al “momento sbagliato”, magari su “navi inadatte” oppure dirette verso “destinazioni fuorvianti”!
Forse c’è più o meno sempre da qualche parte un porto d’imbarco, magari con ritardi operativi, anche se spesso non ce ne rendiamo conto oppure non vogliamo riconoscerlo, ma che ci permetterebbe di transitare sul celeberrimo “mare situato tra il dire e il fare”.
Il fare e quanto facciamo, così come il possedere e quanto possediamo, potrebbe aiutarci a crescere umanamente e talvolta questo succede, anche se non spesso e alquanto casualmente.
Però non di rado facciamo e possediamo troppo o troppo poco, ciò che può avere effetti simili, ragione per cui siamo sommersi da questi “due impostori” che ci distolgono dall’introspezione, dalla riflessione ed elaborazione delle nostre esperienze, dalla comprensione del nostro comportamento a tal punto, che ci si può smarrire sul mare, inghiottiti dalla nostra avidità, dai desideri di fama, possesso e potere, ma pure dalle sofferenze nonché dalle svariate preoccupazioni per un domani incerto e apparentemente senza speranza, che non di rado è soltanto un modo brevimirante d’interpretare la situazione controproducente del momento in previsione del nostro futuro.
* * *
So long, I am around…
Fine del 2° capitolo. Continua…
3. LA TRAVERSATA
Il mare talvolta è tranquillo e quindi ci sono delle navi particolarmente rapide, le cosiddette “navi espresso”.
L’immensa, calma distesa bluastra inferiore e superiore (“…e il Sempiterno fece quella distesa e separò le acque che son disotto alla distesa, da quelle che son disopra d’essa…e così fu…” Vecchio Testamento: Genesi 1), era tanto bella quanto ripetitiva e perciò alla fin fine noiosa, così come lo sono certe persone che ripetono sempre le medesime cose e soprattutto si lamentano degli stessi eventi, spesso passati da molto tempo e che avrebbero già dovuto essere archiviati o sepolti nell’aldilà della memoria, ma comunque messi a tacere, disinvestiti da energie probabilmente sprecate che potrebbero essere riciclate nelle alternative esistenziali…e sì che ce ne sono!
Lo spazio era lì, per ore ed ore simile a sé stesso: accoglieva la medesima nave, con la stessa velocità, quasi troppo veloce e l’identica brezza che spirava nella medesima direzione.
Un po’ come succede ogni tanto nella vita, quando gli avvenimenti sembrano svolgersi in modo quasi troppo favorevole e danno l’impressione di qualcosa di artificiale, d’irreale, anche perché giunti nel porto di destinazione e, “messi di nuovo i piedi per terra”, ci si trova confrontati con il caos abituale, variopinto certo, ma al tempo stesso costituito da un cromatismo caotico.
Da una quarantina d’anni, in quella regione la situazione sembra sempre più intricata, anche se si può osservare che vengono fatti degli sforzi notevoli per sistemare, organizzare, rendere più funzionali, addirittura elettronici anche gli arrivi e le partenze.
Tuttavia non sembra servire a molto: ci sono sempre più veicoli, persone, navi, offerte di ogni genere, personale in rotazione perpetua e si ha l’impressione che la situazione cominci a sfuggire di mano ai responsabili delle strutture portuali e non soltanto…
Probabilmente è il risultato della massificazione dell’umanità con l’aumentata esigenza di ambizioni prevalentemente materiali, “la massimizzazione della produzione e del consumo, la cosiddetta massimizzazione economica: un orrore tra le invenzioni umane”!
Sarò incompetente e ingenuo, ma per esempio io non credo alle cosiddette “crisi economiche” di questo infausto sistema. Vale a dire: non credo che delle somme enormi sembrino volatilizzarsi, “essere bruciate” e per così dire svanire nel nulla, mettendo in ginocchio innumerevoli imprese, operatori, lavoratori. Secondo me vengono “spostate” e finiscono in occulte tasche per aumentare ricchezze e tramite loro soprattutto potere, caratteristiche tra le più ambite dagli uomini di questo pianeta, per le quali si fanno in quattro in senso proprio e figurato, passando sopra cadaveri di ogni sorta.
Nello stesso ordine d’idee rientrano i grossi guadagni perpetrato da certi privati ma soprattutto da certe imprese che dichiarano senza pudore alcuno i guadagni milionari o miliardari nel primo trimestre, nel primo semestre o durante l’anno in corso.
E tutti dimenticano che se sono stati possibili ciò significa che noi consumatori siamo stati derubati anche se, oh ironia del sistema, “molto legalmente”. In altre parole: i prezzi che abbiamo dovuto pagare al consumo o per certi servizi erano, sono, saranno troppo elevati!
Certo non escludo i privati e le imprese per così dire “oneste” (ce ne sono sempre state e ce ne saranno sempre), ma a parte ciò ho l’impressione che viviamo in una gran bella civiltà di bugiardi e ladri, anche se i fatti non vengono più definiti in modo tale, così poco attuale ma antiquato, guai!!!
No, viviamo nell’era “del libero mercato”, un’altra trovata assolutamente geniale, in cui i grandi pesci si pappano i piccoli in modo indisturbato!?!
Ma torniamo un attimo al mare e alla traversata che per una volta era senza impedimenti.
In altre occasioni le onde erano alte da togliere alternativamente la vista della costa, fatto al tempo stesso impressionante e affascinante: si vede e non si vede, la costa scompare e riappare, c’è ma sembra non esserci, fagocitata da Poseidone e sottrattagli da Eolo in un’altalena costante. Come nella vita quotidiana…
Per certuni ciò avviene senza timori apparenti, come quando la situazione appare scabrosa ma si ha l’impressione che nulla di deleterio dovrebbe succedere, anche se nonostante tutto si rimane con il fiato sospeso: “la va o la spacca?”
Tuttavia si può osservare chi ha seriamente paura, anche se non serve, perché ormai si è tutti in balia delle forze della natura scatenata, di fronte alla quale siamo più o meno dei fuscelli anonimi, insignificanti!
Servirebbe semmai chiedersi ed immaginarsi che cosa si farebbe se…, o che cosa si dovrebbe fare nel caso che…, esercitandosi per esempio nel mettere il giubbotto di salvataggio, per sapere come indossarlo al momento dovuto e non sbagliare nell’istante decisivo; oppure per essere sicuri sul dove e come collocarsi per imbarcare nelle scialuppe, percorrendo anticipatamente l’itinerario, o ancora come utilizzare la lampadina di reperimento notturno e così via…
Anche durante la nostra vita quotidiana sarebbe utile essere più preparati per certe evenienze che spesso ci trovano disarmati come i terremoti, le inondazioni, gl’incendi, le truffe, le seduzioni, le menzogne e calunnie, oppure gl’incidenti, i lutti, le delusioni, la perdita del lavoro, i tradimenti, le vendette e ben altro ancora…
Per le situazioni d’emergenza (ovviamente anche per le “situazioni estreme”, come le definiva un noto psichiatra, ossia Bruno Bettelheim), varrebbe forse la pena di preparare quel minimo indispensabile che ci potrebbe essere d’aiuto quando la maggior parte della gente è presa dal panico (forse proprio in mancanza di preparazione, di allenamento) e dobbiamo contare sulle nostre proprie capacità e forze, un po’ come lo fanno per esempio in certe zone sismiche o vulcaniche particolarmente a rischio, o come varrebbe forse la pena di prenderlo seriamente in considerazione per rapporto a situazioni di pesante stress psichico, che potrebbe eventualmente far parte dei programmi dell’insegnamento secondario, durante i tirocini, o perlomeno al momento degli studi superiori, senz’altro di quelli universitari.
* * *
So long, I am around…
Fine della 3a parte. Continua…
4. L’ISOLA
Scesi dalla nave si è confrontati con i doganieri (i “guardiani delle soglie”, anche quelli delle nostre frontiere-barriere interiori), che spesso lasciano transitare senza problemi, soprattutto quando non si ha la faccia losca, la vettura è in ordine con una targa decente, la barba è più o meno curata, non si portano occhiali da sole che celano lo sguardo e l’abbigliamento non è quello di un barbone o di una zingara:
perché così vanno le cose nella vita…
Magari passa indisturbato il più grande farabutto, elegantemente vestito e particolarmente ben motorizzato, mentre viene fermato, almeno per accertamenti poco riguardosi, un innocuo “figlio dei fiori”! È l’annoso problema delle apparenze che ingannano, che c’ingannano, attraverso le quali ci autoinganniamo!
Forse lasciano in pace gli altri perché sanno di affidarli a un bel caos fuori dal recinto portuale, talvolta a un percorso ancora lungo e faticoso per giungere a destinazione…
– Credi che ci pensano?
– No, per niente!
– A che cosa penseranno?
– Alla loro ragazza, al prossimo congedo, all’aumento di salario, al posto che vorrebbero cambiare, ai turisti scocciatori: “non potrebbero andare altrove ed infastidire i doganieri di un’altra regione?”
– Lascia perdere, siamo tutti fatti alla stessa maniera: desideriamo la facilità, le cose semplici, una vita meno complicata, più trasparente e comprensibile, più affidabile e agiata…è naturale!
– Sì, d’accordo…“guarda, passa e non ti curar di loro…“ (parafrasando il suggerimento di Dante).
Ragion per cui si continua il proprio abitudinario, talvolta banale itinerario (perché da
un lato siamo ovviamente degli “animali pensanti” ma dall’altro lato, non essendo abbastanza umanizzati, “non è che pensiamo troppo, ma non pensiamo abbastanza a fondo”, come affermava Karlfried Graf Dürckheim!)
Dopo il caos iniziale, la strada si snoda progressivamente e diventa scorrevole, anche se non mancano le solite buche, i tratti trascurati che richiedono maggiore prudenza e quelli con svariati alti e bassi, compensati con momenti che ricordano le tavole da biliardo: né più né meno come durante il nostro percorso vita: e ci risiamo…
È inutile volere che il percorso sia diverso e va accettato così com’è, mentre la possibilità che abbiamo è quella di affrontarlo con una mentalità adeguata sia per noi che per gli altri. Questa modalità più confacente non è gratuita, talvolta è sofferta e va cercata, scoperta, elaborata e cementata.
Per esempio: cerchiamo di scansare le buche-trappole, aumentiamo la prudenza nei tratti trascurati, dove la vera cultura si sta sfaldando e quindi possiamo inselvatichirci.
Non lasciamoci condizionare troppo dagli alti e bassi che gli eventi e le nostre reazioni emotive ci dettano quotidianamente, non di rado per il nostro e l’altrui svantaggio, mentre l’accettazione dell’inaccettabile, e di quest’ultimo ne esiste tutto sommato una buona dose, potrebbe aiutarci a sormontare diverse situazioni delicate, per esempio relativizzandole, sdrammatizzandole.
Infine, godiamoci l’inebriante profumo che magari gli svariati cespugli dell’isola ci offrono, oppure espresso in un altro modo: questo evento ci suggerisce di non dimenticare le ore propizie, solari che la vita seppure non di rado inquadrate e-o trafitte magari da una feroce tragicità, concedono all’uno o all’altro: momenti occasionalmente profumati, soprattutto se ci siamo esercitati a conquistare un “olfatto” sensibile e non troppo esigente!
* * *
So long. I am around…
Fine del 4° capitolo. Continua…
5. IL ” CAMPO BASE “
Affrontando al meglio gli aspetti irregolari e indesiderati della strada, giungo al “mio campo base” situato in riva al mare, che di per sé e nella realtà esteriore assomiglia a un piccolo “paradiso terrestre”, a parte il fatto che ciò che per gli uni può sembrare, ma anche essere un “Paradiso”, per altri può rappresentare un “Purgatorio” oppure addirittura un “Inferno”.
Tuttavia, per il nostro pellegrinaggio interiore siamo ancora più o meno a “quota zero”, “negli inferi”, in quella “parte bassa” del nostro procedere dove molte delle nostre caratteristiche inflazionate attendono di essere individuate, approfondite, capite ed in seguito disinvestite nonché trasformate in forze creative, sull’altopiano di scelte e impegni umanamente sensati.
Qui, è un po’ come se tutto dovesse cambiare e gli schemi quotidiani risultassero quasi annullati, anche se per molti, forse la maggior parte di noi, poco o nulla cambia, con la semplice modifica esterna dei modelli.
In un luogo come questo ci si può sentire un po’ come solo al mondo e azzerato, pensando che talvolta potrebbe essere utile farlo con il proprio contatore mentale e comportamentale, soprattutto se lungo il cammino si desidera ripartire e suonare con un altro ritmo, in un’altra tonalità, un’altra modalità.
Quel sentirsi alquanto solo non è sempre solitudine vera e propria e può anche non rappresentare una sofferenza. Potrebbe invece corrispondere a una perdita dell’identità abituale che non necessariamente deve dispiacere o turbare.
Infatti, in luoghi come questi nessuno ti conosce e chiede di assumere un ruolo, a parte quello di turista, o eventualmente una maschera, a parte quella di comportarsi correttamente secondo “le regole del gioco”, cosa che può anche non trovarci contrariati, anzi…
Solitamente non si incontra chi si conosce, non si deve rendere conto a nessuno, a parte il saldare i conti. Non si deve parlare, neppure salutare e, se proprio per caso, ma rarissimamente, ci si può imbattere in una qualche vecchia conoscenza (ciò che mi è successo un paio di volte in quarant’anni circa) e se lo si ritiene opportuno si può cercare di evitarla, vista la grande estensione dell’area in cui ci si muove.
D’altra parte non interagendo ci si può rendere meno conto delle proprie imperfezioni, perché non si deve creare il non sempre facile accordo con il prossimo, che può ovviamente rivelare con maggior evidenza le proprie debolezze (anche se in certe occasioni è pure vero il contrario).
Così si può avere l’impressione di essere ancor più egocentrici: ci sono io e il luogo dove ci si trova, quasi senza nesso con la quotidianità del proprio mondo abituale, da cui si è come tagliati fuori: anzi, in cui ci sembra di non esistere più, un po’ e molto probabilmente come quando si è deceduti!
Il tempo è bello, ma è un altro bel tempo che a casa propria: fa caldo ma è un altro caldo, si dorme ed è un altro dormire, si mangia ma è diverso, così come sono diversi i negozi ed i loro prodotti nonché la gente e la lingua che vi si parla.
Ci si veste e cammina, però è spesso un altro vestire e camminare (da me camminerei forse più o meno nello stesso modo anche se più in fretta), ma non è certo un camminare su tappeti di pinoli e aghi di pini marittimi, né certamente mi vestirei con i short che mostrano le mie brutte gambe (ecco la vanità che riappare) !
Altre differenze? Non è facile spiegare le diversità, ma quasi con certezza non è neppure necessario:
però saranno la luminosità, i profumi, la sabbia, oppure il paesaggio così dolce, contrastato sullo sfondo da una catena di montagne ripide e rocciose, quasi arcigne…e ovviamente il mare anche se l’acqua non è più così nitida come quarant’anni or sono, perché troppi sono i mercantili che transitano, i yacht che bagnano in quelle acque ed eccessivi i rapidi motoscafi che vi sfrecciano.
In questo ambiente idilliaco è alquanto facile dimenticare che personalmente sono venuto per uno scopo ben preciso che non sono neppure sicuro di potere realizzare: sono veramente un pellegrino…?
Certo: credo di muovermi, di avanzare e transitare da una posizione dell’essere ad un’altra, ma non potrebbe darsi che invece sono rimasto fermo, bloccato nei medesimi gironi o che addirittura ho innestato la retromarcia?
Non è facile stabilirlo con certezza ed occorre un sostenuto esercizio di attenzione, introspezione e soprattutto di sincerità con sé stessi per raggiungere un minimo di chiarezza.
E poi scrivo, ma che cosa scrivo? Qualcosa che può interessare anche gli altri, oppure interessa soltanto me stesso? E per me, ha veramente un interesse e quale?
Forse il fatto di scrivere mi dà soltanto l’illusione di procedere, di evolvere, mentre in fin dei conti non cresco, non maturo affatto e sguazzo nella retorica come molti altri “pennaioli”, che forse non mi perdoneranno questo termine, anche se l’altro che mi viene in mente: “scribacchini” (di cui suppongo di far parte), non è certamente più lusinghiero!
Il “pellegrinaggio” era forse semplicemente un pretesto per permettermi una vacanza che non osavo concedermi, oppure era un modo per distrarmi, far qualcosa d’altro, cambiare finalmente “il punto di vista”?
Tutto è un po’ sbiadito e confuso…però ricordo:
già in passato, alcune volte e in particolari circostanze, non mi era chiaro quale fosse il mio ruolo e il senso del mio essere indaffarato all’interno di una data situazione: spesso mi sembrava di non vederne alcuno finché, magari dopo qualche tempo soltanto, lo scoprivo stranamente diverso dalle mie aspettative iniziali, da quanto credevo dovesse attuarsi, ma ciò nonostante con esiti significativi e soddisfacenti, talvolta anche più di quanto non ero riuscito ad immaginarmi in partenza!
* * *
So long, I am around…
Fine del 5° capitolo. Continua…
6. LA GRAMMATICA
Ora sono qui e come accennato non ho ancora capito molto. L’incomprensione che circoscrive i nostri limiti va occasionalmente accettata, soprattutto perché non è sempre possibile che la situazione sia, almeno momentaneamente, diversa da ciò che si vorrebbe.
So soltanto che domani desidero salire verso “La Punta del Diamante” (non sulla “Punta” vera e propria, denominata pure “La Campana”, forse perché potrebbe avere la funzione di far risuonare qualcosa di essenziale in noi, ma per il momento non ho ancora questa presunzione!), ma salire quel poco o quel tanto per valutare almeno la situazione, ossia che cosa mi sarà ancora possibile.
Sarà banale, ma gli anni passano e le capacità per affrontare certe situazioni tendono a diminuire, fatto che i giovani e anch’io quando ero dei loro, si fatica a capire poiché si è carichi d’energia e si dispone di notevoli riserve. Quindi sarà opportuno stabilire che cosa potrò affrontare, essendo trascorsi parecchi anni, forse troppi, da quando ho cercato di arrampicarmi l’ultima volta su quei pendii ma senza raggiungere la vetta. Non ho mai trovato l’accesso sperato, oppure non avevo le capacità per scalare i passaggi che vi portavano: cause diverse ma con il medesimo effetto (come non di rado avviene nella vita di tutti i giorni)!
Quindi rimane tutto da chiarire: i tempi di avvicinamento in macchina fino al punto d’inizio del percorso pedestre; la valutazione climatica, il mattino presto a mille metri e durante la giornata tra i massi e sotto il sole estivo all’apice del suo percorso quotidiano, magari senza trovare riparo.
Infine, almeno un breve tentativo nell’affrontare la prima tappa, considerando a distanza con il cannocchiale, la seconda e la terza sulla loro fattibilità, rinviandone eventualmente l’attuazione a un altro momento in caso di contrattempi o difficoltà particolari, soprattutto impreviste (che sono spesso in agguato, magari quando meno te lo aspetti).
Tutto ciò per dire qualcosa a proposito dei vari elementi che possono comporre una situazione che dobbiamo affrontare e che richiede in ogni modo una valutazione anticipata e accurata per poter essere eventualmente risolta (e dico talvolta, perché anche quando tutto è ben progettato, non è detto che debba riuscire, perché siamo confrontati sia con i limiti personali, ma pure quelli situazionali che ogni tanto, forse per fortuna, sfuggono al nostro controllo).
Lo so: per coloro che sono abituati alla conquista delle “cime” e non soltanto modeste, d’altronde magari di svariata natura, potrebbe non rappresentare un problema, ma a un’età certa e una certa carenza di competenza e di allenamento…i quesiti da risolvere si pongono diversamente, ciò che spesso risulta incomprensibile a coloro che sono ben allenati e ben edotti, così come molte cose in passato mi apparivano indecifrabili, mentre ora assumono significati più trasparenti!
Prima di procedere provo il bisogno di riassumere nelle grandi linee quanto ho potuto osservare, interpretare e capire (se correttamente o meno sarà forse il lettore a scoprirlo: ma si può imparare pure dagli errori altrui e forse più di quanto si potrebbe credere a prima vista), ossia comprendere a partire dai preparativi in precedenza descritti e che potrebbero rappresentare “la grammatica”:
1 i preliminari per l’attuazione costruttiva e significativa della nostra evoluzione mentale, sociale e spirituale possono essere lunghi, faticosi ed onerosi, senza che sia garantito in partenza un esito favorevole, ma senza i quali un progetto sarebbe probabilmente destinato all’insuccesso già a priori;
2 i tracciati delle vie possono essere prestabiliti: autostrade, strade, sentieri…, oppure non esserlo come nei percorsi naturali, tutti da scoprire. Le vie in apparenza più rapide, comode e sicure, possono essere colme d’insidie, pericoli e impedimenti, non portano necessariamente agli obiettivi immaginati e ambiti, bensì non di rado a “indirizzi sbagliati”, mete indesiderate, a risultati frustranti o addirittura tragici;
3 se la preparazione è accurata e si è “fortunati” (la fortuna e la sfortuna essendo probabilmente delle categorie inalienabili che non sono semplicemente e sempre dipendenti dal nostro intendimento e dalla nostra volontà), si può giungere a un porto da dove imbarcarsi per traghettare quel mare che si trova tra “il dire”, ossia il desiderare, sperare, immaginare, pensare, progettare, scegliere, preordinare, decidere nonché “il fare”: mettere in cantiere, attuare effettivamente un proposito, ritoccandolo e perfezionandolo magari strada facendo;
4 se in partenza “il mare” è calmo, può cambiare il suo volto, sfoggiando quanto ha di più terrificante e, se la “provvidenza” è clemente, si può giungere a un porto, a un’altra tappa del pellegrinaggio, per continuare sulla “terraferma”, avvolto perlomeno da apparenti sicurezze fino al prossimo tornante che, per svariate ragioni, rende impossibile o di nuovo difficile, ma comunque problematico, il peregrinare ossia in altre parole l’evolvere, il differenziarsi, il maturare;
5 tutto ciò ricorda molti tipi di preliminari, come il nascere, crescere, studiare, apprendere una professione, cercare un posto di lavoro, la dimora, il partner, creare una famiglia, ma pure per guarire quando si è ammalati, comprendere sé stessi quando si sta cercando la propria identità e il modo di realizzare la propria vita, oppure quando si è in procinto di lasciarla…
* * *
So long, I am around…
Fine del 6° capitolo. Continua…
7. LA PRATICA
Il giorno Y di un anno poco importa, sono salito verso la “Punta…”, ma prima ancora mi sono ripetutamente chiesto:
“Ma perché, perché credo di dover salire e cosa, che cosa mi spinge a farlo?”
Non seppi darmi una risposta e, almeno in quel momento, accantonai la giustificata seppur alquanto insidiosa domanda, utilizzando il “vessillo” di Guglielmo il Taciturno (nobile olandese della famiglia degli Orange-Nassau, 1533-1584, attivo promotore della liberazione dei Paesi Bassi dalla dominazione spagnola e per questo fatto trucidare dalla dirigenza iberica!), vessillo appunto che mi permise di procedere ugualmente:
“Non è necessario sperare (o credere)
per intraprendere,
né di riuscire per perseverare”
Alla luce dei fatti e dopo esserci stato, la situazione in cui mi trovavo, ossia la mancanza di chiarezza si è tuttavia modificata, ciò che potrebbe emergere dalle pagine seguenti.
Cosa per me inabituale partii presto, anche se non per tutti come per il sottoscritto
“l’ora mattutina ha oro in bocca” (“Morgenstund hat Gold im Mund” come affermano ripetutamente i germanofoni, creando la ben meritata rima), comunque me ne andai presto per approfittare della frescura mattutina, poiché sul mezzogiorno il sole diventa sempre meno clemente e io sempre più insofferente alla sua insistenza.
Già la partenza fu alquanto difficile perché mi trovai di fronte alla barriera del campeggio ancora chiusa, probabilmente perché il guardiano notturno si era addormentato, ciò che può succedere ai migliori, (come a quel famoso protagonista d’evangelica memoria, pressappoco duemila anni or sono).
Ma pure in seguito la situazione si complicò a causa dei vetri della macchina inaspettatamente appannati per l’umidità notturna, quasi come d’inverno quando si forma una sottile pellicola di brina o ghiaccio. Inoltre, il primo sole basso all’orizzonte soprattutto se ci si trova in riva al mare rivolti ad oriente, anche nel senso dell’ab oriente lux, impediva la vista a tal punto che al primo incrocio dovetti quasi “giocare alla roulette russa” per poter continuare, tanto poco vedevo e da un lato pensai:
“troppa luce può abbagliare invece di aiutare a chiarire, come tutto il troppo può guastare, anche le migliori cose di questo benedetto mondo!”
Dall’altro lato s’insinuò invece il “non hai chiarito le ragioni del tuo andare”, cercando d’interpretare con un pizzico di psicologismo da due soldi l’evento della “roulette russa”.
“Tutto ti dice: non andare!”, continuai a mormorare con un certo pessimismo, ma forse anche per un’innata indolenza e per convincermi di desistere, soprattutto perché non mi piace sudare!
Però mi avventurai ugualmente, perché con la mia solita testardaggine e il “vessillo” di Guglielmo il Taciturno, tenuto ben saldo, scavalcato il recinto con una qualche modesta acrobazia, ero riuscito ad immettere dal di fuori il codice di apertura del cancello, poiché o paradosso, questo non era possibile dall’interno, almeno con le informazioni ottenute il giorno precedente dagli addetti ai lavori (eh, talvolta una qualche acrobazia può avverarsi necessaria per poter procedere sul proprio cammino esistenziale, purché “non danneggi gli altri, ma anche te stesso!”).
Chiaritosi il parabrezza con qualche raggio di luce e grado di calore in più, il seguito della prima tappa fu liscio come spesso il mare a quell’ora mattutina e mi resi conto quanto le chiarificazioni possono agevolare il nostro percorso e le nostre relazioni, ma pure come accennato “il troppo o il troppo poco può guastare” praticamente qualsiasi cosa, proponendoci l’insidioso problema delle polarizzazioni, degli estremismi cristallizzanti e seducenti, degli atteggiamenti unilaterali da evitare, perché contrari a una sano equilibrio dinamico (un equilibrio composto da un’elasticità nel movimento oscillante tra gli estremi: “La via…, non il punto di mezzo!”).
Mi complimentai dunque in sordina con i cantonieri che avevano così ben riattato e curato la vecchia strada per rapporto ad un tempo, rendendola quasi impeccabile.
Non l’avessi neppure sussurrato, perché dopo pochi tornanti della salita vera e propria, cominciarono i soliti rattoppi dilettanteschi, tipici di un passato di cui mi ricordavo bene e la vettura si mise a ballonzolare sensibilmente come per un’avvenente danza latino-americana.
E così fu per i rimanenti due terzi della salita, con qualche tratto che faceva eccezione: chi sa poi perché? La prima parte del percorso era vicina ad un abitato di un certo spessore turistico ed i dintorni dovevano apparire curati e più o meno impeccabili, mentre gli aspetti più lontani potevano essere trascurati, perché meno percorsi, eh sì, le solite apparenze che vogliono ingannarci e da cui ci lasciamo ingannare.
“Entra, il locale è piacevole, i prezzi sono convenienti, la cameriera seducente, il servizio perfetto…”, ma il cibo era pessimo, fatto che dovetti accertare pochi giorni prima proprio in quella zona, in un ristorante vicino ad uno degli incroci in entrata ed uscita da quella località, la più importante della regione.
Mi venne in mente il “Gioco delle facciate”.
Non lo conoscete? Eppure lo giochiamo spesso in diverse occasioni da bravi inflazionati, per apparire più interessanti e validi di quanto spesso non lo siamo in realtà, dovendo prendere atto che pure io, quasi senza rendermene conto, per tanti anni mi sono compiaciuto in questo “dilettevole giochetto” e temo di non essere ancora riuscito ad abbandonarlo completamente.
In via eccezionale, per chi volesse essere più informato e penso ne valga la pena, suggerisco il testo: “A che gioco giochiamo” di Eric Berne, a suo tempo alle Edizioni Bompiani).
Non lasciatevi impressionare se un qualche professionista, amico, parente o altri interpellati dovessero fare delle smorfie sconsigliandolo, perché potrebbe darsi che il testo non sia di loro gradimento proprio per il tema trattato, che non è per nulla comodo e lusinghiero, ma comunque ci concerne tutti quanti mettendoci a confronto con i nostri tic, le nostre debolezze, le nostre stranezze per non dire di più e senza dimenticare che comunque “Siamo sempre lo strano di qualcun altro” (come recita un poco conosciuto detto, o se conosciuto, molto probabilmente non sufficientemente valutato e apprezzato).
Ma torniamo al nostro percorso, anche se penso di non averlo mai abbandonato: “la ricerca è già il percorso e il fine, magari anche quello che non si raggiunge mai perché infinito e riposa in sé stesso”. Qualsiasi strutturante e soltanto parziale acquisizione ne fa già parte, conquista che dipende però dalle doti, dalla volontà, dalla capacità di compenetrazione e assimilazione di quanto ognuno di noi saprà raccogliere strada facendo!)
Dunque: all’incirca a metà della salita, errava ai margini della strada un cane nero ansimante “senza collare” di media grandezza, chiaramente alla ricerca di qualcosa. Sembrava “disperato” qualora fosse lecito utilizzare questo termine per un cane, come se cercasse con ostinazione, ma invano. La sua espressione, ovviamente secondo il mio modo di vedere ed interpretare (premetto che non sono cinofilo), era sul tipo:
“non è possibile, dovrebbero esserci, non se ne saranno andati, dimenticandomi qui solo soletto e ora che cosa faccio…continuo a cercare…ma chissà se li ritroverò?”
Infatti, era molte miglia lontano da ogni abitato, distante da ogni macchina in sosta, come avevo potuto osservare prima e constatare poi, così come non si vedevano persone né in quel luogo né a quell’ora.
Dava l’impressione di uno di quei cani ben curati ma senza segno di riconoscimento, abbandonati lungo la strada durante le vacanze, forse prima del rientro, per fare in modo che non potesse più trovare i suoi padroni e tornare a casa. Certo, non poteva farsi il mare a nuoto…to’, non l’avevo mai pensato…ma che bella trovata, che soluzione ingegnosa, proprio da raccomandare a tutti gli spensierati e crudeli proprietari di cani che hanno le sbieche intenzioni di abbandonare il loro più fedele amico…sì, perché oggi come oggi gli amici veri…ma lasciamo perdere!
Mi vennero in mente i miei figli, che abbandonai più o meno alla loro sorte strada facendo, perché avendo io stesso dei problemi della personalità e di conseguenza non indifferenti problemi relazionali, non volendo più avere a che fare con le rispettive madri-mogli e per difficilmente spiegabili ragioni, non riuscivo ad assumermi la responsabilità per le neocostituite famiglie. Questo, soprattutto per un nevrotico che indubbiamente io ero, non soltanto è difficile, ma talvolta addirittura impossibile!
Ora riesco ad assumere almeno i sensi di colpa e una certa sofferenza, anche se alle persone lese questo servirà ben poco o soltanto nel senso di un messaggio più o meno sul genere: “la colpa per l’abbandono è stata mia, voi non c’entrate, ero io il personaggio inflazionato e quindi fallimentare per causa delle mie carenze, le mie debolezze, ma soprattutto per i miei conflitti personali irrisolti e non per deficienze vostre!”.
Questo atteggiamento, almeno così spero, è forse riuscito a spostare il peso dei sentimenti di colpa e d’inferiorità più o meno esclusivamente sulle mie spalle e almeno attutire un po’ certi conflitti controproducenti che gravano soprattutto sui figli!
Lo dico in particolare all’indirizzo ti tutti colori, mariti o mogli che siano, che non sanno separarsi civilmente ed innescano annosi, inutili, assurdi conflitti, magari utilizzando i figli che ne fanno soprattutto le spese, diventando strumenti di combatti-mento, di manipolazione continua.
Inoltre, che modello si offre ai figli durante un conflitto permanente, dove ognuna delle parti in causa cerca di prevalere sull’altra per estrarre il proprio tornaconto?
Ammesso che si tratta di reazioni naturali, ma esiste pure un aspetto culturale che richiede rispetto per i figli che, con i costanti alterchi di tipo impulsivo-irrazionale dei genitori, devono percorrere una loro via dolorosa di cui non sono responsabili!
Certamente mi fece male vedere quel povero cane abbandonato che correva un po’ all’impazzata, per il quale nulla potevo e che dovevo abbandonare alla sua sorte, così come nulla ho saputo fare per i miei cari abbandonati allora, perché la mia limitata sensibilità e comprensione bloccavano una possibilità d’azione più coerente e non mi permettevano un comportamento più consone alle esigenze della situazione.
Ho cercato però a tutti i costi di evitare i vani conflitti di cui sopra e credo, almeno grosso modo, di esserci riuscito!
Cosa avrei potuto fare con quel cane: cercare di portarmelo appresso? E quand’anche si fosse lasciato avvicinare e sarebbe salito in macchina, che ne avrei fatto durante tutta la giornata, durante le vacanze e poi a casa mia? Sarebbe probabilmente “fuggito” per continuare a cercare i suoi padroni.
Sarei dovuto tornare in valle e cercare un’associazione di protezione degli animali. Ma non credo proprio che in quel posto ce ne fossero, quindi era meglio che magari una buon’anima della regione lo adottasse, perché devo riconoscere: io non avrei proprio saputo che farmene, ciò che potrà sembrare strano a dei cinofili!
Ma così vanno talvolta le cose nella vita: non sempre si sa che cosa fare e non si hanno le soluzioni a portata di mano al momento voluto anche se lo si può desiderare…
Certi eventi vanno accettati per quello che sono: tutti siamo dotati d’imperscrutabili limiti!
Forse qualcuno insinuerà: “Facile, bella scusa quella dei limiti…io avrei saputo che cosa fare!”, certo, tu sì, io no e non credo che sia una scusa gratuita.
Certo, si potrebbe facilmente dare dei suggerimenti: “Dovresti fare così…, avresti dovuto fare cosà…”.
Talvolta è molto facile dirlo, molto meno il mettersi nei panni dell’altro, delle circostanze, dei limiti del momento con i quali tutti noi, per una ragione o per un’altra, possiamo scontrarci anche se per ognuno molto probabilmente in ambiti e modalità diversi:
in certe situazioni avrei saputo che cosa fare, in altre no, mentre per il mio prossimo sarebbe forse stato vero esattamente il contrario!
Attenti a non lasciarci troppo restringere il campo dell’autoconsapevolezza, assolutizzando certi aspetti della nostra esistenza: “io so e so fare, tu invece no” (oppure il contrario), dimentichi che l’area di applicazione delle nostre possibilità è spesso molto diversificato:
“qui si sa e ci si sa fare, lì e là no, ragion per cui ci si dovrà rivolgere a qualcun altro di più competente”.
Diverse miglia più avanti un uomo di mezza età, rivelatosi un indigeno, chiese un passaggio. Dopo aver appreso che ero intenzionato di salire verso la “Punta…”, guardò un po’ ironicamente i miei calzari, ossia delle normali scarpe da jogging e sentenziò:
– Come, è con quelle che vuol salire…?”
Non era la prima volta che mi si considerava criticamente a proposito dei miei calzari in ambienti montani e sempre da parte d’indigeni che, a quanto pare, non concepivano il fatto che ci si potesse muovere in montagna con scarpe leggere o in certi posti addirittura con dei sandali da trekking, mentre ero perfettamente a mio agio con questo tipo di calzari e già da parecchi anni avevo abbandonato scarpe più pesanti, anche senza calze, come per esempio quelle da “montanaro”, con mia grande soddisfazione!
Ah, quei benedetti pregiudizi…non finiscono mai e s’infiltrano in modo grossolano o capillare ovunque, a tutti i livelli socioculturali, sia per questioni essenziali che per qualsiasi altra inezia!
Se non si è fatto un certo tipo di esperienza, è spesso difficile capire coloro che utilizzano altri strumenti per il medesimo o simile percorso, sia esso religioso, filosofico, politico, artistico oppure di tutt’altra natura.
Finalmente giunsi ad una specie di “terrazzo” dove un lago artificiale, progettato come riserva d’acqua estiva era pieno zeppo: mai visto così pieno!
Questo, contrariamente alle perplessità di un giornalista che, già qualche mese prima, temeva che ciò non sarebbe avvenuto, causando alla zona le consuete difficoltà di rifornimento idrico e accusando d’incompetenza le autorità regionali. Quanti critici pessimisti in questo benedetto mondo, sempre straripante dei succitati pregiudizi!
Inoltre, il pieno del “lago”, se alla sua estremità non si fosse scorta una diga, avrebbe dato l’impressione di un lago naturale in cui si rispecchiava tranquillamente il cielo e la pineta circostante: bello come sono in generale i laghi di montagna.
“Ecco che cos’è la cultura”, mi dissi, “sembra naturale ma non lo è, anche se utilizza giocoforza elementi della natura senza i quali certi fenomeni non potrebbero esistere”.
È necessario però il tocco della mano dell’uomo per trasformare qualcosa di naturale in eventi che, oltre che soddisfare il senso estetico, realizzino una funzionalità utile per i bisogni della nostra comunità e quotidianità. Talvolta e purtroppo, questo tocco rappresenta più che altro l’impronta “di una zampa d’apprendista stregone”, ragione per cui è importante imparare a saper distinguere e delimitare le due cose: da una parte la “naturalezza” bella e utile, dall’altra parte l’artificio forse anche “bello e seducente”, ma controproducente o addirittura nefasto per l’ambiente e gl’individui.
Quando impareremo e assimileremo più a fondo, almeno con un voto passabile, “le lezioni di ecologia” che ormai da decenni ci vengono generosamente offerte da molte parti?
* * *
So long, I am around…
Fine del 7° capitolo. Continua…
8. LA MONTAGNA
Procedendo lungo le rive del lago (di cui era questione nel paragrafo precedente), a settentrione apparve sullo sfondo “La Montagna”, la “mia Montagna”, la “mia Montagna Sacra” che, come scrissi a un carissimo amico che non vi era mai stato:
“Non è né mia né sacra oppure non sacra, né bella né brutta, ma è così com’è, semplicemente ciò che è…forse neppure una montagna !”
Ma ciò nonostante per me stupenda, tanto che, anche se lo so che non sarà possibile, vorrei poterci tornare fino alla fine dei mei giorni e magari morire lassù, sotto quel cielo, tra le rocce incontaminate, autentico letto da pellegrino che, tutto sommato e in qualche modo credo di essere stato vita naturale durante e che probabilmente continuerò ad essere!
Per inciso: ho comunque serie reticenze nei confronti di un trapasso lassù, perché potrei forse causare un trauma a qualcuno nel momento del ritrovamento, oppure si dovrebbe mobilitare una colonna di soccorso, o ancora scomodare uno dei miei figli con un trasferimento dall’estero, inclusi i fastidi formali che ne derivano e necessari per riportarmi in patria.
Forse vale la pena di pensarci un po’ quando s’intende assumere gesti, eventi inconsueti che poi devono probabilmente essere sopportati da terzi!
Ma torniamo alla domanda di poc’anzi:
come mai ho affermato per tanto tempo e tendo a farlo tuttora che la considero “la mia Montagna Sacra”?
Fino a quel momento non lo sapevo o soltanto confusamente, ma credo di averlo finalmente capito qualche ora dopo e forse diverrà più comprensibile tra non molto…
Posteggiai alla ben meglio l’automobile immediatamente prima del passo che sull’altro versante porta a prospettive, a paesaggi ben diversi da quelli precedenti. Così come succede ogni tanto nella vita quando si ha raggiunto un certo apice evolutivo e ci si ferma a osservare “il panorama” da un altro punto di vista: le prospettive possono cambiare, presumibilmente anche grazie alle fatiche del percorso interiore svolto durante i tentativi d’avvicinamento agl’ideali.
Mi trovavo pressappoco a un migliaio di metri d’altezza, quindi in una posizione ben più elevata per rapporto alla “Spiaggia di Lacrime” da cui ero partito, anche se forse non ancora abbastanza per non dover udire, almeno interiormente, lo scrosciare e frastornare che può inquinare la nostra povera umanità e di conseguenza pure la nostra fragile intimità!
Portai con me il minimo che ritenevo indispensabile sulla base di esperienze passate, più un flauto dolce e il cellulare che si avverrò inutile perché quella zona era senza copertura e il telefonino rimaneva perciò un aggeggio inutilizzabile in caso d’emergenza e non valeva più di una pietra qualsiasi, forse addirittura meno nel potere di un lancio aggressivo o difensivo.
Sarebbero stati più utili un fischietto e una lampadina tascabile per pochi soldi, al fine di permettere a una squadra di soccorso di localizzarmi di giorno o di notte qualora…
Probabilmente ha un senso cercare di prevedere qualche circostanza avversa, almeno per parare al meglio alcuni inconvenienti, anche se hanno spesso ragione i germanofoni quando affermano che:
“In primis le cose succedono diversamente e in secondo luogo di quanto si pensa” (“Und erstens kommt es anders und zweitens als man denkt”).
Mi tacciai d’incosciente di partire così solo soletto, soprattutto alla mia età, la cosiddetta terza, ma mi avventurai lo stesso pur avendo a prima vista l’impressione di non farcela.
Infatti, quando guardai verso l’alto e rividi quegli enormi muraglioni di roccia che si ripresentavano al mio sguardo, ebbi l’impressione che le mie forze non sarebbero bastate per ritrovare le vie d’accesso a quell’impervio paesaggio e mi vennero in mente le parole del “Poeta”:
“E qual è quel che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta
sì che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec’io in quella oscura costa,
perché pensando consumai la ‘mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.” (Dante: Inf. II, 37-42)
Ma poi, nel cunicolo dei ricordi, si fece avanti concretizzandosi quella “funzione virgiliana di guida” che vige in tutti noi anche se affatto, poco o diversamente percepita dai più e che Dante descrive magistralmente nella sua “Commedia”:
“S’i’ ho ben la parola tua intesa”
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltate offesa;
la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.” (Dante: Inf. II, 43-48)
Questa facoltà interiore mi suggerì ben altro ancora, convincendomi d’inoltrami ugualmente: ero lì e non volevo abdicare semplicemente e gratuitamente a causa dei miei pusillanimi timori (di rimanere leso o addirittura soccombere), al che mi tornarono in mente anche le parole conclusive di quel passaggio:
“Tu m’hai con desiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro”
Così li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro. (Dante: Inf. II, 136-142)
Può essere vantaggioso avere ogni tanto dei solidi compagni per un siffatto pellegrinaggio! Con quelle rocce gigantesche da tutti i lati, in un ambiente primordiale…più “dantesco” di così!
Per mia fortuna un qualche umile e anonimo “Virgilio” mi dette una mano e mi fu di grande aiuto in quella specie di labirinto naturale.
Alcuni individui, probabilmente dei pastori, degli indigeni o dei turisti poco importa, avevano predisposto lungo uno dei vari percorsi possibili dei piccoli cumuli di ciottoli, per segnalare con una specie di bussola dell’età della pietra “la diritta via” (Dante, Commedia: Inf. I, 3) che, per quanto mi concerne non avevo ancora trovato in tempi passati e per la quale volevo dirvi:
– Non dimenticate di chiedere agli altri quando vi smarrite, ma soprattutto non fatelo con chi vi dà l’impressione di essere più disorientato di voi!
Tuttavia si possono incontrare delle persone semplici, poco appariscenti e addirittura sconosciute, che sono in grado di darci una solida mano durante le nostre “arrampicate”.
Il “sentiero”, ma non un vero e proprio sentiero, era molto tortuoso e poco agevole, perché in quel luogo di cose comode ce n’erano ben poche. D’altronde, che peregrinare sarebbe stato se il percorso non avesse posto problemi, se fosse risultato piano e lineare come i viali di una stazione termale?
Sono i contrasti, le contraddizioni, gli errori commessi, le situazioni estreme o quasi che ci possono far crescere e maturare, dopo avere creato in noi una tensione ed esercitato una pressione strutturante sul processo di consapevolizzazione.
È la presa di coscienza che rappresenta le radici per una trasformazione dell’individuo, anche se non basta, perché rimane decisiva la susseguente messa in atto, realtà tutt’altro che agevole e scontata che spesso viene travisata, sottovalutata o trascurata anche perché non di rado viene confusa e sostituita la pratica con la grammatica, accontentandoci in definitiva di quest’ultima, fatto che rischia di sfociare nella retorica, nel nulla di fatto, nulla di trasformato, soprattutto nella nostra società non abbastanza responsabilizzata ma eccessivamente verbalizzata:
“Nel principio la Parola era, e la Parola era appo Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio appo Dio. Ogni cosa à stata fatta per essa; e senz’essa niuna cosa è stata fatta…”
Vangelo di San Giovanni. I, 1-3, traduzione di Giovanni Diodati Lucchese,
1576-1649, prof. emerito a Ginevra nell’Accademia di Calvino
Secondo il mio modesto parere, al posto di Parola dovrebbe stare il termine “Logos” che in questo contesto potrebbe avere ben altro significato, ossia quello di “Legge universale”, sostenuto da un certo orientamento filosofico dell’antica Grecia:
se non sbaglio in particolare da Eraclito che parla di un “Logos secondo cui avvengono tutte le cose”, oppure da Leucippo che affermava “Nessuna cosa avviene per caso, ma tutto secondo Logos e necessità”
Parafrasando mi permetto quindi la sostituzione seguente:
“Nel principio era il Logos, la Legge universale, e questa era appo Dio, ed era Dio. Essa era nel principio appo Dio. Ogni cosa è stata fatta per essa; e senz’essa niuna cosa è stata fatta…”!
Che mi si tacci pure di eresia, francamente non mi interessa e non mi tocca: nessuno ha la patente della verità e tutti quanti viviamo di un sacco di punti di vista variopinti, di ipotesi non di rado più o meno assurde.
I campioni dei dogmi dovrebbero saperne qualcosa: basti dare un breve sguardo alla storia dell’umanità per accertarsene, senza tenere conto delle false giustificazioni che offrono coloro che vogliono sempre avere ragione, anche quando, a quanto pare, hanno manifestamente torto!
Chissà se così si darebbe forse un po’ meno peso al pensiero e alle corrispondenti parole e più all’essere, ai fatti, raggiungendo la realtà parafrasata di un “Sum, ergo cogito” (“Sono, quindi penso”) e non viceversa di cartesiana memoria (“Cogito, ergo sum)?
Probabilmente c’è chi griderà “al lupo, al lupo o al fuoco, al fuoco !” ma poco importa, perché ognuno di noi avrebbe occasioni e ragioni sufficienti, per eventi passati o presenti, di gridare così, anche per cose da molti considerate come veridiche, acquisite, pacifiche.
Ma torniamo al percorso che non conoscevo, perché in passato mi ero incamminato lungo tracciati più difficili. Fui perciò riconoscente agli assistenti anonimi che mi facilitarono il compito e resero possibile con minor difficoltà l’accesso al “dilettoso monte” (Dante: Inf. I, 77).
Diversamente avrei probabilmente sprecato le mie dall’età alquanto ipotecate energie, nel cercare un passaggio in quel groviglio di rocce, piante verticali e orizzontali perché abbattute dalle intemperie, sterpi e cespugli per così dire impenetrabili, dove probabilmente avrei dovuto retrocedere a causa delle energie più limitate che in tempi passati, oppure per l’assenza di un buon “machete”.
Con l’aiuto di quei piccoli cumuli di pietra e passo per passo, anche se con diverse fermate, continuai a salire, così come può succedere grazie all’intervento di una qualche buon’anima magari dotata soltanto di una piccola dose di senso pratico, ma che può servire per procedere nella scalata verso la realizzazione delle nostre qualità umane non di rado latenti.
Durante il percorso cercai, almeno con lo sguardo, un accesso diverso ma altrettanto viabile, dovetti constatare però che quello segnato puntualmente dai piccoli ammassi di pietre risultava più adeguato e scelto a regola d’arte.
Mi fece pensare alle pietre miliari che Dante ha depositato nella sua “Commedia”, un modello straordinario, un’eccezionale proposta di pellegrinaggio e forse anche una delle più complete, in cui viene tracciata una via per elevare e perfezionare le nostre qualità, dopo aver capito quali sono i tranelli in cui si può cadere e anche imputridire, quali sono i passaggi difficili o pericolosi attraverso i quali bisogna transitare, in altre parole “gl’Inferi”, ossia gli stati forse seducenti ma inferiori, decadenti e perversi dell’evoluzione umana.
Soltanto allora, dopo un convinto atto d’umiltà, che significa l’essere stato in grado di far evaporare la superbia o meglio di trasformarla, grazie alla percezione e presa di coscienza che non siamo né più né meno di tutto quanto appare nell’Universo (perché essendone parte “siamo anche l’Universo”, poiché l’Universo senza le sue parti non sarebbe più l’Universo!), si può pensare all’ascesa, che va conquistata o, se ben ricordo, come diceva suppergiù l’esimio psicologo statunitense Carl Rogers:
“Ciò che abbiamo ereditato dai nostri antenati, dobbiamo conquistarlo per possederlo!”
E ciò tramite uno sforzo di trasformazione lungo “i pendii del Purgatorio”, per continuare a crescere, maturare e perfezionarci, raggiungendo forse un giorno il “Paradiso”, stato dell’essere in cui sono al tempo stesso collocati gli apici ed i limiti delle nostre possibilità evolutive edificanti in un equilibrio dinamico, comprendente pure degli alti e dei bassi, insomma un’altalena che si ribilancia costantemente.
…”veder volea come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
All’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.” (Dante: Par. XXXIII, 137-145, fine del Poema)
Alquanto a corto di fiato, ma meglio del previsto, come succede quando si drammatizza a priori le situazioni, giunsi al primo altopiano a lieve forma di conca, da dove si poteva abbracciare con lo sguardo la maggior parte del panorama: vale a dire la seconda tappa fino ad una cintura boschiva e l’ultima fino alla vetta che, pur avendo cercato di visualizzare a partire dal punto di partenza, fino a quel momento rimaneva preclusa al mio sguardo a causa dei muraglioni di roccia antistanti, pur non essendo lontana in linea d’aria.
Nel corso della nostra vita cerchiamo spesso e lontano qualcosa che è più vicino di quanto sembra (“Chercher midi à quatorze heures!” dicono i francofoni), anche se rimane vero il contrario, oppure un dato che dovrebbe essere evidente ma che rimane nascosto e lontano, infine obiettivi che desideriamo raggiungere ansiosamente ma che, per svariate ragioni, ci chiedono di pazientare…qualità quest’ultima non sempre molto diffusa e di conseguenza una realtà che ci può creare non pochi malintesi, disagi e anche scoraggiamenti!
Riposai un po’ all’ombra di un grande masso e mi parve di capire il fascino che esercitava su di me quella montagna. Avevo l’impressione di trovarmi in un ambiente completamente fuori dal mondo abituale, che mi suggeriva tempi remoti, preistorici, di milioni di anni or sono, senza traccia d’uomo e non mi sarei meravigliato oltre misura, anche se decisamente spaventato, di veder sbucare da dietro una grande roccia un bel esemplare di Allosauro o svolazzare al di sopra della “Punta…” un qualche strano Pterosauro.
Mi sono perciò azzardato a definirlo un protopaesaggio, perché mi sembrava che aleggiasse ancora senza interferenze l’energia primordiale che creò il mondo.
Era questo uno degli aspetti del “sacro”: il “tempio naturale” nella sua per me incontestabile e sobria bellezza, non profanata dalla mano dell’uomo.
Non c’erano strade, funivie, antenne, tralicci o cavi d’alta tensione, né autopullman gremiti di turisti, ristoranti statici o girevoli, scali per elicotteri ed altre “inalienabili conquiste”.
Fin dove giungeva lo sguardo ed era lontano, non c’era traccia dell’essere umano e dei suoi interventi, ma si scorgeva soltanto l’incontaminata natura montana.
L’altro aspetto, anche se per molti sarà scontato e banale, fu che se ben inteso non era come dicevo “la mia montagna”, riuscivo tuttavia a considerarla “sacra” perché, quand’anche l’avessi comperata e se fosse stato possibile l’avrei anche fatto, non poteva appartenermi poiché niente rimane personalmente nostro e tutto è soltanto un prestito che l’Universo nella sua eterna sacralità ci mette a disposizione, anche se lo dobbiamo poi restituire e talvolta lo facciamo in modo desacralizzato al termine del nostro percorso vita.
Per inciso e a quanto pare, fu in questo senso che certi amerindi “cedettero” ai bianchi immigrati e per somme derisorie a carattere più che altro simbolico, dei territori di caccia e pascolo, ma in tanto quanto patto d’affitto e non di acquisto, concetto quest’ultimo a loro estraneo che, travisato dai yankee per egocentriche e comprensibili ragioni, fu tra l’altro fatale agl’indigeni che si videro per così dire “interdetto legalmente” l’accesso a terre che utilizzavano precedentemente e che in verità erano di nessuno!
In quella “protostorica” distesa non scorsi nessuno, a parte alcuni uccelli e soprattutto molto in alto, ben al di sopra dello spoglio e grigio complesso roccioso piramidale, due aquile che volteggiavano impassibili per un po’ ed infine scomparvero, forse deluse dal fatto che non sarei potuto diventare la loro preda.
In quarant’anni ho incontrato lassù in tutto e per tutto nove persone, una famiglia di cinghiali, un torello apparentemente smarrito, due aquile reali, un’aquila marina che transitava e un serpente verde, per il quale, nonostante l’affermazione categorica degli indigeni che su quell’isola di serpenti non ce n’erano, posso garantire che non si è trattato di un’allucinazione. Certo: “la colpa sarà stata dei turisti” che ovviamente li avranno importati e disseminati un po’ ovunque come seccatura complementare per la popolazione indigena e forse anche turistica!
I serpenti ormai li conosco e mi sono ripetutamente battuto con essi sia nella realtà esteriore che in quella interiore ed è possibile che l’ultima volta non sia stata quella definitiva a causa di quel “vettore energetico sinuoso” che penetra quasi impercettibilmente, in modo sfuggente e capillare nelle fessure del nostro essere, seducendolo e trascinandolo verso sentimenti, pensieri e comportamenti primitivi, spesso sotterranei ed equivoci, tra l’altro per farci credere di essere ciò che non siamo, ossia qualcosa come delle divinità o in su di lì, con tutte le conseguenze nefaste che ciò comporta!
Non a caso la sua funzione simbolica è stata scelta come fattore importante e decisivo nel mito di Adamo ed Eva (già all’inizio del Vecchio Testamento, forse all’incirca 1’500 anni prima della nostra era!).
Da un lato a proposito della trasgressione di leggi primordiali della Vita e del conseguente esilio dal “Paradiso Terrestre”, ossia dallo stato d’ignoranza e innocenza, d’integrità e quindi di pace idilliaca; dall’altro lato invece come promotore di conoscenza a causa della polarizzazione che produce, inserendosi nel processo cognitivo grazie agli aspetti di contrasto che rappresenta (“il Bastian contrario”, in ebraico Satan, l’avversario, il contrastante): quindi per l’individuo umano la possibile e conseguente consapevolizzazione dei fenomeni.
Tutto si presentava in uno stato primordiale, a parte i tumuli segnavia composti però da schegge di roccia non lavorate, che apparivano discretamente qua e là in modo tale da chiedermi ogni tanto: “dove sono i prossimi?”
Era la purezza dell’ambiente che mi colpiva.
Nessun segno di macro- o microurbanizzazione, nessun ripetitore televisivo, nessuna lattina di bibita energetica o sacco di plastica, nessuna sigaretta o siringa indelebile da tossico, nessun pannello pubblicitario, nessun suono di rock, pop o rap. C’erano soltanto quelle straordinarie rocce dalle più strane parvenze, cespugli contorti dalle intemperie, qua e là alberi secolari imperterriti che sembravano quasi imperituri anche se già divelti e qualche fortuito “sentiero” scavato dall’acqua piovana.
Errai per un po’ in quella torrida conca, per scoprire altre possibilità d’accesso alla seconda parte della salita, così come nella nostra vita può essere utile cercare delle alternative all’abitudinario. Poi mi sedetti su un grande masso a forma di vasca nel bel mezzo di quel paesaggio straordinario, costituito essenzialmente da enormi macigni grigi levigati dai millenni che, come già accennato, evocavano una grande mandria di elefanti!
* * *
So long, I am around…
Fine del 8° capitolo. Continua…
9. LA CULTURA
Eppure mi mancava qualcosa…
Cominciai a suonare il flauto…e fu quasi indescrivibile: il suono sembrò andarsene e poi tornare da tutte le parti, ma senza eco, un po’ come se non fosse mai partito ma si fosse soltanto rinforzato!
Le rocce ripresero vita, mentre il sole riscaldava le mie maldestre mani che cercavano di estrarre qualche suono puro e degno di quel luogo, da un flauto tornito con cura ed estratto dal legno di una nobile e prediletta pianta d’ora e di allora.
Poi tutto tacque, ricadendo nel silenzio di tempi passati e forse anche futuri, mentre rimasero a guardarsi meravigliati una montagna, un uomo e un flauto, uniti da un’immensa e misteriosa realtà: la vita naturale e la cultura umana, l’indissolubile connubio tra Terra, Essere Umano e Cielo, laddove nulla sembrava opporsi a questa fondamentale triade, nella sua essenziale unità!
Cercai l’entrata nella cintura boschiva che osteggiava l’accesso alla seconda tappa, ma fissandomi troppo rapidamente su un ipotetico punto evocato dalla memoria del passato, mancai il passaggio e dovetti tornare sui miei passi per trovarlo infine grazie all’aiuto di alcuni piccoli tumuli di pietre lasciati dai “virgiliani”: sì, perché l’entrata era nascosta dalla generosa proliferazione della natura e praticamente invisibile, perfino a breve distanza.
Spesso, quando si pensa di aver assolto un primo periodo del nostro divenire, crediamo di essere giunti a destinazione, oppure di avere dietro le spalle le difficoltà principali. È proprio lì che bisogna ricominciare ad essere sia guardinghi che operativi, tra l’altro per diminuire la presunzione crescente, rinvigorire l’umiltà o la vigilanza in calo, realtà non sempre scontate, da rinnovare puntualmente: chiavi d’ingresso per un rifiorire delle caratteristiche evolutive umane forti e degne di rispetto.
Passato quel “portale”, composto da una folta vegetazione, giunsi a una zona prevalentemente rocciosa, con grandi massi “coricati”, specie di pavimentazione in diagonale che, seppure in salita, per mia fortuna di non eccessiva inclinazione o difficile percorrenza.
Mi ricordai soprattutto delle indicazioni che dava il grande alpinista Reinhold Messner ai suoi giovani discepoli per siffatte rocce, vale a dire “di mantenere la verticale del corpo, senza tendere ad inclinarla verso la parete rocciosa”…e mi resi conto che questo portamento funzionava a regola d’arte.
Anche in altre circostanze può funzionare, quando si cerca di mantenere stabile il proprio “centrasse”, ossia la propria dirittura in ogni situazione esistenziale, senza lasciarsi sballottare in avanti o indietro, a destra o a manca come una banderuola!
Per rapporto al passato, la difficoltà sembrava diversa, senz’altro per l’energia che richiedeva e di cui non disponevo più come prima, ma soprattutto per la temperatura che aumentava sensibilmente.
Il caldo tende ad impigrire e mi sembra di aver capito “l’iperattività” dei nordici per rapporto a una certa “indolenza” meridionale, si fa per dire e con tutto rispetto parlando. Quelli sembrano dover fare sul serio, questi invece cercano di cavarsela; quelli sembrano edificare solidamente, questi sembrano preferire il “mettere su tenda”, magari costruire più o meno sulla sabbia, poiché alluvioni che portano vie le case solitamente non avvengono in certe zone, oppure raramente e senza conseguenze drammatiche, è forse ciò che crea un certo ottimismo, una certa noncuranza in certe regioni, che poi si avvera magari fallace, mentre l’eccessiva tendenza alla drammatizzazione in altre crea tensioni e pessimismo a oltranza.
Giunsi ai piedi della terza parte, quella che conduce alla “Punta” qualora si dispone di energie sufficienti, una certa competenza e il coraggio di salire. Per gli uni qualcosa di scontato e senza particolari o preoccupanti problemi, per me invece…
Ecco che riaffiora la relatività dei dati e degli eventi: per un individuo è così, per un altro la medesima situazione può essere vissuta anche molto diversamente ma in modo altrettanto valido, oppure la medesima cosa gli rimane incomprensibile, inaccettabile e irrealizzabile, quindi…
In quella zona vagabondai durante un certo tempo, allo scopo di individuare l’itinerario che poteva condurre alla vetta e che prima di allora non ero mai riuscito a scoprire. Alla fin fine mi consolai avendo letto in un testo di alpinismo regionale alcune allusioni a quella che in gergo chiamavano la “Campana” (ossia “La Punta”), quale meta riservata ad una certa capacità di scalata, facoltà di cui non credo proprio di poter disporre.
Sono i limiti che ho dovuto, che devo accettare, anche se sono giunto a poca distanza dalla cima, in linea d’aria s’intende. Mi consolai quindi con il fatto di essermi avvicinato a una misura di tutto rispetto e mi venne in mente Mosè, che vagò per “quarant’anni nel deserto” (si fa per dire o semmai lo si dice con un significato simbolico), senza mai poter entrare nella “Terra promessa” (forse la “Punta del Diamante”?).
Per inciso vorrei alludere a una tradizione esoterica che parla delle cinquanta porte della conoscenza, della saggezza. A Mosè fu concesso di aprirne quarantanove ma non la cinquantesima, forse la più importante, però preclusa all’essere umano!
In un modo o un altro, chiunque può trovarsi di fronte alla cinquantesima porta che non si apre e cela un territorio che può essere immenso, incomparabilmente più esteso di tutti i quarantanove a cui aveva accesso!
E per favore non raccontatemi che sapete chi ha aperto la cinquantesima porta, perché se voi lo credete, io non lo crederò!
A questo punto potrebbe essere giunto il momento di soddisfare una certa curiosità, nata forse in alcuni lettori per il simbolismo “del Diamante e della sua Punta”, ragione per cui ecco alcune indicazioni sommarie, ma forse sufficienti per rendere con una certa chiarezza le idee che può contenere.
Per esempio, trattandosi di un simbolo può significare diverse cose, essere interpretato in modo polivalente, così come i simboli solitamente ci stimolano a farlo e lo concedono quando si cerca di penetrarli, di procedere oltre le apparenze…
Nel nostro caso la limpidezza e con ciò la trasparenza, luminosità, chiarezza e purezza, ma pure la durezza, con la volontà, la tenacia e il rigore che può rappresentare.
Essendo un minerale definito “maturo”, per rapporto al cristallo che non lo è, esprime il vertice della maturità umana, il suo compimento e viene associato all’immortalità secondo l’alchimia indù, forse grazie alla capacità di alcuni individui di penetrare nella comprensione dei nessi causali, d’identificarsi all’eternità, all’unità della vita universale e quindi potrebbe essere equiparato all’ormai famosissima ma spesso travisata e-o incompresa “Pietra Filosofale” !
Ci può pure suggerire un’inalterabile, invincibile potenza spirituale ragione per cui, secondo la tradizione tibetana è “la regina delle pietre” e raffigura perciò l’incisività, la forza di penetrazione dell’illuminazione.
Esprime inoltre la “natura propria”, vale a dire “l’essenza, il cuore del vivente” e con ciò viene identificata alla natura del Buddha, ma attenzione: quest’ultima non essendo semplicemente vincolata ad una persona specifica ed unica, bensì a una realtà sublime, archetipica, quindi a una possibilità estrema, la “Punta” delle facoltà evolutive dell’essere umano per esempio di un “Avatara”, ossia di una delle incarnazioni della Divinità il cui trono si dice essere di diamante.
In occidente significa pure “sovranità universale, realtà assoluta, incorruttibilità”, avente un carattere assiale, ossia la funzione di rappresentare “l’Asse del Mondo” (punto di riferimento simbolico e centrale della nostra vita), che Platone descrive come costituito di diamante, d’altronde pietra preziosa che Plinio considera il “Talismano universale”, in altre parole probabilmente un insieme di principi universali che fungono da punti di riferimento, come ad esempio quello della Creazione, Conservazione e della Trasformazione, espressi magistralmente nella Trimurti indù comprendente queste tre funzioni fondamentali personalizzate da Brahma, Vishnu, Shiva e comprese da Brahman!
Mi sembra che a questo proposito basta e forse avanza…
D’altra parte però non va dimenticato che si può vivere senza tutti questi dati, anche se di tanto in tanto possono essere di una certa utilità. Ma fluttuano d’epoca in epoca e da luogo a luogo, essendo soggetti a svariate interpretazioni, talvolta apparentemente contraddittorie, come lo sono molte situazioni, molti eventi esistenziali!
Accettando i miei limiti, e non senza aver esplorato il perimetro di base dell’ultima parte del monte, ripresi la via del ritorno, consolandomi che tutto sommato era un privilegio di aver potuto raggiungere quel punto, soprattutto alla mia per nulla tenera età di 75 anni.
Mi proposi di tornarvi per risuonare il flauto, sperando di riprodurre il passato “incantesimo”, pur sapendo che di solito certi eventi non si ripetono se si tratta di esperienze “particolari” e forse anche eccezionali, soprattutto quando hanno carattere di unicità e si desidera risuscitarle in un secondo tempo, ma in modo voluto e non più originale, senza la spontaneità del primo tentativo.
Feci ancora qualche breve deviazione, scoprendo un’altra via mai percorsa, ma dovetti interrompere la ricerca per la stanchezza che cominciava a sopraffarmi.
Anche per quella spirituale può succedere qualcosa di simile: si rimane interrotti magari da aspetti imprevisti come una malattia di una certa importanza, un lutto o degli obblighi familiari, ristrettezze finanziarie e quant’altro, per ognuno magari in modi, in gradazioni diverse…
Grande fu la mia soddisfazione quando trovai la vettura ancora intatta, perché con i tempi che corrono mi erano venuti alcuni dubbi “sentiero facendo”, ma verosimilmente in quei luoghi i malviventi non circolano o molto raramente e semmai per caso: da un lato non avrebbero un gran che da guadagnarci, dall’altro lato perché in quelle zone aleggia fondamentalmente uno spirito troppo estraneo al loro.
Mi pare però che il futuro possa deteriorarsi sempre di più in molti campi, probabilmente a causa delle tendenze sempre più egocentriche e degli interessi vieppiù unilateralmente materiali, intrisi di grande avidità dell’essere umano, quindi anche per quest’oasi rimasta intatta finora, non metterei la mano sul fuoco e chissà quali sorprese ci aspettano ancora!
Visto che poc’anzi ho parlato di un’esperienza particolare con il flauto, vorrei alludere, a proposito di quanto detto nella frase precedente a un evento di cui a mio modo di vedere si parla troppo poco quando si parla d’inquina-mento, di decadenza.
Vorrei affermare con ciò che si è entrati in una fase di subcultura musicale, di cui si nutre la maggior parte della gioventù attuale, ma non soltanto…
Tra canzonette, jazz, pop, rock, rap e altro, senza escludere certa musica “classica-moderna”, con certi suoi incongruenti ed elettronici tentativi per esprimere qualcosa (anche se non mi sia ben chiaro che cosa!), ma da cui sembra trasparire comunque e prevalentemente il desiderio, consapevole o meno dell’inconsueto e dell’originalità a scapito della bellezza e della grandezza spirituale di uno spartito o di un’improvvisazione.
Mi dispiace di doverlo dire, per me la maggior parte delle volte si tratta di “rifiuti musicali”, “d’inquinamento sonoro”, di “spazzatura fonica” (“spam”) e non soltanto, perché anche i testi di molte canzonette sono di una banalità e ripetitività, per non dire di un’ipocrisia a prova di bomba, come lo è il modo di presentarsi in pubblico dei più disparati cantanti o cantautori e urlatori (abbigliamenti stravaganti, incoerenti, mossette infantili, ridicole, ripetitive sul palcoscenico, gesti delle braccia, mani, dita puerili se non addirittura da maleducati, anche privi di significato).
Solitamente le proposte musicali fatte e accolte da maree di pubblico, lo sono all’insegna della superficialità, del sentimentalismo, della faciloneria, del bisogno di riempire dei vuoti culturali, mosse dall’ambizione di fama e cospicui introiti dovuti al consumismo di massa.
La si potrebbe definire un’altra forma di droga a destinazione collettiva e tutto sommato anche come già citato, della spazzatura!
Certo, perfino nei grandi classici si trovano molte ripetizioni, passaggi superficiali, discorsi musicali che procedono “a vuoto”, che esprimono ben poco e assomigliano più ad esercizi strumentali o di composizione. Ma sarà molto difficile definirli spazzatura, perché prevale lo spirito della ricerca d’equilibrio, d’armonia, di bellezza anche se ogni tanto un po’ superficialotta, un po’ kitsch (come la definiscono non di rado i germanofoni con questa parola intraducibile) !
Lo so che sono parole dure e che le reazioni a quanto detto non saranno tenere sia da una parte che dall’altra, ma praticamente non si può più entrare in luoghi pubblici, come per esempio nei grandi empori o attendere al telefono di una qualche impresa, piccola o grande che sia, senza essere sommerso da queste infauste musichette o musicacce, se di musica si può ancora parlare (e quand’anche ti vogliono ricordare dei brani “classici”, conosciuti da quasi tutti mentre aspetti al telefono, solitamente non emergono nella versione originale, ma sono riduttivamente deformati, elettronicamente detronizzati!)
Se penso poi alla ricchezza e al largo, generoso respiro del discorso musicale di tanti brani soprattutto del passato, quali un concerto di Bach. Haydn o Mozart, di una sinfonia di Beethoven, Brahms o Schumann, un poema sinfonico di Liszt o Scriabine, alle variazioni di Dohnányi o Elgar, oppure a Prokof’ef, Kaciaturian , Rachmaninov, Medtner e la Bacewicz, per non parlare che di pochi e un po’ a caso…
Ma “ascoltiamo, passiamo” e torniamo al percorso vero e proprio del peregrinare.
Mi fermai all’ombra dei bellissimi pini montani che decorano le rive del “lago artificiale” per rinfrescarmi, rifocillarmi e ricuperare le energie in vista del rientro.
Quella camminata al sole senza cibo né liquidi, mi aveva stremato come può succedere pure in occasione di qualche sforzo mentale o relazionale: per esempio in occasione di rapporti con persone scomode o difficili, laddove le energie di adattamento spese possono essere
ben superiori a quanto solitamente immaginiamo, ragione per cui ci ritroviamo poi incomprensibilmente stanchi, perfino esausti.
Permaneva però la contentezza di essere riuscito almeno parzialmente nell’impresa e ciò contrariamente alle preoccupazioni, addirittura alle previsioni iniziali!
Non di rado crediamo di dover ottenere tutto, raggiungere completamente gli obiettivi progettati, perché senza la loro totale attuazione pensiamo di essere inadeguati, manchevoli, poco validi, dei falliti e ci sentiamo quindi frustrati, sminuiti se non depressi, mentre in fondo “può andar bene anche così”, e se non ci lasciamo dettare il contrario dalla nostra fervida e pregiudizievole immaginazione, possiamo trarne pure un soddisfacente bene-ficio!
Per essere appagati non è indispensabile un raffinato, lauto e completo pasto, con tanto di aperitivi, antipasti, di primi e secondi magari con vini scelti, golosità: frutta, formaggi, caffè e digestivi.
Anche un cibo semplice, genuino e naturale, senza tanti fronzoli o eccessi, può perfettamente soddisfare i nostri bisogni corporei e il nostro palato. Basta non lasciarsi sedurre da certi schemi personali o collettivi, che tendono a farci credere alla validità del tutto o niente:
“se ho raggiunto quel tutto previsto o che altri hanno immaginato, addirittura programmato, soprattutto a fin di lucro, allora posso tranquillamente essere felice, diversamente sono un poveraccio, la vita è mal congegnata, scorre contropelo, insomma non funziona come dovrebbe e mi sento un perdente!”
Mentre, se siamo disposti a pensar un po’ più a fondo, forse vale la pena di attardarsi un po’ più del solito su questo non indifferente e annoso problema…
* * *
So long, I am around…
Fine del 9° capitolo. Continua…
10. RUMINAZIONI SUPPLEMENTARI…
Riposandomi non potei fare a meno di continuare a ruminare mentalmente, anche se qualcuno potrebbe far notare, e non completamente a torto, che queste ruminazioni non servono, ma corrispondono a un banale e tipico vizio intellettuale di noi occidentali.
Invece, almeno per quanto mi concerne, ho avuto l’impressione che corrispondono a un’operazione simile alla digestione: nella nostra mente ottengono spazio delle impressioni, dei dati che vengono elaborati con l’ausilio sia delle nostre facoltà intrinseche, ma pure delle nostre esperienze passate e degli insegnamenti altrui. Tutto ciò può creare arricchimenti e ristrutturazioni dei nostri schemi mentali, con visioni rinnovate riguardanti le nostre vecchie abitudini ed incidere sul nostro comportamento, soprattutto se riteniamo essenziale che la grammatica sfoci nella pratica e non resti semplicemente “un bel pensare e un bel dire” !
Queste ruminazioni mi ricordano il trampolino che serve fino al punto (spazio) e al momento (tempo) in cui “si salta in acqua”: balzo qualitativo “dall’esistenziale all’essenziale”, attraverso un vissuto che può concedere la conoscenza per identificazione e non soltanto attraverso la riflessione, la constatazione razionale, distaccata dall’evento.
Sul trampolino non si vive ancora l’acqua, ma la si avvicina, la si può presentire e se poi si salterà per davvero, allora “sarà nostra” (si fa per dire…, ma probabilmente ci siamo capiti: perché l’abbiamo sperimentata, vissuta direttamente con tutto il nostro essere, perché ci siamo immersi nel “suo essere”).
Per tornare alle svariate considerazioni che feci, mi colpì il fatto che utilizziamo tanto tempo ed energia per gestire la nostra sopravvivenza: nel migliore dei casi per vivere decentemente, vale a dire per mangiare, disporre di un habitat e dell’abbigliamento indispensabile per non parlare dell’igiene e del resto.
Lo facciamo solitamente essendo “indirettamente attivi” per raccogliere i mezzi di sussistenza. Talvolta, certuni molto più di altri lo chiamano lavorare, e di quante attività astruse siamo capaci !
Pure gli animali in libertà “lavorano”, ma sono “direttamente attivi” da un lato e il più delle volte per procacciarsi il cibo ad utilizzo immediato, dall’altro lato per costruirsi un rifugio e difendere il “loro” territorio, ma soprattutto la prole.
Per noi tutto è complicato e richiede quasi sempre delle operazioni indirette: per bere occorre solitamente una rete idrica e un’istallazione idraulica, si deve aprire un rubinetto o una bottiglia che dev’essere comperata e così via. Tutto è ipotecato: come riposare, l’igiene corporea, procurarsi delle derrate alimentari, cucinare, lavare i piatti e i panni, fare ordine e pulizia, svolgere attività “burocratiche, “micro- o macrotraslochi”; acquistare un appartamento o una casa, un’automobile, apparecchiature ausiliarie che vanno studiate per poter essere utilizzate, nonché attività sociali, culturali, di svago, e lo sapete bene forse meglio di me che questo è lungi dal comprendere tutto!
Moltissime attività sono diventate lavoro e rimangono a tal punto distanti dalle operazioni vere e proprie necessarie per “guadagnarci da vivere”, da sembrare addirittura prive di nesso con il nostro bisogno di sopravvivenza. Basti pensare alla produzione dei “diecimila oggetti” che si potrebbero definire inutili, a certi svaghi e sport, ad alcune forme di scienza, tecnica ed arte, a svariati servizi e cure, a variegati interventi di tutti i generi spesso illusori… ma fermiamoci qui!
Anche se quanto menzionato or ora a taluni può sembrare importante, oltre il tempo consuma energia e denaro. Quest’ultimo essendo, contrariamente a quanto credono molti benpensanti, una forma di energia neutra, quindi di per sé “innocente”, virtuale e statica, ma mobilizzabile in ogni momento per un pro o contro e perciò forse una delle invenzioni più ingegnose dell’essere umano, straordinarie ma al tempo stesso a doppio taglio (come molte nostre produzioni) che permette, tra persone, gruppi e nazioni degli scambi, ma pure delle manipolazioni a tutti i livelli, impensabili diversamente.
Sul piano strettamente umano però, tutto ciò non dà molto, come potrebbero concederlo invece la ricerca della propria identità, lo sviluppo delle virtù (le nostre energie costruttive), la promozione delle capacità di differenziazione e il conseguente incremento della maturazione personale, con il possibile perfezionamento e compimento, vale a dire con l’elevazione qualitativa delle relazioni con sé stesso, gli altri, la natura: in definitiva con la vita nella sua integrità!
Infatti, solitamente si rimane eccessivamente occupati e distratti dalle contingenze, mentre nella nostra cultura le qualità edificanti umane dovrebbero occupare uno spazio più importante. Non dico prevalente, perché dobbiamo pur “mantenere i piedi saldi per terra per vivere”, (o come dicevano i taoisti cinesi: “La testa nel cielo, ma i piedi ben piantati per terra”), ma che ciò sia perlomeno paritario e incontrare maggior dedizione e spirito di approfondimento che quello elargito finora a quasi tutti i livelli della nostra civiltà prevalentemente a orientamento concreto, materiale.
L’umana specie ha veramente bisogno delle suddette qualità (forse per non tramontare miseramente), per non parlare di tutti coloro che non possono ancora occuparsene perché assillati da reali, frequenti ed anche estreme preoccupazioni per la sopravvivenza.
Evidentemente, quando si desidera, “vuole o deve salire” verso “il dilettoso monte”, dapprima verso la trasformazione, in direzione poi dell’apice delle qualità umane, è utile tener presente il fatto che s’incontreranno degli impedimenti, sia di natura esteriore che intima, come impegni familiari, professionali, difficoltà economiche, opposizioni politiche, religiose e altro ancora, oppure dubbi e scrupoli, timori, scoraggiamenti, errori di valutazione, ripensamenti e così di seguito.
Se nonostante ciò si decide d’intraprendere il suddetto percorso (pellegrinaggio), può darsi che questo potrebbe corrispondere a una necessità. Allora è importante dar voce alle proprie qualità latenti, testimoniare dell’umanesimo che è insito in tutti noi, anche se in modo più o meno occultato, represso e-o diversificato.
Dirigersi verso questo obbiettivo e affrontare il corrispondente peregrinare, può talvolta sembrare agevole e il percorso avviato sotto il presagio del successo. Al prossimo incrocio siamo forse confrontati con difficoltà di varia natura e seppur convinti di averne superate alcune o buona parte, ecco invece che si ripresentano o ne appaiono altre che fanno ballonzolare le nostre certezze.
Se non ci si perde d’animo e non ci si lascia offuscare, proseguendo anche se a fatica verso le alture del nostro sviluppo interiore, sentimentale, mentale nonché comportamentale e spirituale (quindi relazionale in tutti i sensi), possono confortarci e stimolarci visioni allettanti, panoramiche e indizi che ci lasciano supporre di essere probabilmente sulla “diritta via” e che possiamo proseguire il nostro itinerario con una certa libertà, pur tenendo sempre conto dei “tumuli di pietre” disseminati qua e là per indicarci l’orientamento del nostro percorso, ma pure le possibilità di smarrirci.
Anche qui, a un certo punto si è tentati di dire:
“Ah, ci siamo!” mentre si trattava soltanto di un’altra tappa.
Magari era giunto il momento per lasciare i veicoli e le vie più comode e banali, per cercare il proprio sentiero, il proprio modus vivendi, la salita che si fa sempre più esigente e in solitario, ragion per cui “il combattimento” ricomincia, perché la vita è una lotta continua anche se a momenti con accenti e sottolineature più variopinte o tranquille!
Possono ritornare e non di rado esitazioni, dubbi, depressioni, richieste interiori di abbandono:
“A che pro, chi me lo fa fare, cosa ti è saltato in mente, stai dando ai numeri?”
Se si dubita troppo e ci si ferma, con il passare del tempo si rischia di scivolare, cadere o precipitare, d’innescare una retromarcia evolutiva.
Se si procede, o perlomeno ci si guarda in giro e cerca, può darsi che si troverà perfino degli aiuti.
Però non lo si dia troppo per scontato: quella “salita” è un affare personale e nessuno è tenuto a darci una mano, a farci da guida da “balia o boy” e in questo senso nessuno è debitore dell’altro!
Quindi, parafrasando un detto beduino:
“Credi e confida nella provvidenza, talvolta pure nel prossimo, ma ciò nonostante lega con cura il tuo cammello!”
Perseverando si può giungere ad un altopiano e riprendere fiato, guardarsi in giro, fare il punto della situazione, valutare i prossimi passaggi per continuare il cammino, riconsiderare le forze a disposizione, le proprie possibilità e limiti, magari accettando questi ultimi, oppure cercando di spingersi oltre, soppesando fin dove si può giungere senza eccedere, esporsi a rischi inutili ed incorrere magari in “cadute rovinose”.
È quanto risultò da uno scambio tra Ambrogio Fogar e l’alpinista Reinhold Messner, quando il primo gli chiese (ovviamente non riesco a riprodurre il dialogo ad litteram poiché ricordo soprattutto il senso del discorso):
– Come mai Reinhold, con tutte le straordinarie scalate che hai fatto, non ti è mai successo qualcosa di grave?
Al che pare che Messner abbia risposto:
– Perché non sono mai andato oltre i miei limiti: quando sentivo che non era il momento giusto, o la mia forma non adeguata per l’impresa, oppure presagivo un pericolo, anche a poche centinaia di metri dalla vetta abdicavo, rinviando l’impresa magari a un’altra volta!
È un po’ come quando si creano dei campi base per l’avvicinamento alle alte cime, senza dimenticare che qui stiamo parlando degl’ideali umani:
– della dirittura e del rispetto,
– dello spirito di libertà, autenticità e trasparenza,
– della comprensione per sé stesso e il prossimo,
– del senso di tolleranza, solidarietà e giustizia,
– dell’umiltà, generosità e ponderazione,
– del senso storico e della comprensione dei nessi causali tra gli eventi fondamentali che ci concernono e che possono plasmare il vissuto unitario della vita, ma pure altre qualità tipiche che possono favorire un’evoluzione umana sana e costruttiva, che non si conquista né per caso, né spesso, né facilmente.
Come accennato per i campi base, dove ci si ferma per riprendere fiato e rifocillarsi, per ricuperare le proprie forze e adattarsi alle nuove contingenze, ma non in modo eccessivo e soprattutto senza adagiarsi sulle conquiste fatte, poiché “il cammino, il pellegrinaggio” è forse infinito, anche se per il momento sembra limitarsi a questa nostra esistenza terrena e perché, parafrasando l’Ecclesiaste (ossia il “Kohelet”) veterotestamentario:
“C’è un tempo per riposare e uno per cercare,
uno per sedersi e uno per navigare o scalare,
c’è un tempo per esitare e dubitare
e uno per scegliere e decidere,
c’è un tempo per essere scoraggiati
e uno per riprendersi e rincuorarsi,
uno per accettare i propri limiti
e uno per sperimentare la loro estensibilità!”
e così via…e così sia…
Mi rendo conto che qualsiasi livello di consapevolezza e umanesimo si possa aver raggiunto, l’umanesimo essendo un atteggiamento che privilegia gli aspetti umani edificanti e validi a tutte le latitudini per tutte le collettività anche quelle più sprovvedute e non soltanto per il tornaconto egocentrico individuale oppure oligarchico, bisogna impegnarsi per continuare a salire come su una scala a pioli quando, dopo aver posto un piede che ha raggiunto una certa sicurezza, l’altro piede cerca il prossimo appoggio seppur inizialmente con esitazione, procedendo così passo dopo passo con una certa determinazione e sicurezza.
Certo, ci si può fermare con due piedi sul medesimo piolo, ma preferibilmente non troppo a lungo, diciamo il tempo di riprendere fiato, perché l’attardarsi non crea soltanto immobilismo, ma può perfino indurci a scendere, innescando la retromarcia per rapporto ai livelli raggiunti.
Il medesimo fenomeno, in modo più tangibile avviene più o meno quando si trascura l’orto che s’inselvaggisce e diventa inutilizzabile per il nostro sostentamento.
Bisogna quindi rimettersi in moto, “ponendo mano alla vanga, alla zappa, al rastrello, ai semi, all’annaffiatoio, al sarchio e ad altro ancora”, riconsiderando attentamente le proprie intenzioni e azioni, rettificandole se necessario di volta in volta secondo le esigenze del momento e del proprio discernimento.
Il significato più profondo delle nostre aspirazioni può sfuggirci ed è utile scrutarle accuratamente per cogliere eventuali distorsioni che possono inserirsi impercettibilmente e con facilità negli eventi quotidiani.
E se non si riesce?
C’è chi è passato di lì prima di noi, conosce le difficoltà nonché i passaggi favorevoli come una guida di montagna e sa mettere le pietre in forma di piccoli cumuli per facilitare e anche abbreviare il percorso, dandoci magari l’altra mano per ogni evenienza.
Tutto sommato però, ognuno di noi deve fare la corrispondente camminata e sudata, che ci piaccia o meno, così come tante altre cose che nessuno può fare in nostra vece.
Basti pensare soltanto ad una cosa così banale e quotidiana ma importante come l’andare in bagno: anche un capo di stato, fosse anche quello della più grande potenza mondiale, lo deve frequentare da solo, senza i suoi consiglieri o gorilla, anche con problemi di diarrea o stitichezza!
Pur non essendo capo di governo, è ciò che dovetti fare salendo lungo le chine della “Punta…”, libero di muovermi in quell’impressionante e affascinante paesaggio dove fui sollevato nel potermi liberare dalle scorie della nostra società industriale in cui di genuino da mangiare, ma vale pure per il nutrimento spirituale, non c’è molto e i prodotti sono più o meno caratterizzati da un notevole quoziente d’impoverimento e inquinamento.
È probabile che non ce ne rendiamo subito conto, bensì indirettamente attraverso certe afflizioni che colpiscono la nostra salute somatica, psichica e sociale, e spesso soltanto dopo parecchio tempo, ragione per cui è particolar-mente difficile individuarne i nessi causali!
* * *
So long, I am around…
Fine del 10° capitolo. Continua…
11. QUALCUNO RIESCE : MA IN CHE COSA RIESCE ?
A questo punto vorrei descrivere l’ascesa di un piccolo gruppo di giovani stranieri incontrati all’inizio della terza tappa, i quali hanno cercato di salire per passaggi diversi, di volta in volta ognuno per conto suo oppure in coppia, tentando, esitando, tornando sui propri passi, provando altri passaggi, alcuni seguendo perfino delle indicazioni iniziali che ho comunicato loro, ognuno raggiungendo infine la vetta attraverso varchi per me invisibili e probabilmente invalicabili.
Ne parlo soltanto ora, perché mi porta ad alcune considerazioni che ritengo significative, da un lato per il nostro progredire lungo il percorso ascensionale delle nostre qualità umane, dall’altro lato in previsione delle corrispondenti considerazioni conclusive.
Per salire o scendere, si legga pure per “elevarsi o decadere”, ci sono svariate vie che sono state costituite in rapporto alle caratteristiche di gruppi specifici d’individui.
Per esempio: mi si addicono di più le salite indirette che seguono tracciati diagonali meno impegnativi e faticosi, mentre i giovani scelgono prevalentemente vie dirette che da un lato richiedono più energie, dall’altro lato comprendono abitualmente maggior rischio e con ciò probabilmente rappresentano sfide più sentite e anche temerarie.
Questo può essere detto per molti sistemi: filosofici, politici, scientifici, artistici, religiosi, settari e ben altri, senza dimenticare per inciso che, ed è forse importante non dimenticarlo, perché spesso lo si travisa e ritengo di una certa importanza ripeterlo: anche le grandi istituzioni religiose attuali al loro inizio avevano un carattere “settario, eretico, rivoluzionario” per rapporto alle forme allora vigenti, ossia quelle dell’establishment!
È vero che non c’è un solo percorso per l’elevazione degli esseri umani, anche se alla fin fine per ognuno di noi ne esiste uno soltanto, ossia quello che si sta percorrendo, comunque quello che si è percorso…o si percorrerà…
A questo proposito un significativo detto africano parafrasato ci ricorda che:
“Pur avendo quattro zampe, anche il miglior cane da caccia non può seguire due o più piste per volta!”
e vi prego di non commentare dicendo che non siete dei cani da caccia, perché credo di saperlo, ragione per cui vi citerò un altro detto a proposito dell’Arcangelo Gabriele, ossia:
“che pure lui non riesce a suonare più di una tromba per volta!”
Se poi volete continuare il gioco e dire che non siete l’Arcangelo Gabriele…vi ringrazio per l’informazione e…vi auguro un buon prosieguo di lettura!
Infatti, “le vie del Signore sembrano infinite”, anche se al momento in cui sarebbe opportuno tenerlo presente, abbiamo tendenza a scordarlo, pregiudicando, perseguitando, mettendo magari a repentaglio la vita di coloro che seguono vie apparentemente diverse dalle nostre, però simili nella sostanza!
Ma torniamo all’elevazione qualitativa dell’individuo umano.
Premetto subito e inequivocabilmente che il tuo percorso, il mio o quello di qualcun altro può, per ognuno di noi, essere altrettanto valido anche se diverso.
Se lo teniamo ben presente, questo potrebbe risparmiare sia al singolo che all’umanità i grossi guai che si possono osservare tanto lungo il torturato percorso della nostra storia, quanto ai nostri giorni come conseguenza di una fondamentale e reciproca incomprensione e intolleranza, dovuta soprattutto al fatto che le apparenze, ossia le forme che assumono queste vie appaiono diverse ai nostri sensi, mentre sono simili nei loro contenuti, soprattutto se viste in una prospettiva più interiorizzata e profonda di quella della nostra superficialità abituale (vedi a proposito il magistrale testo “La filosofia perenne” di Aldous Huxley)!
È senz’altro “meraviglioso” poter credere che la corrente ideologica sulla quale si naviga, sia la più evoluta, la più veridica, quella sublime per eccellenza, ma teniamo presente che potrebbe essere altrettanto vero per altre correnti che trasportano moltissimi esseri umani con le loro ricchezze culturali, che ciò piaccia o no al nostro amor proprio e-o alla nostra volontà di conquista (alla nostra avidità, al nostro bisogno di potere, di dominio).
In fondo siamo tutti pellegrini in questo straordinario Universo, dove c’è spazio per un’infinità di vie, realtà che non per caso è stata affermata, ripetuta e sottolineata innumerevoli volte attraverso i millenni, tanto da doverci stupire che il messaggio non sia ancor giunto pienamente a destinazione, ciò che lascia dubitare sulla natura della tanto esaltata intelligenza, consapevolezza e superiorità dell’essere umano!
Prendiamo questo concetto a carattere universale finalmente sul serio in tutta la sua estensione, abbandonando le soluzioni campaniliste e di comodo, limitate da timori ed enormi paraocchi composti da pregiudizi epidermici spesso indegni dell’individuo umano, poiché abbiamo a disposizione gli strumenti per riorientarci, allargare il nostro orizzonte…basta individuarli e utilizzarli!
È pure emerso un altro punto: quello dei nostri limiti: della loro accettazione, ma pure della ricerca di alternative.
I quattro giovani nordici a cui alludevo prima sono riusciti a salire sulla vetta, io no.
Forse riesco a scalare “altre cime”, meno visibili, meno spettacolari, che forse taluni ignorano completamente o quasi, così come io ignoravo la via d’accesso alla “Punta del Diamante…”, perché nessuno me l’ha mai mostrata o autonomamente non l’ho mai percorsa, essendo spesso la pratica a rivelarci la grammatica e questa a sua volta ad aiutarci nel perfezionare la pratica, che dal canto suo…ecc. ecc. ecc. …
Si tratta di accettare i propri limiti, quando si ha veramente l’impressione di averli raggiunti. Per me salire oltre il livello raggiunto, non dico che sarebbe stato impossibile, ma certamente rischioso e francamente non mi piace giocare alla “roulette russa” (alla quale ho alluso all’inizio del percorso e che non mi è piaciuta), poiché non sono un giocatore d’azzardo…
D’altra parte sono consapevole che la vita è per lo più “un’enorme roulette russa”: basta entrare in autostrada per rendersene conto, soprattutto quando qualcuno la percorre in contromano; oppure quando ci si trova nei pressi di un terrorista kamikaze che ha intenzione di farsi saltare in aria, per di più senza che ci sia tra noi un nesso qualsiasi, come per esempio tra il nostro e il suo “orientamento politico” o “credo religioso” (se politiche o religiose si possono chiamare certe azioni completamente assurde, irrazionali!)
Per l’aspetto “possibile” dianzi citato, avrei eventualmente dovuto accamparmi per la notte, riposare, riprendere le forze, al limite fare appello a una guida montana, ma non era questo il senso del mio pellegrinaggio: volevo procedere o fermarmi con i miei semplici e concreti mezzi di bordo, magari con l’ausilio della mia modesta intelligenza nel desistere al momento voluto, come per esempio nel voler giocare d’azzardo, mentre non sono dotato per questo tipo di passatempo!
Non va dimenticato che quando si tenta di salire verso le vette della “spiritualità umana”, si deve pur “ridiscendere” verso le vallate della nostra quotidianità, con tutti gl’impegni, le responsabilità, le fatiche, ma anche le tentazioni, le seduzioni, i malintesi e i conflitti che talvolta ciò comporta.
Le cime hanno a che fare con le nostre aspirazioni profonde, le nostre elevate ideologie umane, “con le nostre utopie”: le pianure invece con la vita concreta, che cade sotto i sensi e il peso talvolta deprimente della banaliz-zazione.
La nostra difficoltà sta nel frequentare ambedue le zone, nel muoverci tra i loro estremi, senza lasciarci polarizzare, senza lasciarci mettere in croce, inchiodati dai nostri pregiudizi e schemi mentali, ma lasciando libero il nostro movimento nell’equilibrio dinamico che la vita ci propone costantemente.
È probabilmente questa capacità di armonizzazione, che può fare di noi dei “maestri di vita”.
Per “maestro di vita” non intendo qualcuno che incarni dei valori assoluti, come forse si potrebbe credere a prima vista, qualcuno che non sbaglia mai, che controlla tutti gli eventi della sua, o addirittura dell’altrui vita!
Un assolutista di siffatta specie sarebbe da evitare, sia per la sua presunzione, le sue debolezze occulte che per mancanza di realismo.
No, sto pensando per esempio a qualcuno come Arturo Toscanini, il celeberrimo direttore d’orchestra del ventesimo secolo che, durante una prova con l’orchestra di una grande metropoli, interruppe ripetutamente il discorso sinfonico nel medesimo punto, per delle incongruenze da lui riscontrate nell’orchestra e che infine lo spazientirono, ragione per cui esclamò:
“Anch’io faccio degli errori, ma la differenza tra noi consiste nel fatto che voi fate ripetutamente gli stessi sbagli, mentre io ne faccio sempre degli altri!”
Questa maestria potrebbe consistere tra l’altro nel fatto che molto più rapidamente, o addirittura in anticipo, ci si rende conto delle possibili erranze, che si riescono a prevenire oppure a rettificare più agevolmente e a breve termine, mentre il “discepolo”, chiamiamolo così poiché sta ancora limando diligentemente “le sue unghie”, sbaglia più grossolanamente, ripetutamente e recupera meno facilmente le devianze essendo meno consapevole e sperimentato.
Parafrasandolo, ma pur sempre secondo lo spirito di un detto del Buddismo-Zen (detti che solitamente hanno un carattere paradossale):
“e quand’anche tu avessi raggiunto la “Punta del Diamante”, non fermarti ma continua a salire…”
Cerco d’immaginarmi di essere arrivato in cima e mi rendo conto che con ciò non avrei necessariamente raggiunto una vetta interiore, una “peak experience” (“un’esperienza sublime”), secondo un’espressione cara a un noto esponente della psicologia umanista statunitense (A. Maslow). Potrebbe anche non crearsi alcun nesso tra i due eventi, perché i legami li dobbiamo cercare e percorrere ognuno per conto proprio.
Visitare dei luoghi cosiddetti “sacri”, potrebbe, ma potrebbe anche non stimolare la realizzazione della nostra possibilità di sacralizzazione della vita e ciò significa che rimane imperativo continuare a cercarla, vale a dire di proseguire nell’attuazione dei nostri ideali, anche se nella loro completezza rimangono irraggiungibili, come per esempio quelli già abbozzati, ma che vale la pena di ricordare:
“l’umiltà, il rispetto per tutto e tutti, l’equità, la lealtà, la solidarietà e trasparenza, l’onestà, la purezza degli intenti e tante altre forze interiori favorevoli all’essere umano e al rapporto con i suoi simili e la natura”
forze che sonnecchiano in noi e aspettano di essere svegliate o risvegliate, anche se quelle elencate or ora e precedentemente potrebbero già bastare per trasformare in modo decisivo la nostra esistenza, sia individuale che collettiva.
* * *
So long, I am around…
Fine dell’ 11° capitolo. Continua…
12. CONCLUSIONE
Non voglio attardarmi oltre misura, ma durante la via del ritorno ciò che mi ha particolarmente colpito è “l’industrializzazione della nostra vita” e penso che questo fenomeno possa corrispondere a una desacralizzazione della nostra esistenza.
Le operazioni principali che svolgiamo, rivestono e non poco lo stile della “fabbrica” e di conseguenza la nostra società viene chiamata quella “tecnologica e-o dei consumi”, anche se esiste una tendenza a mascherarla con il termine più elegante ma altrettanto significativo di “globalizzazione” (un po’ simile all’integrale di tante panificazioni che contengono però poco più o meno del 50% di farina integrale, formula addirittura legalizzata!)
Di conseguenza, oltre l’abituale quotidianità, i nostri viaggi, le vacanze ed anche i pellegrinaggi, possono assumere uno stile industriale. Ci basti osservare le nostre stazioni, aeroporti, strade, autostrade, porti, spiagge, alberghi, villaggi di vacanza, supermercati, ritrovi di svago e tutto il resto per rendercene conto senza difficoltà.
Sembra un formicaio ed è tutto un brulichio del fare e strafare per ottenere sempre più oggetti, servizi e in definitiva potere, realtà il cui possesso preme tanto all’essere umano (d’altronde possesso e potere sono strettamente legati e pronunciata fonte di desiderio).
Insomma, più o meno tutti vogliono tutto, ragion per cui a tutti viene offerto più o meno di tutto, anche se quel più o meno tutto equivale spesso a un più o meno niente, o perlomeno a qualcosa di poco importante e sovente di poco salubre, sia per il singolo che per la collettività, a parte il fatto che di fronte a tante offerte, per mancanza di mezzi o per la loro collocazione geografica, la maggior parte dell’umanità non può rispondere “presente”!
Se in futuro si continuerà a ideare, progettare, fabbricare e proporre agl’individui principalmente ciò che poco o nulla può per far crescere, maturare e sanare, affinché si diventi più umani, più integrati nella vita mondiale, universale e le sue leggi, evitando di rimanere soltanto qualcosa come “una temibile “scimmia nuda” anche se spesso ben lavata, vestita, lustrata e apparentemente innocua”, allora con grande probabilità la qualità delle nostre relazioni non si modificherà e si continuerà a vivere in modo frammentario, negli schemi ormai acquisiti e abitudinari, per non dire banali, degradanti e spesso minacciosi, nel contesto di una sbandata della nostra civiltà di tipo schizo-paranoico che andrà molto probabilmente ancora peggiorando, ciò che non è dir poco!
Sarà scontato e ripetitivo, ma vale la pena di riproporlo per la sua importanza:
ogni espressione di un progetto, un evento, di una forma della nostra e dell’altrui vita, incontra prima o poi la sua fine per trasformarsi in qualcosa che talvolta può rinnovarsi, mentre nell’aldilà segue un processo di cui molto poco, per così dire nulla sappiamo (anche se taluni pensano, addirittura affermano di saperlo)!
Questo ha la sua importanza, perché pur essendo tutti i processi in mutazione e quindi transitori, diamo loro solitamente un peso avente carattere rigido, fisso, assoluto a causa della nostra brevimiranza, della mancanza di “senso storico e metastorico” che, nella maggior parte degli individui è carente!
L’assolutizzazione di fenomeni relativi, perché passeggeri e relazionati a…(ossia a qualcosa di ben caduco), ci porta sovente a un’intransigenza che ha creato e continua a provocare piccoli e grandi conflitti nel corso della storia generale nonché in quella dei singoli individui.
È scontato, addirittura banale: tutti a un dato momento dobbiamo concludere il nostro percorso terreno e individuale: vale a dire lasciare, abbandonare tutto per “tornare senza carta d’identità, di credito, pc portatili e telefonini a casa” e ciò che è peggio senza “fama, possesso e-o potere” alla nostra “Madre-Terra”, al nostro “Padre-Cielo” che ci hanno creati, sostenuti e permesso di partecipare a questa straordinaria avventura che è la Vita.
Magari ci hanno fatto inciampare e cadere provocandoci sofferenze, ma tutto sommato ci hanno accompagnato nel succedersi e modificarsi della nostra forma, fino al termine del lungo peregrinare verso le cime o le profondità del nostro possibile e provvisorio qui e adesso che continuerà in un qualche modo, anche se a noi sconosciuto, nell’imperscrutabile là e allora…
È proprio questa eterna, irrisolvibile “tragicommedia”, di fronte alla quale siamo suppergiù ignoranti e impotenti, che ci accomuna e ci rende “fratelli e sorelle, non per ultimo perché siamo tutti figli dell’infinito processo creativo dell’Universo…di cui la morte individuale corrisponde ad un estremo atto di giustizia, forse il solo su questa terra, poiché sopraggiunge indistintamente per tutti quanti, anche se in modo diversificato!
In questa ignoranza fondamentale siamo simili, quindi non atteggiamoci come se non lo fossimo, presumendo chissà che cosa, magari distruggendoci a vicenda, soprattutto perché alcuni vogliono farci credere che tutto sanno meglio di altri (avendo loro ragione e gli altri torto) e per di più si arrogano il diritto di volerlo imporre con la forza a svantaggio di una parte dell’umanità, anche se le intenzioni iniziali possono sembrare giustificate o in altre parole:
“vengono propinate con le buone intenzioni di cui è poi lastricato l’inferno”…
-Rimaniamo quindi dei pellegrini, capaci di muoverci tra i capisaldi, le cime che creano veramente l’essere umano, rivisitando perennemente il “luogo santo, la montagna sacra, il dilettoso monte, la piramide ”, sulla quale pure Dante ha voluto incidere la grande e sublime triade, chiave per un’umanità più “normale, sana e pacifica” fondata su
“SAPIENZA AMORE E VIRTUTE
O per precisare con alcune parole povere, un’umanità che ha le sue radici nella:
SAPIENZA, aspetto dell’energia comune a tutti che ci permette d’istruirci grazie al buon senso, all’esperienza quotidiana, alle nostre osservazioni e riflessioni, al nostro intuito e non a dogmi arbitrari stabiliti non si sa bene quando, dove e da chissà chi (magari senza verifiche sulla loro veridicità e profondità), nell’
AMORE, in tanto quanto possibilità della nostra energia (trasmessaci dall’Universo creativo), di unirci fraternamente e non di dividerci irrimediabilmente nell’inimicizia, nei conflitti controproducenti, deleteri e-o funesti e nella
VIRTUTE, (Virtù) come vettore energetico che ci consente di procedere sulla via dell’umanizzazione utilizzando le nostre qualità costruttive e non quelle distruttive sia nei confronti della Natura, di noi stessi, dei rapporti individuali e quelli collettivi.
Basterebbe la comprensione e attuazione dei suddetti tre capisaldi per umanizzarci pienamente
* * *
So long, I am around…
Fine 12° capitolo. Continua…
13. POSTSCRIPTUM
Esiste un detto Zen, come al solito paradossale e perciò un po’ sibillino ma significativo, che vale la pena di ricordare ogni tanto:
“All’inizio le montagne sono montagne,
i fiumi sono fiumi e i laghi sono laghi;
in una seconda fase le montagne non sono più montagne,
i fiumi non sono più fiumi
e i laghi non sono più laghi;
infine le montagne sono di nuovo montagne,
i fiumi sono di nuovo fiumi
e i laghi sono di nuovo laghi!”
Con ciò volevo dire che forse è scomparsa anche “la mia montagna sacra” per ridiventare… semplicemente una montagna o addirittura una non-montagna…e pertanto che montagna, appunto:
“la Punta del Diamante”
“Chi ha un cuore per pensarci, ci pensi
e chi ha una mente per amare, ami!”
(Kung Ci, XXVI° sec. dopo la nascita del Nobile Lao Tan)
* * *
APPENDICE I
Vorrei però precisare che, già nella prima metà del secolo scorso, “l’esoterista” René Guénon ha scritto un testo dal significativo titolo (ma dall’altrettanto significativo contenuto):
“Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps“ (“Il regno della quantità e i segni dei tempi”, Edizioni Adelphi), in cui sottopone a un attento esame ed a una spietata critica, svariati e importanti aspetti della nostra vita moderna, in cui ci adombra sempre di più la quantificazione progressiva dell’esistenza a scapito della sua elevazione qualitativa (aumentando quindi il processo di alienazione!).
Temo che questo processo sia irreversibile a livello generale e mi sembra che tutti i “Segni” parlino a favore di un deterioramento progressivo e tragico della nostra presenza su questo globo terracqueo.
Vedo quindi soltanto singoli individui e-o piccoli gruppi che, grazie al loro lavoro interiore, sono in grado di sottrarsi, non fosse che parzialmente, a questa spirale degradante di scissione e perversione che avviene pratica-mente a tutti i livelli della nostra società e vita quotidiana!
* * *
So long, I am around…
Fine della “Punta del Diamante”
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