B. Sascha Horowitz
DALL’ASPETTO COGNITIVO A QUELLO OPERATIVO
(“ora et labora”, oppure: dal pensare-dire al fare)
Un altro detto rabbinico che mi piace molto:
– La verità la si può trovare per strada…
– Sì, ma allora perché nessuno la raccoglie?
– Perché non siamo abbastanza umili per chinarci !
1. Spesso può essere relativamente facile individuare e magari anche capire gli elementi in campo di un problema, ma lo è molto meno riuscire a ristrutturarli in vista di un cambiamento, inserendo le operazioni corrette (un po’ come quelle dei problemini di matematica, sì proprio quelli che ci proponevano a scuola nelle elementari, nei quali se ti confondevi e sbagliavi di inserire l’operazione corretta, come + / – / : / x , tutto poteva risultare errato!)
Gli elementi in campo rimangono suppergiù gli stessi, soltanto che per una trasformazione situazionale è necessaria una ristrutturazione dei medesimi, con gli accenti applicati diversamente.
Un esempio personale:
– da un punto di vista alimentare, durante la giornata mi comporto in modo abbastanza corretto, vale a dire ordinato, contenuto, funzionale.
Dopo la cena però, in particolar modo quando mi trovo davanti alla TV, divento indisciplinato, disordinato, incoerente dal punto di vista alimentare, comincio a spilluzzicare e tra un bocconcino e l’altro, consumo praticamente un altro pasto, ciò che non mi permette di ridurre il peso, perché quando non spilluzzico (che corrisponderebbe a un – ) riesco a togliere alquanto rapidamente ciò che è superfluo (il +…)!
Ora, vedo con una certa chiarezza che spilluzzico per alcune ragioni:
1. ho una tendenza un po’ edonistica, ragione per cui trovando piacere a ciò che ho a disposizione da mangiare, eccedo.
2. Vivo da ormai lungo tempo in una certa solitudine, soprattutto serale, che mi crea dei bisogni compensatori.
3. Corrispondo assai al profilo del tipo per il quale “lo spirito è debole, la carne è forte”, oppure per il quale “lo spirito è forte, la carne è debole”, ma comunque un aspetto è sempre debole, ragione per cui cedo a certe tentazioni!
4. Forse vige in me un antico messaggio familiare “che non mi nutro abbastanza” (è stato in particolare un messaggio materno che ogni tanto cercava di farmi capire che avevo l’aria di un tubercolotico e mi chiedeva esplicitamente “se mi nutrivo abbastanza”, anche se in verità ero snello, non magro, quindi normopeso senza masse aggiunte!”)
5. Mi è molto chiaro il concetto di sacrificio volontario che si deve realizzare e le frustrazioni che vanno, almeno in un primo tempo, accettate e sopportate effettivamente, ma tendo a non realizzare questa dinamica e continuo a spilluzzicare!
Ora, dopo la descrizione di alcuni fatti, probabilmente centrali del problema, la domanda è:
– che cosa impedisce la realizzazione di questa intenzione?
– ho travisato un qualche elemento importante?
Potrei cominciare a rilevare il concetto di “volontà”:
– manchi di volontà, la tua volontà è troppo debole!
Sì, ma subito dopo emergono due altre domande:
– perché mai la volontà è insufficiente per risolvere il problema?
– che cosa potrei fare per aumentare il potenziale della volontà?
Ciò che osservo è:
1. i miei pasti abituali sono alquanto frugali, poco interessanti, abbastanza monotoni, ripetitivi e questo potrebbe già essere un elemento frustrante che aumenta il desiderio di qualcosa di “buono”;
2. quando ho terminato il pasto, solitamente mi dico:
– Ti sei nutrito bene, hai mangiato abbastanza…
subito dopo penso:
– Che cosa potresti aggiungere di buono? (e me lo immagino anche, ciò che rende la situazione ancor più difficile, perché l’immaginazione ha un potere mobilitante).
Ed è qui che inizia una specie di conflitto, tra l’affermazione e la negazione: si gioca la partita tra questi due contendenti…
A questo punto solitamente cedo e, avendo aperto la porta alla “gratificazione momentanea”, entro nel regno delle concessioni (dell’indisciplina, della mancanza di rigore)!
Ovviamente sembra più facile, agevole cedere che resistere:
resistere richiede energie e anche frustrazione, mentre cedere poco niente, anche se successivamente emergono poi eventuali conflitti, composti dalle proposte ideali e le realizzazioni scadenti, dai desideri di apparire impeccabili e di non esserlo, ma anche di avere dei problemi motori e-o di salute!
3. Allora che rimane da fare: c’è ancora qualcosa di fattibile?
“La bacchetta magica” non c’è, questo è sicuro, anche se viene proposta in notevoli quantità attraverso gli spot pubblicitari facendoci vivere un paradosso straordinario:
gran parte dell’umanità vive una certa indigenza alimentare per mancanza di mezzi, “know-how” e privilegi naturali mentre noi, nella società dei consumi, spendiamo ancora dei soldi per cercare di toglierci d’addosso il marchio dell’abbondanza, aumentando pure la ricchezza di certi imperi industriali che molto probabilmente per aiutare a sfamare una parte del terzo mondo non muoveranno un dito: sembra una storia incredibile!
Quindi è un percorso che non ritengo valido perché ha un carattere passivo, in cui adotto un sistema esterno per “fingere” che sia interiore (sciroppi, pasticche, pasti sostitutivi di origine farmacopeica, erboristeria e quant’altro), un insieme che non corrisponde a un atto creativo, autonomo come quello di imporsi una disciplina in provenienza da una decisione interiore, seguita da una volontà operativa…di imporsi per esempio il “sacrificio volontario” dei Sufi:
in questo caso, semplicemente il rigore per la parsimonia alimentare!
(Qui è ora non intendo intrattenermi con quella tendenza, che mi sembra alquanto recente, che cerca di deresponsabilizzarci attribuendo le cause a dei fattori fisiologici, possibili senz’altro, ma forse non così generalizzati come ci si vuol far credere e che qui e ora non c’entrano!)
Va quindi forse chiarito brevemente il concetto del “sacrificio volontario”, perché potrebbe essere uno strumento molto utile anche se lo possiamo vivere come un fenomeno che va contropelo, dunque:
si tratta di “rinunciare consapevolmente e decisamente” a qualcosa che piace, che si desidera, che talvolta si ritiene addirittura indispensabile per il proprio benessere (almeno sul breve termine), ma di cui si sa che in fondo in fondo, in un qualche modo è controproducente, sia sul piano personale, relazionale, sociale, ecologico, ecc. (soprattutto sul lungo termine)!
Pare che i Sufi affermino che. se in certe situazioni non si è disposti a praticare questo tipo di sacrificio, la vita stessa ce lo imporrà, magari drammaticamente!
Dunque non si tratta di cercare e trovare dei trucchi per dimagrire, ma di assumere la via diretta della trasformazione “girando la moneta dalla parte quantitativa a quella qualitativa” (perché quest’ultimo aspetto era stato trascurato).
Non bisogna pensare in termini di “circonvallazioni”, bensì a:
“penso, capisco, decido, faccio” ciò che è necessario senza ripetuti compromessi, senza aspettarsi percorsi facili,
“la Via dei Miracoli numero ipsilon”.
Parafrasandolo e, se la mia memoria non mi tradisce, lo diceva suppergiù Amleto a sua madre (nel dramma di Shakespeare), quando si trattava di rifiutarsi al marito “…che all’inizio, nei primi tempi sarà difficile ma che, man mano che si procede riuscendo, l’operazione si rinforza e alleggerisce le difficoltà iniziali…”
Quindi, anche se non si riesce subito, si tratta di ripetere i tentativi per far pendere la bilancia dalla parte auspicata, aiutandosi magari col visualizzare interiormente i piatti della bilancia, con il peso che diminuisce dalla parte in eccesso (dal + al -)!
E si tratta di perseverare…peredur, peredur…potrebbe essere qui il “grido di battaglia”, affinché il “sacrificio volontario” ne possa uscire vittorioso!
* * *
P.S. Non ci si illuda che, se si dovesse entrare nelle cosiddette profondità motivazionali psicanalitiche, il problema sia risolto, perché capire, vivere interiormente, anche trasferalmente è un conto, ma realizzare è ben altro: le due categorie non sono identiche, non hanno il medesimo impatto, non vanno confuse, anche se la prima può essere indubbiamente d’utilità alla seconda, a condizione di…
Qui siamo alle prese con degli schemi, con la forza delle abitudini, che solitamente possono essere debellate soltanto con un “contro-allenamento” (i muscoli non si allenano rimanendo seduti in una poltrona!), anche se seduti in una poltrona si può capire e progettare come vanno sviluppati, ma poi “bisogna farlo” (di lì proprio non si scappa perché, come afferma uno dei miei detti preferiti, che però non è uno dei miei):
“Se non fai ciò che sai, alla fin fine non saprai più che cosa fare!”
l’altra possibilità sarebbe e non è un detto popolare, ma una parafrasi personale:
– Se sai ciò che non fai e sai che dovresti farlo ma continui a non farlo,
continuerai semplicemente a sapere che non lo fai
e il fare rimarrà lontano, forse per sempre…!
* * *
So long, I am around…
Fine della “Monografia”.
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