Meditazione I e II

MEDITAZIONE  I
(vedi pure l’articolo separato: Meditazione II)

La nostra Vita non è né sacra né non sacra
la nostra Vita è…
siamo noi che l’abbiamo “desacralizzata”
ragione per cui pensiamo che dobbiamo “resacralizzarla”
ciò significa semplicemente che dobbiamo renderla
di nuovo ciò che è…né sacra, né non sacra!

Breve introduzione (1° capitolo: prevalentemente teorico)

Va detto subito che la meditazione non è un mezzo che conviene a tutti, ragione per cui, se dopo un certo tempo d’esercitazioni si ha l’impressione di qualcosa di ostico che disturba, lo si comunichi in modo da poterne parlare!

Avvicinarsi alla meditazione è un po’ come salire sulle alte cime: le cime della mente umana ossia  la spiritualità e se si tratta di cime, non è una considerazione di valore, bensì da un lato di funzione, quella di riuscire a trascendere certi ordini di realtà, dall’altro lato di rarità, perché non sono in molti interessati o capaci di “salire sulle alte cime, dove l’orizzonte è più ampio, lo sguardo  più profondo, raggiungendo paesaggi più lontani!”

Ora per salire sulle alte cime, oltre agli strumenti e alla preparazione, sono solitamente necessari i cosiddetti “campi base”.
Ciò significa che dalla pianura non si può salire direttamente sulle alte vette, ma si devono intercalare dei “campi base” di adattamento a diverse altitudini (leggi pure: problemi di ossigeno e di sopportazione fisica da risolvere), quelle non molto lontane dai picchi che si vogliono effettivamente raggiungere, soprattutto se si tratta di vette molto elevate!

Analogicamente parlando, questo potrebbe significare che non si deve pensare di riuscire nella meditazione di primo acchito, ma che solitamente sono necessarie diverse tappe di penetrazione (leggi pure: “elevazione” o “approfondimento”), fin che si possa raggiunge l’optimum qualitativo (le cime o le profondità) della meditazione !

Così come senza allenamento, strumenti adatti e “campi base” è impensabile salire fin lassù, così non sembra possibile poter raggiungere le cime spirituali senza uno strumento fondamentale (anche se relativamente semplice) che potrebbe essere quello della meditazione, che ovviamente si può esercitare e di forme ce ne sono diverse.

Si tratta di uno strumento privilegiato, anche se a differenza dell’alpinismo, alla fin fine, si ha l’impressione che il meditante tende ad identificarsi con l’obiettivo da raggiungere, dove l’individuo, la meditazione e l’obiettivo sembrano diventare un “Tuttuno” inscindibile, una specie di fusione delle parti e, come si sa dalla “psicologia della Gestalt”, dove
“ il Tutto rappresenta più che l’insieme delle sue parti ”.

La medi(t)-azione è quindi l’azione che può portarci nel mezzo, al centro, nel cuore delle cose, ossia “all’essere tout court”, al di qua e al di là dello splitting (della scissione, della dispersione), quest’ultimo dovuto all’investimento energetico uni-laterale negli aspetti contingenti, descrittivi e più superficiali dell’esistenza, a scapito dell’essenza, dell’essenziale, dei contenuti, dei rapporti, dei veri significati!

Ma forse cominciate a chiedervi:
– Quando finalmente ci porterà da Odino al Walhalla, o dagli Dei sull’Olimpo o nel Nirvana del Buddismo? A scanso d’equivoci: per quest’ultimo il Buddha ha d’altronde sempre rifiutato una descrizione, ossia l’attribuzione di una definizione, di un contenuto specifico e a ragion veduta!

Conseguentemente è necessario entrare in un altro stato dell’essere che richiede, oh paradosso, più tempo soprattutto per noi intellettuali occidentali, per raggiungere la famosa meta-noia, cioè un radicale cambiamento, un ri-orientamento nel nostro modo di percepire, pensare, comprendere la “realtà, anche perché forse si tratta di
“un tempo senza ore” (= Eternità),
“uno spazio senza dimensioni” (= Infinito)

So long, I am around…

Il seguito nella Meditazione II

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M E D I T A Z I O N E   II

Pro  memoria  (2° capitolo: prevalentemente pratico)

Poiché esistono in Oriente all’incirca una dozzina di scuole principali bisogna essere molto prudenti nel voler definire una modalità unica come “quella giusta, addirittura la sola valida”.

Personalmente ho imparato la meditazione a Zurigo, dapprima dal mio maestro di Hata-Yoga, Selva Raja Yesudian (1916-1998), pressappoco all’inizio degli anni sessanta, nella famosa “posizione del loto”,  anche se quella che vi propongo attualmente l’ho appresa parecchi anni più tardi da Karlfried Graf Dürckheim (1896-1988), nel suo “Centro di Terapia Iniziatica” nella Foresta Nera, Germania meridionale, ispirata dai maestri dello Zen giapponese, da lui adattata per noi occidentali, soprattutto nella posizione seduta su una sedia normale, anche se con una modalità ben definita che descriverò tra poco.

Sia nello Hata-Yoga, nel Taoismo che nel Buddismo-Zen le posizioni sono variabili:
per terra nella posizione del loto, semi-loto o del “sarto”, oppure appoggiati sui talloni con o senza cuscino, con un predellino e così via dicendo. Tutte posizioni impegnative che per noi occidentali, soprattutto a una certa età, possono creare non poche difficoltà e, proprio per questa ragione, essere perfino d’intralcio alla pratica vera e propria.

Quindi proporrò di adottare semplicemente la posizione seduta su una delle nostre sedie, posizione alla quale possiamo aggiungere quella in piedi e la “Posizione Universale”, che fanno parte delle cosiddette “posizioni tenute” e che personalmente trovo altrettanto valide.
Esistono pure le meditazioni in movimento, che lo sono ugualmente, per esempio:
il Kin-Hin, il Tai Ci Ciuan o addirittura il Ci Cung, quest’ultimo definito perfino lo “Yoga cinese”, alquanto contenuto nei movimenti per rapporto al Tai Ci.

Per inciso vale la pena di sottolineare che gli alchimisti (leggi anche “entronauti”), quelli orientali in particolare non sono stati soltanto una prerogativa occidentale, perché quelli taoisti erano storicamente precedenti ai nostri e,  a differenza degli occidentali, non hanno avuto bisogno per la loro ricerca di strutture complesse, elaborate, appesantite da notevoli materiali, innumerevoli paramenti e rituali, ma hanno prevalentemente utilizzato il proprio corpo con il suo movimento, la respirazione, la meditazione in tanto quanto “Athanor” (ossia il cosiddetto “forno” degli alchimisti), tramite il quale compiere la loro “purificazione, la loro trasformazione”.

Gli occidentali avevano, hanno forse ancora bisogno di tuffarsi in una materialità quasi estrema per poter andare oltre, trascendere gli aspetti materiali-formali e spiccare poi il volo con “le ali della spiritualizzazione” (mi piace ricordare l’immagine del trampolino, per cui fino alla sua estremità si è accompagnati dalla razionalità, ma poi bisogna procedere con un salto qualitativo per “entrare in acqua”, abbandonando il supporto razionale, ma utile nel suo momento particolare!).   

Ma per tornare al nostro tema specifico e per quanto riguarda la posizione seduta, per prima cosa dobbiamo dotarci di una posizione ottimale che ci permetta una meditazione il più possibile indisturbata in cui:

1. ci si siede un po’ in avanti sulla sedia, dapprima senza appoggiarsi allo schienale (anche l’appoggio è possibile, ma è preferibile praticarlo in un secondo tempo, dopo aver acquisito la prima forma);

1.1   si cerca di mantenere i piedi paralleli ben radicati al suolo, con una distanza approssimativa tra l’uno e l’altro corrispondente alla larghezza delle spalle. Questo permette una stabilità soddisfacente, un buon equilibrio generale;

1.2   soprattutto se si aggiunge una corretta verticalità della colonna vertebrale, con il mento lievemente abbassato per non creare inutili e-o controproducenti tensioni nella nuca, ma eventualmente anche vissuti di superiorità: la famosa “puzza sotto il naso” che ci ricorda lo stretto connubio tra il corpo e la mente “che siamo”, secondo Dürckheim e non secondo il corpo “che abbiamo”, secondo il gergo abituale;

1.3   inoltre, ha una certa importanza trovare una posizione soddisfacente per le mani e qui ci sono alcune possibilità che si tratta di sperimentare, perché non per tutti vale la medesima posizione, come:
– si possono appoggiare le mani sulle cosce,
– oppure sul passaggio dalla coscia al ginocchio, con il palmo rivolto verso il basso,
– il dorso della mano appoggiato semplicemente sulle cosce, unendo due-tre o più dita, per esempio il pollice con l’indice e-o con il medio;
– si possono abbandonare le mani tra le gambe, appoggiando l’avambraccio, in particolare i polsi sull’interno delle cosce;
o altre posizioni che si può scoprire a livello individuale cercando.

2. Ma a parte l’aspetto formale, in che cosa consiste la meditazione che tenteremo di praticare nella posizione di base che abbiamo cercato di conquistare?
Quella che propongo è “atematica, informale”, ossia priva di un contenuto specifico, secondo le nostre abitudini mentali, e ci si potrà rendere conto che non è senza qualche difficoltà proprio per questa ragione.

Solitamente viviamo nelle contingenze spazio-temporali e quindi l’attività mentale è prevalentemente descrittiva, razionale, immaginativa, prospettiva, proiettiva, emotiva ed è impegnata in una prevalente attività di tipo psicodinamico, che rappresenta d’altronde un aspetto della nostra vita di cui non possiamo fare a meno e che, in parole povere, è certamente importante e insostituibile per la nostra vita quotidiana.

C’è però un secondo aspetto non meno importante che solitamente trascuriamo perché siamo particolarmente concentrati sulla prima modalità, quella formale, pensando addirittura che sia la sola esistente, la sola valida, ragione per cui:
il secondo aspetto è quello impersonale, atemporale, metastorico che stabilisce la nostra relazione con l’Eternità,  l’Infinito,  le Leggi Primordiali, il Tuttuno, l’aspetto olistico della Vita  e ci offre per la quotidianità un punto di riferimento importante, ovvero un assetto a partire dal quale si può agire senza intenzioni particolari e che si esprime pure attraverso la non facilmente comprensibile “non-azione”, il Wu-wei dei taoisti, “un’azione” per nulla imparentata ai nostri agiti e  che emerge da stati meditativi, soprattutto non secondo l’abituale e proprio tornaconto, trascurando magari trasparenza, sincerità, correttezza, lealtà, generosità e alcuni altri punti forti del processo possibile di una valida umanizzazione.

Abbiamo quindi “due dimore” che si possono differenziare, non separare, ma che in verità si avverano essere UNTUTTUNO (passatemi l’eccezione ortografica e grammaticale, ma mi permette di sottolineare meglio l’idea della loro unità):
2.1 abbiamo quindi da un lato il “cognome”, con tutte le sue implicazioni socioculturali, la casa, la professione, le carte di credito, il passaporto, la nazione, la storia, la cultura con tutti gli aggregati che solitamente comporta, in parole povere “il nostro Mondo”;

2.2  dall’altro lato il “nome” con le sue idee elevative, ossia quelle “della per-sona”, attraverso la quale l’Universo “suona” come se fossimo uno strumento: poi il sistema solare, la galassia, le galassie, ossia “l’Universo con le sue leggi”, che tutto include e da cui in definitiva dipendiamo in modo assoluto, anche se magari non ne siamo ben consapevoli.
Abbiamo quindi da un lato l’aspetto “immanente”, dall’altro lato l’aspetto “trascendente”, che in una visione globale, olistica, ci porta alla “Trascendenza-Immanente”, come amava chiamarla Karlfried Graf Dürckheim.

Se vogliamo allargare il nostro orizzonte e il nostro comportamento, dobbiamo tenere conto di queste realtà che sono complementari (significa che sono presenti e operative soltanto congiuntamente, anche se magari in modo apparentemente alternato o non evidente) ed è qui che la meditazione atematica ci può venire in aiuto.
D’altronde la meditazione atematica tende ad unirci, mentre le nostre cogitazioni mentali, razionali, culturali, il “nostro pensare” tendono a separarci:
infatti la meditazione tende ad unire il fuori e il dentro, le contingenze con l’essenza, il “diritto con il rovescio”, la superficie con il centro, mentre la riflessione separa, è di per sé separazione, non essendo immediata bensì mediata, perché  nella ri-flessione c’è una flessione, una frattura:
si pensi  alla “luce” lunare  che è indiretta, mediata, di “seconda mano”, vale a dire che è luce solare riflessa!

Nella meditazione atematica siamo semplicemente, si potrebbe dire “nell’Essere Puro” (nel non-dualismo) e ciò significa che non siamo né belli né brutti, né grandi né piccoli, destri o maldestri, colti o incolti, sapienti o ignoranti, forti o deboli, grandi o piccoli, religiosi o laici, di destra o sinistra, ricchi o poveri, uomo o donna, virtuosi o peccatori e così via dicendo, ciò che è il ruolo del nostro soppesare, valutare, definire, costituito da paradossi, da opposti:
mentre possiamo anche “essere soltanto”, senza intenzioni, senza pregiudizi, senza caratteristiche specifiche, senza prevaricazioni, senza operazioni speculative, manipolatorie ciò che, abbinato alla modalità riflessiva, può allargare notevolmente il nostro orizzonte mentale ed operativo.

A questo proposito desidero ricordare che nel Vecchio Testamento uno dei passi simbolici, forse dei più interessanti, si trova in Esodo, 3-14, quando “Dio disse a Mosè”:
< IO SONO COLUI CHE SONO , e così dirai ai figliuoli d’Israel:
colui che si chiama IO SONO mi ha mandato a voi! >

Per inciso, il nome Israel (Esra-El), contiene il concetto di “aiutante dell’Elevato” (che per la nostra tradizione sarebbe Dio), ma che può anche essere interpretato come “l’aiuto proviene dall’Elevato” e che comunque sia, ritengo simbolicamente molto significativo, perché concerne ognuno di noi, e ipotizzo la suddetta frase biblica  come avente prettamente carattere metafisico, ciò che concerne la meditazione atematica:
“IO SONO COLUI CHE SONO”…
né più né meno, né in un modo o in un altro…SONO…punto e basta!
Se ci pensate bene addirittura “SONO ANCHE L’UNIVERSO”, perché senza le sue parti l’Universo non sarebbe l’Universo, per cui ecco che riappare l’aspetto unitario del “UNTUTTUNO”!

Non va trascurato il fatto che il Vecchio Testamento, ma per me anche quello Nuovo, sono una raccolta di miti a carattere prevalentemente storico-geografico e l’errore esegetico più comune è quello di voler definire nei luoghi e nei tempi, ossia in una realtà spazio-temporale, concreta-tangibile, di tipo prevalentemente descrittivo, i racconti-eventi, invece di considerarli, interpretarli e valutarli da un punto di vista simbolico, ciò che avrebbe pure un importante vantaggio, perché assumerebbero un carattere più universale e con ciò meno campanilistico, limitante!

2.1   Detto questo, possiamo provare a praticare questo tipo di meditazione durante la quale si tratta di fare una specie di vuoto interiore, di congedare quindi tutte le suddette attività mentali abituali e, quando sorgono, di non attardarsi nelle sensazioni, nei sentimenti, nei pensieri, nell’immaginario, nei ricordi, nei progetti che vogliono occupare il loro spazio abituale.

In pratica: si adotti la posizione adeguata già descritta, si respiri normalmente, tranquillamente, cercando di fare il vuoto e se una qualche attività si fa viva, si cerchi di trattarla come “nuvole che si lascia passare in un cielo che così può ridiventare limpido” (secondo un detto orientale e la sua parafrasi).
Si provi a chiudere gli occhi e se ci sono difficoltà a tenerli chiusi, si cerchi almeno di socchiuderli, ciò che permette di lasciarsi distrarre il meno possibile dalla sensibilità visiva che solitamente è importante e tra l’altro occupa anche gran parte della nostra attività sensoriale seduttivo-dispersiva.

Inoltre, nel caso di difficoltà iniziali, si può sostenere la concentrazione, sia pure detto che non è facile mantenere, vivendo e seguendo consapevolmente la respirazione, e-o contando (vi suggerisco di non “contare le pecorelle” perché rischiate di doverle poi anche tosare!), oppure utilizzando un mantra, o ancora concentrandovi sul centro della fronte (il “terzo occhio”, mentre nell’esicasmo medievale ortodosso ci si concentrava tra l’altro sull’ombelico).

Ma attenzione: si tratta di “stampelle” che successivamente vanno abbandonate per raggiungere la meditazione atematica, altrimenti si rischia di ricadere nell’aspetto riflessivo, nella schematicità e di conseguenza nel dogmatismo, che in un modo o in un altro pratichiamo già generosamente, unilateralmente e che può significare carenza nel processo di estensione e approfondimento.

Un’ultima considerazione che potrebbe forse aggiungere qualcosa all’idea di che cosa potrebbe essere utile e di cui tenere conto, mi è stata trasmessa da Karlfried Graf Dürckheim che prediligeva utilizzare il verbo latino nella sua forma passiva  “meditari”,  per sottolineare il fatto che era importante “lasciarsi andare alla meditazione”, senza “voler esplicitamente meditare” (concetto che fa parte della “logica del contradditorio” di S. Lupasco), cercando di relegare così l’aspetto intenzionale, volontaristico, in definitiva controproducente per la meditazione.

Per cercare di essere forse più comprensibile fronte a questa, almeno apparante contraddizione, ossia al “meditare senza voler meditare” 1] :
– è ovvio che a un certo punto devo decidere di meditare (come, dove,  quando, ev. con chi), ma una volta assunta la posizione di base adeguata, mi abbandono all’essere, mi lascio scivolare nel “cuore delle cose”, lascio che il processo avvenga, senza volerlo produrre, per esempio e tra l’altro senza intenzioni speculative circa il risultato da conseguire, i vantaggi che la meditazione potrebbe offrire, anche perché in verità non lo possiamo sapere e sono anche difficili da individuare.

Il chiedersi “a che cosa serve la meditazione, che benefici ne traggo, ma mi conviene praticarla?” e così via dicendo, non fa che disturbare il processo che solitamente è silenzioso e si muove nei sotterranei dell’ individuo, magari affiorando qua e là nel tempo con delle trasformazioni sensibili che però non si possono volere secondo l’abituale concetto volontaristico: perché avvengono, ossia sono qualcosa che ci viene incontro più che il contrario, che consisterebbe nel voler incontrare!

Per concludere: chi desidera esercitarsi a casa cerchi, almeno inizialmente, di farlo in un momento e luogo privilegiato, tranquillo…in una “palestra” dove la meditazione, una volta acquisita, ossia sviluppata la capacità di centrazione, di ritrovarsi nell’essere sé stessi, nell’essere indisturbati (non turbati),  facoltà che va’ però periodicamente coltivata  (un po’ come l’orto che richiede certe operazioni regolari, ma pure dei momenti di stasi, tutte fasi che si chiamano per l’appunto orticoltura), per diventare  un punto di riferimento “per il fronte dove fischiano le pallottole”, dove magari “la Vita, gli altri ci sparano”, e-o noi “tendiamo a sparare o a spararci”…

1] Forse, dico bene forse, quest’apparente contraddizione del “meditare senza voler meditare”, si può spiegare con la teoria dei due emisferi cerebrali ECD-ECS:
con l’ECS (Emisfero Cerebrale Sinistro) decido e mi preparo a meditare, scegliendo tempo, luogo, sedia, posizione, ecc. ossia tutti fattori razionali, intenzionali;
con l’ECD(estro), mi lascio andare alla meditazione, mi lascio scivolare nella meditazione (“meditari”) e mi lascio meditare, ossia in uno stato “transrazionale” (che va oltre il raziocinio), in cui abbandono il cogitare (“cogito ergo sum” cartesiano) ed entro nella proposta veterotestamentaria “Io sono, colui che sono”, ossia in primis nei “non-contenuti”, nei vissuti atematici e non in quelli che abitualmente chiamiamo mentali!

La Vita è né sacra né non sacra
la Vita è…
siamo noi che l’abbiamo “desacralizzata”
ragione per cui pensiamo che dobbiamo “resacralizzarla”
ciò significa semplicemente che dobbiamo renderla
di nuovo ciò che è…né sacra, né non sacra!

*          *          *

So long, I am around…

Fine della seconda ed ultima parte


 


About the Author

Beni Sascha Horowitz
Nato e cresciuto a Lugano (Svizzera, per chi non lo sapesse c'è anche una Lugano in Italia), ho studiato a Ginevra musica, psicologia e psicologia del lavoro (efficiency), pedagogia e pedagogia curativa. Ho praticato a Basilea e Lugano psicologia clinica e psicoterapia di tipo psicodinamico (avendo seguito un "Training psicoterapeutico) , ma indipendentemente da "Scuole", all'interno di Servizi Medico-Psicologici. Ho partecipato ai Corsi per Adulti in tanto quanto animatore di alcuni corsi tra il quali il Tai Chi Chuan, Rileggiamo Dante, I Miti del passato e l'uomo moderno, Il Diario personale creativo, Alla ricerca della propria identità, Psicologia e vita quotidiana, ecc. Sono rimasto sensibilmente influenzato dal Taoismo cinese e dallo Zen giapponese, senza pertanto diventare un "fedele seguace". Ho iniziato i tentativi di scrittura dopo il pensionamento. Ora sto cercando di proporre poco a poco alcuni miei scritti... Per eventuali chiarificazioni, sono raggiungibile tramite l'indirizzo e-mail: [email protected]

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